Alla Fondazione Ricci raccontata la storia di Vittorina Mariani, una “barghigiana di adozione” internata a Bergen Belsen

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BARGA – Nel pomeriggio di sabato 27 gennaio, si è svolto alla Fondazione Ricci di Barga, un incontro relativo alla Giornata della Memoria, dal titolo “Bergen Belsen andata e.. ritorno”, nato della sinergia tra la Fondazione Ricci e la Collezione Vittorini Barga.

L’evento, era patrocinato dal Comune di Barga, dall’Unitre Barga e dall’Istituto Storico Lucchese sez. di Barga.

Era presente la Sindaca Caterina Campani, i rappresentanti delle associazioni patrocinanti, oltre che un folto pubblico, e nei posti riservati, i parenti di Vittorini, venuti per l’occasione da Pisa.

Cristian Tognarelli, ha ricostruito e presentato al pubblico le vicissitudini di Vittorina Mariani moglie dell’artista Umberto Vittorini, una “barghigiana di vocazione”, così l’aveva definita Bruno Sereni , Direttore del Giornale di Barga, in un suo articolo degli anni Settanta; oggi  sepolta nel cimitero di Sommocolonia.

Nella cronistoria dei luoghi toccati nella sua deportazione, San Vittore, Fossoli; Verona, Bergen Belsen, Cristiana Ricci, ha letto, con partecipazione, la parte che riguardava le  toccanti testimonianze dirette, riprese  dal libro “A 24029” di Alba Valech Capozzi.

Vittorina e tre sorelle rimasero prigioniere nel campo di concentramento nazista di Bergen Belsen in Germania, lo stesso dove morì Anna Frank, dall’agosto 1944 all’aprile 1945.

La loro liberazione avvenne, il 13 aprile 1945, durante il trasferimento al campo di concentramento di Theresienstadt, quando il loro convoglio venne intercettato dalle truppe americane vicino a Farsleben.

E’ stato evidenziato come, nel periodo della deportazione della moglie, Vittorini abbia attuato la sua personale forma di protesta, in una Milano occupata dalle forze nazifasciste, esponendo nella prestigiosa Galleria del Milione, diversi ritratti della moglie deportata, uno dei quali era visibile sulla parete dietro i relatori di sabato scorso.

Di come, queste vicende, lasceranno in Vittorini una profonda ferita causata da una sindrome post traumatica da stress, che si manifesterà, a più riprese, sotto forma di una depressione talmente acuta, da invalidare la sua quotidianità.

Effetti psicologici particolarmente evidenti in alcuni autoritratti del secondo dopoguerra.

Vittorina e Umberto, non hanno mai parlato pubblicamente di questo argomento, e mai divulgato i dettagli neanche ai parenti più stretti.

Probabilmente per quella forma di “sindrome del sopravvissuto” segnato dal senso di colpa per essersi salvato a differenza di altri, e per la necessità di mettere in atto potenti meccanismi di rimozione e negazione, nell’incapacità di comprendere come questo sia potuto accadere.

L’unica testimonianza della tragedia vissuta, è la donazione, con tanto di dedica, nel 1955, di una  delle stampe più famose di Umberto Vittorini, “I Profughi”, alla Casa dei Combattenti del Ghetto, questa la traduzione della sua denominazione in italiano, il primo museo al mondo a commemorare l’Olocausto, nato in Israele nel 1949.

Si è inoltre sottolineato il ruolo di musa e sostegno esercitato da Vittorina nei confronti del marito artista.

Di come quest’ultimo, nei momenti più provanti, abbia evidenziato alti valori umani, prestandosi per la consegna di corrispondenza clandestina tra internati e familiari, durante la permanenza della moglie nel campo di smistamento di Fossoli, o partecipando ad aste benefiche a favore di enti assistenziali.

Il tutto, fatto nel massimo riserbo.

A conclusione, alcuni interventi di un pubblico consapevole e attento, hanno arricchito questo momento di riflessione storica, con racconti di esperienze personali e familiari.

 

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