Il virus sotto la pelliccia. Il COVID 19 e gli animali. Nostra intervista con il prof. Francesco Tolari

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BARGA – A maggio del 2020 avevamo pubblicato un articolo del Prof Francesco Tolari, infettivologo veterinario, il quale aveva fatto il punto sulla situazione epidemiologica del COVID 19 relativamente al ruolo che gli animali potevano avere nel mantenimento e nella diffusione dell’infezione 

A distanza di un anno e dopo che tante novità si sono accumulate sull‘epidemiologia di questa nuova malattia, abbiamo di nuovo intervistato Tolari per conoscere l’evoluzione delle conoscenze scientifiche anche per quanto riguarda l’infezione negli animali.

Nel suo articolo accennava al fatto che in diverse occasioni e in diverse parti del mondo si erano verificati casi di infezione da SARS CoV 2 in animali da compagnia, ma che questo fenomeno, a quel momento, non destava molta preoccupazione. Può ancora tranquillizzarci su questo aspetto?

 

“Parlando di animali dobbiamo distinguere le diverse specie che per svariati motivi possono venire a contatto più o meno stretto con l’uomo. Per gli animali da compagnia che ci stanno più vicini, cani e gatti, le informazioni che abbiamo acquisito in questi mesi sono rassicuranti e confermano quanto avevamo ipotizzato. I cani sono generalmente asintomatici, mentre nei gatti vengono osservati occasionalmente alcuni lievi sintomi respiratori o gastroenterici, indice di una loro recettività leggermente più elevata. Con il tempo, in tutte le parti del mondo, sono andati aumentando i casi accertati di trasmissione dell’infezione a questi animali da parte di proprietari infetti, ma il fatto rilevante è che in nessun caso è stata accertata la trasmissione del virus da questi animali all’uomo”.

Cosa possiamo dire degli altri animali?

 

“E’ giusto prendere in considerazione anche una serie di animali da compagnia meno “convenzionali” che negli ultimi anni sono aumentati: conigli, criceti, uccellini, tartarughe, serpenti, ecc. Purtroppo non abbiamo informazioni su tutte queste specie, ma sappiamo che il virus SARS CoV 2 ha come progenitore un coronavirus dei pipistrelli e che la sua attitudine a infettare gli animali è limitata ai mammiferi; dalla nostra apprensione possiamo quindi escludere pesci, uccelli e rettili. Ma anche gli altri mammiferi che citavo, per il momento, non destano preoccupazioni.

Altrettanto può dirsi per i vari animali da reddito: bovini, ovini, caprini, suini, equini, anche in relazione a un eventuale rischio professionale per gli allevatori. Un discorso a parte invece dobbiamo farlo per il furetto, animale da compagnia appartenente all’ordine dei mustelidi. Sappiamo che questi animali da un punto di vista sperimentale sono abbastanza recettivi all’infezione e quindi consiglierei una certa prudenza ai possessori di furetti e anche di attenersi alle misure basilari di precauzione pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità (rapporto ISS COVID-19 n. 16/2020 – Animali da compagnia e SARS-CoV-2: cosa occorre sapere, come occorre comportarsi) reperibile al link:

Durante la prima fase della pandemia si è molto parlato dell‘infezione nei visoni, cosa può dirci su questo aspetto?

 

“I visoni sono mustelidi molto recettivi all’infezione da SARS CoV 2. I primi casi negli allevamenti di visoni per la produzione di pellicce furono segnalati in Olanda ad aprile 2020 e successivamente in Danimarca, il Paese con il maggior numero di allevamenti di visoni. L’infezione è stata trasmessa a questi animali da lavoratori infetti, ma le preoccupazioni sono aumentate quando ci si è resi conto che l’infezione si diffondeva rapidamente negli allevamenti, che diversi animali presentavano sintomi respiratori e gastroenterici, e che a loro volta i visoni infetti avevano ritrasmesso l’infezione all’uomo.

Ad aggravare la situazione epidemiologica si è aggiunto il fatto che degli oltre 1000 allevamenti presenti in Danimarca a dicembre 2020, circa 300 erano risultati già infetti e in alcuni era stata isolata una variante del virus, che aveva iniziato a diffondersi anche nella popolazione umana e avrebbe potuto dare problemi per la copertura vaccinale dei vaccini in uso. Per questi motivi il governo danese adottò la misura drastica di abbattere e distruggere tutti i visoni presenti negli allevamenti infetti, per un totale di circa 17 milioni di animali, una vera e propria ecatombe, purtroppo necessaria per scongiurare ulteriori pericoli per la popolazione umana danese, ma anche mondiale.

Un ulteriore rischio era quello che eventuali animali infetti fuggiti dagli allevamenti avrebbero potuto diffondere l’infezione fra visoni, ermellini, donnole e altri mustelidi selvatici, creando una pericolosa riserva di virus e un‘ulteriore potenziale sorgente di infezione per l’uomo.

L‘epidemia di COVID 19 negli allevamenti di visone ha dato motivo al governo danese di anticipare le disposizioni normative sulla dismissione di tali allevamenti, che per motivi etici e umanitari era già prevista per gli anni successivi. Purtroppo gli allevamenti di visone erano presenti anche in diversi altri Paesi, e a novembre 2020 il numero dei Paesi che avevano segnalato casi di infezione nei visoni era salito a 6, con l’aggiunta di Spagna, Stati Uniti, Svezia e Italia. Nel nostro Paese erano presenti alcuni allevamenti in pianura padana e in uno di questi si è verificato un focolaio di COVID 19 prontamente svelato dalla sorveglianza dei Servizi veterinari e altrettanto prontamente estinto con le misure sanitarie.

Il COVID 19 nei visoni ha richiamato l’attenzione sulla pericolosità della diffusione di virus negli allevamenti intensivi in generale, e sui relativi risvolti di sanità pubblica quando questi virus hanno potenzialità zoonotiche, ossia di trasmissibilità all’uomo. Da tempo noi veterinari sappiamo che negli allevamenti intensivi, che nel nostro Paese riguardano soprattutto suini e pollame, si creano condizioni di estrema vulnerabilità degli animali nei confronti degli agenti infettanti. In condizioni di elevata densità di animali la trasmissibilità dei virus è estremamente elevata e i virus che sono molto variabili possono andare incontro a frequenti mutazioni che portano alla nascita di nuove varianti virali, alcune delle quali possono avere caratteristiche di maggiore pericolosità: maggiore diffusibilità, cambiamenti della struttura antigenica con perdita di efficacia dei vaccini utilizzati, maggiori possibilità di infettare nuove specie animali. Stiamo parlando dei virus in generale.

Tornando ai visoni, credo che ben poche delle signore che sfoggiano pellicce di visone siano consapevoli di ciò che sta a monte della produzione di quell’abbigliamento tanto pregiato e dei suoi diversi aspetti negativi, che in questo caso hanno riguardato anche conseguenze di tipo sanitario. Questi episodi ci devono far riflettere sull‘importanza di fare scelte personali più ecologiche e rispettose degli animali, anche nell’interesse della collettività.”

In base a quanto ci sta dicendo si può fare qualche analogia fra ciò che succede negli allevamenti intensivi e ciò che si verifica in condizioni di elevata densità nelle popolazioni umane?

 

“Con i dovuti distinguo penso proprio di sì, è ovvio che i virus nuovi, per i quali non esiste immunità di popolazione, trovano condizioni ottimali di diffusione nelle situazioni di sovraffollamento, qualsiasi esse siano. E’ per questo che nelle fasi iniziali di una pandemia le uniche misure efficaci che possiamo mettere in atto sono quelle della protezione e del distanziamento sociale. Ma è altrettanto importante sapere che, se noi lasciamo dilagare l’infezione nella popolazione, i virus soggetti a variazioni accrescono la loro variabilità, con insorgenza più frequente di pericolose varianti.

E’ interessante notare che, dove le restrizioni anti-contagio sono state meno rigorose e il virus ha avuto più ampie possibilità di trasmissione (vedi Gran Bretagna nella prima fase della pandemia, Brasile e Sud Africa), si sono formate le prime varianti virali di SARS CoV2, e attualmente la variante indiana ha sicuramente trovato nell‘eccessiva densità di popolazione in quel Paese una condizione favorevole alla sua insorgenza.

E’ per questo che i governi nazionali, come quello brasiliano, che hanno minimizzano il problema pandemia e non lo hanno affrontano con sufficiente determinazione, hanno reso un cattivo servizio non solo ai propri cittadini, ma anche all’intera umanità.

Purtroppo ci sono anche Paesi che non hanno le possibilità economiche oggettive per affrontare efficacemente le emergenze sanitarie, e qui subentra la necessità della solidarietà internazionale che non è solo solidarietà, bensì, in questo caso, anche interesse comune. E qui mi fermo perché mi rendo conto che mi sto allontanandomi dal mio campo specifico di competenza, anche se in questo mondo sempre più complesso i confini fra i settori medico, veterinario, biologico, statistico, sociologico sono spesso poco definiti e sempre più frequenti le interconnessioni fra le varie discipline scientifiche”.

Nel ringraziarla confidiamo nella sua disponibilità a continuare a informarci sulle novità che ci saranno su COVID 19 e animali durante l’evoluzione della pandemia.

 

“Certamente sì, anche perché le conoscenze in questo campo sono sempre in continua evoluzione e se il SARS CoV 2 ha trovato nell’uomo un ospite ottimale e di conseguenza cercherà di convivere con noi ancora per diverso tempo, non è escluso che, data la sua variabilità, un giorno possa trovarsi un ospite animale di riserva alternativo all’uomo, così come è riuscito a fare con i visoni. Le malattie infettive sono eventi dinamici e le conoscenze scientifiche devono essere costantemente aggiornate.”

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