Martina Cassai vince il concorso su Pirandello. Ecco il suo lavoro: “Ai miei figli”

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Comune di Barga e Fondazione Toscana Spettacolo anche quest’anno hanno promosso un bando di concorso per avvicinare i giovani al teatro attraverso la scrittura. Il progetto portava il titolo: “Uno, nessuno e centomila, oggi, nel 2013”.
Hanno collaborato anche l’Associazione Venti d’Arte e l’UNITRE di Barga.
L’idea del bando partiva dalla messa in cartellone al Teatro dei Differenti di Barga dello spettacolo “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello con Fulvio Cauteruccio.
Il concorso aveva lo scopo di coinvolgere docenti e studenti dell’ISI, l’Istituto Superiore d’Istruzione di Barga ed era pensato per offrire un’attività formativa per gli alunni delle classi quinte della Scuola Secondaria di secondo grado.
Il compito previsto dal bando era il seguente: “Dopo aver letto Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello ed aver raccolto tutte le tue suggestioni, racconta, componendo liberamente in prosa o in forma poetica, la storia di una persona (realmente esistita) o un personaggio (di tua invenzione) che, come Vitangelo Moscarda, a seguito di una rivelazione e di un percorso di conoscenza di se stesso e degli altri, decidere di cambiare vita, di intraprendere nuove strade. Puoi ispirarti a fatti d’attualità di persone di cui hanno parlato i giornali o a vicende autobiografiche, oppure raccontare una storia di tua invenzione, fermo restando che ciò che racconti parli di un percorso di scoperta di se stessi e degli altri che la persona compie, una storia di maturazione, di crescita. Potete usare come punto di riferimento alcune domande interne che vi possono guidare: che cosa ama il vostro personaggio? Di che cosa ha paura? In che cosa scopre di credere?”
Alla fine la vittoria è andata a Martina Cassai della V B del Liceo Sociopsicopedagogico con il lavoro: “Ai miei figli…”
La giuria ha scritto: “L’elaborato, ispirato alla tematica pirandelliana, descrive un percorso di ricerca personale e di cambiamento, che conduce la protagonista a prendere atto della possibilità di una nuova vita in cui si riconosce pienamente realizzata”.
Secondo posto per Giulia Biagioni della IV B sempre del Liceo Sociopsicopedagogico con il lavoro: “Come un fiore di ciliegio”. Per la giuria: un lavoro: “Elaborato meritevole per lo sforzo di ricostruzione del percorso di vita della protagonista verso il superamento della “maschera” subita per le convenzioni sociali e le situazioni familiari”.
Tra i benefit per i vincitori, quella di veder pubblicati i propri lavori su giornaledibarga.it.
Ecco il testo della vincitrice Martina Cassai.

AI MIEI FIGLI…

Mi chiamo Camilla De Cella e ho 28 anni.
Sono una persona composta, rigida e severa con me stessa, non ho mai desiderato una famiglia e ho sempre messo il mio lavoro al primo posto. Sono una dottoressa nel centro di accoglienza per il reinserimento sociale dei malati psichici del comune di San Bartolomeo al Mare da circa tre anni e, credetemi, nonostante il mio lavoro preveda il contatto con persone di indole decisamente “curiosa”, nel duemiladodici mi è cambiata la vita, grazie al paziente molto più che curioso della stanza 209.
La struttura dove lavoro non è decisamente definibile come vero e proprio “centro di salute mentale”: i pazienti vengono qui sotto consiglio del medico o di loro spontanea volontà e vivono per gran parte del tempo in tranquillità ed armonia.
Il paziente della 209 arrivò con l’inizio dell’anno, un signore di 62 anni, molto distinto e all’apparenza serio e molto pacato. Portava vestiti definibili “d’altri tempi” con tanto di bastone e orologio da taschino.
Dopo un mese di silenzio, il signore della 209, durante la cena in mensa, si avvicinò a me e con fare da vero e proprio uomo distinto decise di presentarsi. Disse di chiamarsi Vitangelo Moscarda, detto anche Gengè. Riuscì a malapena a soffocare la risata che mi stava esplodendo dentro, sapevo benissimo che si chiama Achille Vitale, ma decisi di assecondarlo: -Ma che piacere signor Moscarda, siamo più che onorati di averla come ospite nel nostro centro!- e gli sorrisi.
Da quel giorno decisi di chiamarlo comunque Gengè e di trattarlo come se fosse realmente il protagonista di Uno nessuno centomila. Fui l’unica dottoressa con cui Gengè parlò per tutto il periodo della sua permanenza al centro e avevamo instaurato un bellissimo rapporto; nelle ore di ricreazione veniva sempre a chiedermi di stare con lui in poltrona a parlare e dopo circa tre mesi dal suo arrivo decise di parlarmi del suo naso. Sapevo che quel giorno sarebbe arrivato, come poteva essere Gengè se non parlava del suo naso con qualcuno? Stetti a sentire per diversi minuti tutto il suo monologo sul fatto che si era accorto da poco che il suo naso non era del tutto dritto, e che questo aveva scaturito in lui un profondo senso di vuoto che lo aveva portato a comportarsi in maniera alquanto bizzarra, al punto di decidere di sua volontà, di ritirarsi nel centro. Fui sorpresa nel sentire che, a detta sua, aveva intrapreso passo per passo tutti i cambiamenti del Vitangelo Moscarda di Pirandello, ma probabilmente se lo stava solo inventando.
Non era la prima volta che avevo a che fare con pazienti convinti di far parte della storia di un libro, ma Gengè era diverso, lui si era talmente calato nel ruolo che lo aveva fatto suo, al punto di avere gli stessi pensieri e le stesse reazioni del personaggio che incarnava.
Il giorno dopo avermi parlato delle sue avventure venne da me mentre, davanti allo specchio dell’entrata, mi sistemavo la retina per i capelli e disse: -Signorina Camilla, i suoi capelli prendono uno splendido riflesso color rame alla luce fioca del sole che passa dalla finestra.- e se ne andò. Ma cosa stava dicendo? Sono sempre stata castana, quali riflessi color rame? Mi guardai di nuovo allo specchio spostando la retina e ruotando la testa a destra e a sinistra per vedere la riga della luce del sole illuminarmi i capelli, Gengè aveva ragione, i miei capelli non erano come sempre li avevo visti. Pensai che forse il riflesso delle luci dell’atrio all’ingresso stessero giocando un brutto scherzo mischiate alla luce diretta del sole; la sera a casa controllai il colore dei miei capelli: castani, nessun riflesso, come sempre erano stati. Avevo ragione, le luci dell’atrio riflettevano in maniera particolare sui miei capelli.
Da allora tutti i giorni, prima di entrare a lavoro, mi guardavo allo specchio dell’entrata e più tempo passava più mi convincevo che forse quei riflessi color rame tanto male non mi sarebbero stati. Decisi quindi di cambiare e mi tinsi i capelli color rame. Da quel momento sempre più frequentemente il signor Gengè mi faceva notare un qualcosa di me che avrei potuto valorizzare in altro modo. Arrivai al punto che mi ero stravolta, non sembravo più io, eppure mi sentito più viva che mai.
Il rapporto tra me e il signor Gengè si fece con il tempo sempre più forte, io continuavo ad assecondarlo nella sua follia e lui ne approfittava.
Avevo iniziato a pensare alla mia vita, avevo 28 anni e non avevo compagno nè figli (e questo aveva iniziato a pesarmi), vivevo per il mio lavoro e mi lasciavo coinvolgere nelle follie dei miei pazienti a tal punto da stravolgere il mio aspetto, ma chi ero io? Io che fino a qualche mese prima mi sentivo una donna in carriera, autonoma, che non aveva bisogno di un uomo per sentirsi bene e che tanto meno sentiva il bisogno di avere figli, quella donna che rimaneva consapevole che quelli con cui aveva a che fare erano matti, e che da matti li trattava, chi ero?
Non potevo credere di essermi fatta condizionare in questo modo da un vecchio pazzo, ero furiosa con me stessa al punto di presentarmi a lavoro l’indomani e chiedere di essere spostata di padiglione. Ottenni quello che volevo e venni spostata nel padiglione opposto a quello precedente, ben lontana da signor Vitale Achille, perchè (accidenti), era così che si chiamava!
Tornai la Camilla di un tempo, castana, rigida ma allo stesso tempo cordiale con i pazienti, senza alcun coinvolgimento di nessun tipo. Ripresi in mano la situazione e andai avanti con la mia vita.
Una mattina di Giugno mi arrivò la voce da altri colleghi che il paziente Vitale aveva avuto una crisi di nervi ed era caduto in depressione, mi dispiacque, ma decisi che non sarei andata a trovarlo, almeno per il momento. Passai tutto il giorno a pensare a lui e a cosa gli potesse essere successo, e
alla fine del turno decisi di andare a vedere almeno come stava.
Nel giro di due mesi era ridotto malissimo, aveva il viso incavato e gli occhi spenti, assenti, non sembrava più Gengè.
Decisi di andare a parlare con uno dei dottori che lo stavano seguendo, mi fu detto che avevano deciso di utilizzare una terapia d’urto per far realizzare al signor Vitale che non si chiamava Vitangelo Moscarda e che non stava vivendo in una storia di Pirandello. Ovviamente, come avrebbero dovuto aspettarsi, la realtà aveva fatto crollare i nervi del povero Gengè e lo avevano fatto cadere in una depressione che probabilmente era irreversibile.
Entrai nella stanza e dissi: -Gengè come stai? Sono io, la signorina Camilla- lui girò lentamente la testa con fatica, mi guardò e mi disse -Signorina Camilla? Gengè? Io mi chiamo Achille, tu di certo non sei Camilla, lei ha i capelli con i riflessi color rame- gli feci un sorriso e me ne andai in silenzio.
Aveva ragione, lui non era Gengè, ma io non ero Camilla, perchè la vera Camilla era quella donna piena di vita e di buoni propositi per il futuro che ero diventata dopo aver conosciuto Gengè ed essermi tinta i capelli di rosso. Avevo finalmente capito che la vita è mutevole in tutti i suoi aspetti come lo siamo noi, noi che siamo nessuno e centomila al tempo stesso; la sera rilessi il libro del grande Pirandello e come lui affermava: << Ciò che conosciamo di noi stessi non è che una parte di quello che noi siamo>>.
Poco dopo Achille morì, decise che per lui non valeva la pena vivere la vita se non poteva essere chi voleva.
Io mi licenziai, mi tinsi di nuovo i capelli e con il tempo trovai un compagno, e adesso, la storia di Gengè la racconto ai miei figli e ripeto sempre loro di essere ciò che amano essere.
Camilla

Elaborato di Martina Cassai classe 5 B LSPP Isi Barga

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Commenti

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  1. Erica Piacenza.


    Complimenti!
    Tanti tanti complimenti a Martina!Ho letto adesso il racconto e credimi/credetemi alla fine,mi sono commossa.Scritto in maniera semplice e in crescendo l’evolversi delle varie scene seguono senza interruzione e creano nella mente del lettore il globale, il completo dell’episodio.Assaporare il lieto fine e constatare il rinascere di questa “nuova” Donna, che per anni ha vissuto in vesti che nn erano sue, ma bensì in “maschere”,”involucri” ben costruiti e architettati per affrontare la realtà e con essa non scontrarcisi, mi ha rincuorato.Forse come una dei tanti pazzi leggendo mi sono riconosciuta nel personaggio .. boh, non so .. chissà .. Sta di fatto che il successo di questo racconto steso da Martina merita davvero tutti i pieni riconoscimenti del caso.Bravissima! Erica Piacenza.

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