Destini incrociati. La storia dei soldati brasiliani in Italia nel 1944/45

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Raccontiamo una storia, la storia dei soldati brasiliani in Italia nel 1944/45, questa volta cominciando dalla fine. La raccontiamo alla rovescia.

 

 

“Intimo-vos a render-vos incondicionalmente… Estais completamente cercados e impossibilitados de qualcher ritirada” 

(Vi intimo la resa incondizionata; siete completamente circondati, e vi è impossibile la ritirata).

Con queste le parole il Colonnello Nelson De Mello, comandante il 6° Reggimento della Força Expedicionaria Brasileira (F.E.B.), a fine aprile ‘45, in località “Respiccio” a Fornovo di Taro, intimava la resa “incondizionata” al Comandante della 148.a Divisione di fanteria tedesca.

La “resa incondizionata” era una delle determinazioni che aveva voluto il Presidente americano Roosevelt durante la Conferenza di Casablanca, nel gennaio del 1943. Non si ammettevano trattative. Il nemico doveva accettare la resa senza porre condizioni!

Il generale tedesco comandava la 148.a Divisione di fanteria e si arrese assieme al parigrado italiano Gen. Mario Carloni Comandante la 1° Divisione Bersaglieri “Italia” della R.S.I, assieme ad altri reparti dell’Asse.

 

Destini incrociati della Storia

I due comandanti e i reparti, in effetti si erano già scontrati sul campo di battaglia, sei mesi prima in Valle del Serchio (LU) dove si erano confrontati anche nella occupazione di Barga e nella battaglia di Lama del 30 e 31 ottobre 1944. E’ proprio il 6° Reggimento della F.E.B. la Forza di Spedizione Brasiliana, che si schiera in Valle del Serchio, contrapposto tra gli altri, alla 148.a Divisione tedesca.

Ed è precisamente il 6° Reggimento brasiliano, quello citato nella targa ricordo nell’Albergo “Libano” in Barga che verrà inaugurata venerdì 22 aprile.

I tedeschi della 148.ma Divisione, dopo il 30 ottobre, passarono in consegna le loro posizioni lungo il crinale della Linea Gotica, alla Divisione Alpina “Monterosa” e quindi, successivamente, alla Divisione Bersaglieri Italia della R.S.I..

In seguito alla potente offensiva alleata del 9 aprile 1945 che sfondò il fronte, le due unità italo-tedesche effettuarono una ritirata, risalendo la Garfagnana, il Passo dei Carpinelli, quindi la valle dell’Aulella per poi proseguire verso Pontremoli e il Passo della Cisa.

Il generale Clark, comandante la 5.a Armata. dalla quale dipendeva direttamente la F.E.B., dette allora ordine ai soldati brasiliani della FEB, di stanza a Marano e a Vignola in Emilia, di raggiungere con la massima velocità possibile Fornovo di Taro, per sbarrare la ritirata delle due divisioni dell’Asse, che avrebbero potuto sfociare nella pianura Padana, raggiungendo il Nord per costituire un centro di ultima resistenza.

I brasiliani costituirono rapidamente una apposita “task force”, una unità da combattimento denominata “Grupamento Coronel Nelson de Mello” basata essenzialmente  sul 6° Reggimento e altre unità di supporto della F.E.B. disponibili in tempi ridotti (artiglieria, trasmissioni, sanità ecc.) e requisendo letteralmente tutto quanto aveva quattro ruote e un motore (addirittura si dice che rubarono i camion delle cucine americane…), riuscirono il 21 aprile a spostare il gruppo da combattimento a Fornovo, chiudendo a semicerchio il fondovalle del Taro, dove stavano scendendo le unità italo tedesche, tallonate e controllate sui fianchi dai partigiani delle Divisioni Val Ceno e Cisa al comando del Generale F. Cipriani.

Le unità italo-tedesche erano ormai intrappolate!

Dopo una serie di “convenevoli militari” (leggasi robuste cannonate brasiliane), tra il 26 e il 30 aprile i tedeschi, ormai completamente accerchiati e senza alcuna speranza, lentamente accettarono la resa, anche per l’intercessione del parroco locale che convinse i Comandanti tedesco e italiano ed alcuni riottosi ufficiali tedeschi, della inutilità totale di una resistenza, stante il fatto che ormai le unità alleate li avevano già  superati a Nord ed erano arrivati in prossimità di Milano; la Pianura Padana era di fatto completamente in mano alleata.

 

Imponente la scena della resa: oltre 800 soldati feriti dell’Asse vennero immediatamente evacuati dalla sanità brasiliana e curati presso gli Ospedali alleati con autoambulanze fatte giungere in gran numero! Una grande dimostrazione di civiltà e di efficienza.

Poi la consegna delle armi, abbandonate a lato strada; uno spettacolo impressionate per dimensioni! A lato della Via Emilia si vedevano distese infinite di fucili e moschetti e una lunghissima sterminata fila di prigionieri, ormai stanchi e distrutti dalla fatica e dalla lunga marcia forzata.

Oltre 14.000 prigionieri furono catturati e sorvegliati dai soldati brasiliani.

Era l’apoteosi della F.E.B.!

Questa divisione brasiliana, entrata in guerra nell’estate del ’44, con addestramento ed equipaggiamento incompleto, si era “formata”, aveva cioè fatto l’addestramento specifico militare  facendo quello che oggi chiameremo “Training on job”; cioè aveva “imparato” a fare la guerra – guerra facendo; i suoi soldati, inizialmente derisi per lo stazzonato equipaggiamento militare americano fornito loro a Napoli, con uniformi troppo larghe e galosce che mal si adattavano alla minute corporature dei pracinhas, erano riusciti a riconfigurare velocemente le loro capacità operative adattandosi al sistema di misura anglosassone in piedi, pollici e yard in luogo del  sistema metrico-decimale vigente in Brasile; avevano appreso l’uso dei nuovi fucili semiautomatici americani Garand M1 al posto dei vetusti Mauser brasiliani “1908” a funzionamento manuale; utilizzavano i moderni obici da 155; avevano imparato a guidare le Jeeps; i pesanti camion tre-assi americani e i carri armati Sherman M4; e avevano addirittura messo in piedi una propria componente aerea d’appoggio, la F.A.B., Forca Aerea Brasiliera, con i potenti cacciabombardieri P 47.

I piloti brasiliani avevano adottato come simbolo un pappagallo Carioca, che diceva al nemico “Senta a Pua” (Senti come punge!)

Lo stemma della F.E.B. invece rappresentava un serpente cobra che sta fumando una pipa. La storiografia di questo curioso stemma va fatta risalire alla incredulità che il Brasile sarebbe entrato in guerra… “E’ più facile che un cobra fumi la pipa, che il Brasile vada alla guerra” dicevano gli scettici all’inizio del 1944, e invece… il Brasile andò alla guerra… “A cobra está fumando”.

Dopo l’ingresso sul fronte operativo nell’estate del’44 a Camaiore-Massarosa, erano penetrati verso Pescaglia e quindi Fornaci, poi Barga, fino a Sommocolonia, da dove dopo la battaglia di Lama del 30 e 31 ottobre, nel novembre del 1944 erano stati trasferiti nell’alto pistoiese per impegnarsi nella grande battaglia di Monte Castello durata fino al febbraio del 1945, nella quale con una serie di durissimi assalti frontali la F.E.B. era faticosamente riuscita con molte perdite a conquistare una determinante posizione tattica appenninica.

I soldati brasiliani avevano dimostrato che il loro livello di operatività era praticamente paritetico a quello delle altre blasonate unità militari alleate. Pagando un prezzo elevato. Presso il Cimitero Militare Brasiliano di Pistoia, al termine del conflitto, trovarono riposo 465 caduti brasiliani e molti altri risultarono disperi e feriti.

Alla fine della guerra il loro livello di operatività militare e di coesione preoccupò peraltro non poco le autorità civili brasiliane di quel tempo; per questo smobilitarono la F.E.B. in fretta e furia, prima del rientro in Brasile. I congedi vennero addirittura stampati a Milano!

Poi… sulla F.E.B. cadde il silenzio della Storia. Fino ai nostri giorni. Con il recupero di questa grande storia militare dei coraggiosi soldati brasiliani che vede in questo mese di aprile una serie di importanti celebrazioni tra cui quella di Barga

A loro va il nostro incondizionato ricordo.

Ma i destini incrociati si ripetono nella storia e proprio noi lucchesi ricordiamo un altro bellissimo momento della nostra vicenda comune italo-brasiliana.

Una storia, quella tra il Brasile e l’Italia, già in atto prima della guerra; una storia di emigrazione, di lavoro, di collegamenti, di viaggi navali ed aerei.

Possibili anche grazie alla capacità e al coraggio di un grande aviatore lucchese, Carlo del Prete, che assieme al collega Ferrarin, avevano volato per la prima volta senza scalo, tra l’Italia e il Brasile, riuscendo il 5 luglio 1928 a collegare Montecelio a sud di Roma, con Port Natal sulla costa nord brasiliana, con una rotta che sarà addirittura utilizzata anche dagli aerei americani per rifornire la 5.a( Armata in partenza dal continente africano verso l’Italia!

 

 

Vittorio Lino Biondi

 

(Vittorio Lino Biondi non è uno storico;  è un soldato italiano, che racconta storie di soldati del mondo).

 

Commenti

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  1. pier giuliano cecchi


    Tratto da: Barga sulla Linea Gotica (4): una città tra opposti fuochi d’artiglieria
    05/20/2013 di Pier Giuliano Cecchi
    °°°°°°°°°°
    (….. ….. ) E Barga capisce e ne è preoccupata. Frattanto arrivano altri Partigiani e questa volta con carattere ufficiale e in piena responsabilità sotto il comando di ‘Tiziano’.”

    I Partigiani prendono possesso del Comune, catturano alcuni Fascisti e li obbligano a lavorare per togliere macerie e creare una strada nella valletta di Fontanamaggio, prima oltrepassata dai distrutti ponti. Alcune donne sono soggette alla tosatura del capo, classico spregio per chi si era compromessa con i Nazifascisti. Vita vissuta che mons. Lombardi così commenta nel suo diario:

    “Rappresaglie nel senso stretto e sanguinoso della parola non ci furono e d’altra parte non avrebbero avuto la minima giustificazione. Del resto gli elementi più in vista erano ormai al di là della barricata.”

    Dopo questa parentesi, finalmente arrivano gli Alleati, che sono i brasiliani; era l’11 ottobre 1944. Al passaggio sono acclamati dalla popolazione di Barga. Un piacevole brivido ma breve, per il duro richiamo alla realtà da parte del comando brasiliano, che per l’ovvio pericolo comanda lo sfollamento delle strade. Infatti, poco dopo arrivano su Barga delle cannonate tedesche che attuano delle vittime: due nel Castello e una al Giardino, con tre vittime.

    Nel Castello una arriva sulla casa Antonio Piacentini di via Giannetti, facendo vittima la giovane figlia Isabella. Qui ricordo in particolare questo luttuoso avvenimento perché da ragazzo ne ho sentito parlare tanto in famiglia, da parte di mio padre e mia madre, che abitavano di fronte a quella casa. Entrando nei fatti ecco il loro racconto: eravamo al tavolo a mangiare qualcosa, quando sentimmo arrivare una cannonata, poi un vicino scoppio. Poco dopo udimmo il Toni Piacentini urlare aiuto, perché la figlia era rimasta sotto il crollo della cantonata della casa che guarda il palazzo Giannetti. L’incitamento d’aiuto era diretto anche a mio padre: Elfo, Elfo, corri, l’Isabella è rimasta sotto le macerie di una cannonata! Corri Corri.

    Mio padre, nonostante il pericolo, con un figlio di quattro anni e la moglie incinta di sette mesi, lasciò subito il tavolino e chiamato Barberino, un amico che abitava sopra di lui, insieme andarono in soccorso al Toni. Iniziarono a togliere i sassi dove il Toni diceva essere sepolta la figlia e toccò a mio padre trovarla ormai morta, e nel tirarla su, accorgersi che era spezzata in due alla vita.

    Chiuso il ricordo, queste cannonate fanno decidere a chi può di lasciare la casa per raggiungere luoghi più sicuri, perché Barga sarà sotto il tiro dei cannoni tedeschi. Mons. Lombardi ricorda che nella notte tra il 12 e 13 ottobre arrivano su Barga numerosi colpi di cannone di grosso calibro, circa un quarto d’ora di fuoco tedesco. La mattina si quantificarono i danni, accorgendosi che tra le altre cose è stata colpita e semidistrutta la sagrestia della SS. Annunziata, con danni al tetto della chiesa e all’altare maggiore, dove è distrutto un quadro seicentesco raffigurante un’Annunciazione, datato ai 1636, del pittore barghigiano Baccio Ciarpi. (Due brandelli del quadro sono conservati presso la Soprintendenza di Pisa)

    mariu pascoliMariù Pascoli
    Le cannonate degli Alleati sono dirette verso Castelvecchio, alla Pianaccia, Bechelli, nel basso di S. Qurico, dove si sono attestate le forze dell’Asse, ma cadano anche con gravi danni sul desolato paese, abbandonato da quasi tutta la sua gente. A metà ottobre, per il pericolo dei cannoneggiamenti, Castelvecchio deve essere ancor di più abbandonato dalla sua popolazione e si pensa a Maria Pascoli che assolutamente non intende lasciare la villa che racchiude le care memorie di Giovanni e la sua tomba, come il caro cane Brigo:

    “Sono vecchia; che cosa possono farmi i tedeschi? Non so rassegnarmi ad andare in casa d’altri: perdere così la mia libertà, le mie abitudini. Eppoi Brigo (il cane) non vuole abbandonare la casa; la devo abbandonare io? E d’altronde cosa farei al mondo, se tutto andasse distrutto?” (Diario can. Chiappa)

    A novembre una grossa cannonata Alleata colpisce la canonica della chiesa di Castelvecchio, passa tra i muri e si ferma inesplosa all’altare del SS. Rosario, creando comunque notevoli danni. Il canonico Chiappa ci dice che se fosse esplosa la chiesa sarebbe andata distrutta. Ormai Castelvecchio è terra di nessuno. Dalla sinistra della Corsonna sparano gli Alleati, che a Loppia hanno le batterie dei brasiliani, sopra, nei vicinissimi colli, le forze dell’Asse rispondono.
    (….. ….. …..)

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