Due Barghigiani campioni nella misericordiosa carità.

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Il prossimo sabato 14 settembre 2019, ricorrendo il primo anno dall’apertura della chiesina, intitolata dall’Arcivescovo di Pisa, il 15 settembre 2018, alla Madonna Addolorata e che è presso il cimitero di Barga, parte nuova, l’Arciconfraternita di Misericordia di Barga che ne ha curata in tutto l’edificazione, ha predisposto per la ricorrenza, in accordo con la Propositura, una celebrazione che prevede due momenti: la Celebrazione alle ore 9,30 di una solenne Messa che, con il pensiero già indirizzato al giorno dei morti del prossimo novembre sarà in suffragio di chi riposa il suo eterno sonno all’ombra di quei cipressi; il ricordo di “Due Barghigiani, campioni nella misericordiosa carità”: il Beato Michele da Barga e il Canonico Don Enrico Marcucci, con la distribuzione di un opuscolo curato per l’Arciconfraternita di Misericordia da Pier Giuliano Cecchi, il quale ricorda due figure che furono molto utili e quindi importanti per la società di Barga.

Da una all’altra delle due figure s’interpongono cinque secoli, dove certamente sì altre persone si sono dedicate al prossimo; don Marcucci ed il Beato Michele però , si pongono in chiarissima evidenza, quantomeno non è il caso di lasciarle a se stesse ma occorre fissarne la memoria per dare a tutti la speranza e l’esempio di una socialità veramente attiva.

A tale proposito l’Arciconfraternita ha realizzato un quadro da porre nella sua sede in cui sono unite idealmente le due sante figure.

Per quanto riguarda Don Enrico Marcucci, fondatore della chiesa e oratorio del Sacro Cuore, l’Arciconfraternita di Misericordia, sempre in accordo con la Propositura, sta pensando all’idea di trasferirne i resti dal cimitero, dove riposano in un forno della stessa Misericordia, alla sua chiesa, appunto, al Sacro Cuore. Questo potrebbe avvenire il prossimo anno, ricorrendo il 60° dalla morte. Ciò per dare seguito a un proposito che nacque all’indomani della sua morte avvenuta proprio il 14 settembre del 1960 . Durante le esequie nel duomo di Barga  Mons. Lino Lombardi, sulla bara del Canonico, definito “Il Santo di Barga”, disse con chiare parole di questa volontà non solo sua ma popolare: appunto il trasferimento della salma dalla provvisoria sepoltura al cimitero alla sua chiesa, sempre, se e quando fosse stato possibile.

 

A quest’annuncio facciamo seguire un ricordo del Canonico Marcucci, cui si unisce anche quello della sorella Suor Marianna. Questo ricordo di Don Enrico e Suor Marianna lo inviò Pier Giuliano Cecchi al Giornale di Barga molti anni fa, con l’idea di usarlo se e quando ne fosse stato il caso. Oggi, che è una di quelle occasioni:

 

Ricordo di Don Enrico e Suor Marianna Marcucci, raccolto da Pier Giuliano Cecchi nella primavera 2002, fatto a lui dalle sorelle Notini Bruna (89 anni) e Liliana (83 anni) di Ponte all’Ania.

 

Il canonico Enrico e sua sorella suor Marianna, che già conoscevamo per fama, iniziarono a frequentare la nostra casa verso il 1950 tramite Lisetta Ghiloni di Pont’all’Ania, la quale era sposata a Barga con un loro nipote: Adelmo Corrieri.

Il periodo coincise con la malattia del nostro babbo Amerigo Notini, fondatore nel 1923 dell’attività commerciale che ancora oggi abbiamo, il quale morì il 14 dicembre del 1950.

Dei due fratelli Marcucci serbiamo un bellissimo ricordo: erano due sante persone che infondevano il bene, predisponendo l’animo degli altri alla carità, che mai chiedevano, ma propriamente la ispiravano con i loro sguardi pieni di umana sofferenza per gli altri, con la bontà e la gentilezza dei loro modi e con gli atteggiamenti sempre rispettosi; tutta una somma di grandi virtù dettate dalla loro profonda religiosità, vissuta esemplarmente in una costante austerità di vita continuamente mortificata dal timore del peccato.

Ogni tanto i due fratelli erano invitati a cena o a desinare a casa nostra e ci tornano alla mente tanti episodi che ancora oggi ci fanno tanta tenerezza; come quando al termine di uno di quei pranzi fu portato sul tavolo un grosso “colombo” (torta margherita col buco nel centro) fatto da noi. Al Canonico, che nonostante la nostra insistenza aveva mangiato proprio lo stretto necessario, gli servimmo la prima fetta e restando in attesa del suo commento notammo che la stava infilando nella manica della tonaca. Sapevamo della sua vocazione ad aiutare i poveri, ma vedendolo così magro magro gli dicemmo: la mangi don Enrico; la mangi. E lui: No, no! Non posso, è troppo, è troppo; è peccato, è peccato; la porterò ai poveri. Guardi, se lei mangia la fetta, noi gli daremo il resto del dolce per i poveri. Solo allora, assicurato il “pane” a chi sapeva, mangiò quella fetta del dolce. A ogni invito era sempre così.

Pensando a chi lui sapeva, sentiva il peccato nel mangiare di là dello stretto necessario, che poi era veramente poco poco.

Un’altra volta che venne a trovare il babbo Amerigo, del quale era suo confessore, mentre al tavolino stava parlando con lui noi si notò che Don Enrico non aveva le stringhe alle scarpe: chissà a chi l’aveva date! Senza dirgli niente, mosse dall’affetto per lui, scendemmo subito a comprarne un paio alla merceria accanto al portone di casa nostra. Quando gli portammo le stringhe, ci disse: ma guardate! Mi date già tanto per i poveri, ora anche le stringhe per le mie scarpe. Non si preoccupi, anche se è poco, le prenda, poi arriveranno anche le scarpe. Era proprio bravo e umilissimo, tanto che la nostra famiglia sentiva il dovere di aiutarlo.

A proposito del suo senso del peccato ricordiamo ancora quando nel trigesimo della morte del babbo decidemmo di far dire alla sua anima qualche Messa “gloriana” da parte del Canonico e avremmo voluto che fossero state celebrate nell’allora chiesina di Ponte all’Ania, ricavata all’interno di una baracca di legno.

Il Canonico sconsolato ci disse che non poteva celebrare all’altare di quella chiesetta le messe “gloriane”, perché ci voleva l’altare “gregoriano” che era alla pieve di Loppia. E le disse a Loppia. Era proprio molto attento ai riti della Chiesa e ci disse a malincuore che se quelle messe fossero state celebrate all’altare della chiesina di Ponte all’Ania avrebbe commesso peccato.

Della sorella Marianna ricordiamo con piacere uno dei suoi tanti “fioretti” che ci raccontò lei stessa una sera che venne a cena con don Enrico. Era una di quelle mattine fredde fredde d’inverno e lei si trovava alla stazione di Fornaci di Barga ad aspettare il treno per Lucca, quando vide arrivare una povera donna che tremava dal freddo. Non ci pensò su due volte: si levò la sottana di lana e la dette a quella poverina, rimanendo con la sottogonna nera. Da lì a poco, arrivate alcune donne che la conoscevano e vedendola così le dissero: Marianna, che ha fatto stamani? Con questo freddo s’è vestita così leggera? State zitte, state zitte! C’era una che moriva dal freddo: “poverina, poverina” gli ho dato la mia sottana.

Erano proprio caritatevoli, tantoché quando lei riscuoteva la mesata di maestra, o sapevano che il Canonico aveva in tasca qualche elemosina, non facevano a tempo ad arrivare a casa che quei soldi, in gran parte, avevano già alleviato qualche bisogno e qualche sofferenza.

Una volta c’era tanta miseria e loro erano persone eccezionali, straordinarie.

Vivevano proprio per gli altri e tra loro si volevano un gran bene, percepito perfino dai bimbi.

Difatti una volta, quando suor Marianna insegnava quale maestra elementare, un bimbo, indispettito da chissà quale cosa, in classe disse una parolaccia. Prontamente suor Marianna riprese il discolo dicendogli di non usare le parolacce e lui per tutta risposta: ti prendesse un accidente! Non si dice così, perché un accidente può prendere anche a te … Allora che ti prendesse un terremoto: ma no, perché può prendere anche te. Ti prendesse un colera: ma anche quello può prenderti. Il bimbo non sapendo più che dire, maggiormente indispettito dalle educative risposte della sua maestra, volle ferirla in ciò che aveva di più caro (quando un bimbo s’incaponisce, è dura): allora ti morisse il tuo prete!

Veramente si volevano un gran bene, come fra tutti i fratelli della loro casa. (Si ricorda anche suor Maria Cristina, morta in odore di santità e un’altra sorella suora).

A proposito della loro famiglia ricordiamo un racconto che ci fece e che riguardava la loro mamma, al tempo che stavano al Giardino in via della Madonnina. Fuori dalla porta di casa avevano una “seggiolina”, messa lì per far riposare Gesù affinché vegliasse sulla famiglia. I Marcucci erano molto religiosi. Successe che dopo diverse disgrazie: la morte di una figlia di un anno; la morte del marito dopo lunga sofferenza; due figli in America a cercar fortuna e così dicendo, alle parole della nonna paterna che ripeteva alla nuora:

Non te la prendere che fuori c’è Gesù sulla “seggiolina”.

Quella povera donna, ormai in preda alla disperazione le rispose:

Sarà bene portarla a casa di qualcun altro, quella “seggiolina”, ma rimase sempre lì.

Che dire ancora? Il Canonico era veramente carino e alla mano. Parlava poco, ma era tanto misericordioso, proprio un santo. Era buono in ogni momento e non perché lo diciamo noi, ma ognuno lo chiamava il santo di Barga.

Lei era graziosa, buona, molto espansiva e per tutti aveva un pensiero e una preghiera. Nostra sorella Nella, che oggi non c’è più e l’ebbe quale insegnante al tempo che era educanda al Conservatorio di S. Elisabetta, ne serbava un ricordo bellissimo.

Ricordiamo ancora che avendo una bottega alimentare per noi è sempre stata di regola l’attenzione, ma dare e fare un gesto di carità a loro: a don Enrico e suor Marianna, era un piacere tutto speciale perché sentivamo maggiormente la certezza del buon fine.

Pier Giuliano Cecchi

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