Il Venerdì Santo

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Ricordo il Venerdì Santo come un giorno di grande tristezza e di una lunghezza infinita.
In una Italia in cui la chiesa aveva un’importanza che adesso si farebbe fatica a immaginare, la radio trasmetteva solo programmi di preghiere e lugubre musica sacra mentre la televisione, per chi ce l’aveva, offriva solo il monoscopio accompagnato da un suono di sottofondo monotono e ossessivo.
Nemmeno le vetrine addobbate e le bestie infiorettate appese ai ganci delle macellerie riuscivano a rallegrare un’atmosfera che si manteneva pesantemente cupa e anche se, magari, era una giornata di sole, i colori apparivano dai toni spenti e privi della consueta forza, come se la luce filtrasse attraverso una grigia caligine di tristezza.
In un giorno che sembrava non finire mai ogni canzone e ogni accenno di allegria erano banditi e anche i bimbi dovevano esibire una certa compostezza e sforzarsi di reprimere la loro naturale gioia di vivere perché c’era sempre qualche adulto pronto a redarguirli sibilando:
«Fate piano che è morto Gesù!!!»
Il Venerdì Santo era considerato dalla chiesa “Vigilia Nera” e questo termine serviva a indicare che bisognava osservare i precetti alimentari in modo molto più intransigente che durante le vigilie normali.
La carne era severamente bandita e sulle tavole faceva la propria comparsa quel baccalà messo ad ammollare giorni prima per ammorbidirlo perché quando lo compravi era davvero “tecco come un baccalà”, e mai modo di dire fu più azzeccato.
Nel pomeriggio si andava in chiesa per l’adorazione dell’Eucarestia ma noi ragazzi ci stavamo il meno possibile perché quel grosso e nero catafalco posizionato al centro della navata era una presenza lugubre e sinistra che ci inquietava mettendoci a disagio.
Dopo cena, in un paese buio e punteggiato dai lumini esposti sui davanzali delle finestre, aveva luogo la tradizionale e suggestiva Via Crucis.
Ancora adesso mi rivedo uscire dalla fila e correre avanti per vedere col cuore pieno d’orgoglio il nonno Giulio che, con fare solenne e passo cadenzato, apriva la processione tenendo alto il pesante gonfalone della chiesa tra due ali di folla, mentre le fiamme delle fiaccole guizzavano dipingendo tremuli giochi d’ombra e luce sui volti dei fedeli dallo sguardo mesto e dalle mani giunte in preghiera.
Poi, finalmente, la lenta processione rientrava in chiesa e dopo le ultime formule rituali quel Venerdì Santo che sembrava infinito volgeva al termine, mentre lo stesso pensiero accomunava tutti i bimbi:
«Era l’ora!!!»

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