Anche se è estate parliamo di primavera… del Rinascimento, ovviamente!

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Era uno di quegli assurdi pomeriggi fiorentini dove il caldo ti fa sentire addosso tutta la pesantezza dell’aria e, anche se sei semplicemente seduto a studiare, sembra quasi di essere un maratoneta all’acme della sua corsa sotto il sole di mezzogiorno. Come cacciatori si vaga alla ricerca dell’agognata preda e, in questo caso, essa è rappresentata da quel filo d’aria o da una bella bevanda dove il ghiaccio, delle stesse dimensioni di un iceberg, galleggia allegramente.

Ad un certo momento sento il cellulare vibrare e vedo così un’allettante offerta di Karl (Carlo lo chiamo così) su “WhatsApp”.
Karl: “Ehi ciao Fra!!! Cosa ne diresti di vederci una bella mostra e poi fare un aperitivo al solito vinaino?”
Fra: “Karl ciao! Casa mia sembra un forno! Ci sto; andiamo a Palazzo Strozzi?”
Karl: “Perfetto! Primavera del Rinascimento! Alle 18,00 lì davanti!”
Fra: “Ok! A dopo!”.

A questo punto voglio storpiare una massima di un suo omonimo vissuto qualche anno prima di noi: “Amanti dell’arte di tutto il mondo unitevi!”; eh sì perché questa volta vi porto alla scoperta di quegli anni antecedenti e imminentemente successivi all’avvento dell’Umanesimo a Firenze e mi allaccerò alla mostra vista da me e Karl: “La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460” a Palazzo Strozzi, in pieno centro della medicea città per antonomasia.

Prima di addentrarmi nella narrazione di questa bellissima mostra curata da Beatrice Paolozzi Strozzi e da Marc Bormand, rispettivamente direttori del Museo Nazionale del Bargello e conservatore al Dipartimento di Scultura del Museo del Louvre, vorrei spigare e analizzare brevemente l’etichetta storiografica “Rinascimento” dato che la visita alle sale è accompagnata da esaustive spiegazioni su ogni pezzo, e posso quindi evitare di dare doppie informazioni.

Il termine stesso, per la prima volta utilizzato da Vasari nelle “Vite”, pone già l’accento sul passaggio avvenuto dall’arte medioevale, densa di simboli e di una sua autonomia artistico-religiosa, a una dove al centro vi si pone l’uomo e soprattutto la narrazione di quel mondo visibile, riscoprendo la grandezza della classicità greca e poi romana in tutto il loro splendore, inteso dalle linee disegnative fino alla rivalutazione di tutto l’apparato letterario e filosofico. Si manifesta così la nuova tendenza o, com’è giusto definirla, moda, perché quando si parla di arte si parla di gusto e quindi possiamo azzardare nell’usare questo termine.

Bisogna però sempre fare attenzione alle linee cronologiche e alle etichette storiche: stiamo parlando di Firenze e soprattutto non dobbiamo intendere la storia dell’arte come quella disciplina fatta da tagli nozionistici e, infatti, in mostra a Strozzi viene ampiamente sottolineato l’arrivo sì delle nuove linee ma senza dimenticare la coesistenza di altri stili, espressi in città come in altri centri vicini o lontani a Firenze, i quali mantennero le eleganze del Gotico accrescendole e rielaborandole secondo le proprie competenze, usi e costumi.

Molte sono le pagine scritte dalla critica d’arte sulla periodizzazione,  e in molte di queste ci si chiede se tra Medioevo e Rinascimento vi sia stata una netta cesura e con quali le caratteristiche. Mi allaccio a quanto teorizzato da Jacob Burckhardt (1818-1897) dove egli, in “La civiltà del Rinascimento in Italia” del 1860, pone l’accento sulla discontinuità tra i due periodi sulla base di studi effettuati sull’analisi e la comparazione di società, storia, cultura e arte di questi due diversi periodi, sottolineando l’epoca come fondamenta della moderna società occidentale.

In base a quanto detto poco sopra, voglio introdurre la definizione “arte sociale”, come in Hauser, dove si prende la disciplina “Arte” non come fatto a sé stante, ma come la conseguenza e la commistione dei vari fattori determinanti il periodo in esame; più semplicemente possiamo riassumere le sue parole dicendo che l’arte è figlia del suo tempo storico, politico sociale. La tesi del Burckhardt ebbe ben presto le sue relative critiche avanzate soprattutto da Burdach (1859-1936) il quale teneva a notare nessuna rottura tra Medioevo e Rinascimento, ma un unico periodo iniziato dopo Roma.

Più recente è la visione di Eugenio Garin (1909-2004), incentrata sull’abbandono delle etichette che vedevano il Medioevo come secolo buio e il Rinascimento il secolo della luce, andando così a analizzare in blocco i due periodi ma soprattutto i passaggi e le differenze avvenute in questi secoli cercando di porre l’accento sul termine “rinnovamento” presupponendo la rivalutazione e riscoperta, ma non il totale abbandono, di quanto esisteva nei secoli antecedenti all’avvento dell’Umanesimo.

Con quanto detto sopra come base di partenza, torniamo alle sale di Palazzo Strozzi.

Il percorso espositivo, molto esaustivo, parte con la dimostrazione di ciò che l’eredità medievale e, precedentemente quella romana, portarono, coi loro background, alla formazione del movimento “Rinascimento” ma soprattutto, nelle prime sale, è spiegato come mai proprio a Firenze si venne a creare questa rivoluzione artistica il cui scopo era quello di accentare sull’eredità romana della città. Nuovi cantieri e perciò nuove architetture ricche di statue monumentali si aprirono in quegli anni e, in una sezione, si nota come la pittura, influenzata dalle nuove plastiche, fosse diventata anch’essa massiccia e di grande importanza. La ripresa del gusto della ritrattistica romana, in quegli anni si affermò anche per dare munificenza alla committenza aristocratica fiorentina attenta all’idea del bello inteso come ricerca di oggetti preziosi e raffinatissimi da esibire nelle loro magioni signorili o da offrire alla chiesa, talvolta creando dispute dotte e pure qualche contesa tra i maggiori collezionisti.

A coloro che visiteranno la mostra dico di fare molta attenzione alle forme degli oggetti, ma soprattutto a come queste, attraverso l’avvento della prospettiva, concorrono a una narrazione sempre mirata alla ricerca dell’imitazione del dato reale e tutti quegli escamotage tecnici come luci e ombre oppure, in scultura, allo “stiacciato donatelliano” che in maniera impalpabile dava l’effetto della profondità dello spazio e dell’inconsistenza dell’area facendo così muovere le raffigurazioni in uno spazio artificiale vicinissimo a quello reale.

La mostra a Palazzo Strozzi chiuderà i battenti il 18 Agosto 2013.

Informazioni
Tel. +39 055 2645155

Orari mostra
Tutti i giorni 9.00-20.00
Giovedì 9.00-23.00
Ingresso in mostra consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura.

www.palazzostrozzi.org

 

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