Valentino Moriconi, l’organo di Loppia e il suo “ingegnosamente costrutto” (prima parte)

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FILECCHIO – Valentino Moriconi, in gioventù Sergente degli Alpini ma da tutti apprezzato come appassionato corista della Pieve di Loppia, oltre ad essere suonatore e conoscitore del bell’organo della chiesa, di cui mai pago di udirne la melodia e perché non potendo portarselo a casa, ne ha costruito uno da sé per averlo sempre alla mano ogni qualvolta la passione fortemente lo chiamasse alla panchetta, a questo personaggio chiedemmo se avesse voluto dirci qualcosa dei due aspetti dell’organo pubblico che è alla Pieve e, il suo; del primo la sua storia e qualità del secondo come sia andata che lo abbia costruito e oggi, dopo diverso tempo lo ha scritto nero su bianco, come ci dice lui, però: C’è voluta la Prigionia Covid.

Così, con le parole che seguono, è giunta la sua importante e attesa missiva:

Ti mando il racconto del restauro dell’organo di Loppia e, a seguire, la descrizione del mio organo.

Sarei già contento se avrai la pazienza di leggerlo.

C’è voluta la “Prigionia del Covid” per convincermi a prendere in mano la penna!

 

Il suo scritto che si compone nei due momenti da lui annunciati, la prima parte intitolata “Ripristino dell’organo di Loppia”, mentre la seconda “Il mio organo a canne – Sogno realizzato da Valentino Moriconi”, ebbene la prima parte che è più lunga, per una più facile lettura online, si dividerà in due appuntamenti per finire con la seconda parte, che ha dello straordinario. Quanto affermato or ora al solo pensiero che senza studi appropriati ma con la sola buona volontà, Moriconi è riuscito a costruirsi un organo, ricevendo il simpatico complimento degli allora piccoli figli al momento in cui guardava contento e soddisfatto la sua pedaliera: sembra di quelle vere!

 C’è di più, però: perché Moriconi, oltre ad avere le cosiddette mani d’oro è anche un organista autodidatta, quindi, mi pare chiaro che siamo di fronte a uno di quei personaggi che hanno in sé quel qualcosa che ci stupisce e meraviglia. Allora andiamo a leggere il suo scritto, avvertendo il lettore che non vi troverà solo le vicissitudini dell’attuale organo e il suo valore tecnico, ma gli si aprirà di fronte anche un interessante spaccato circa la vita della Pieve negli ultimi 60-70 anni.

Aggiungiamo solo che alla ricostruzione storica dell’attuale organo fatta da Valentino Moriconi, chi volesse approfondire e andare maggiormente indietro nel tempo, alla storia di un precedente organo che era alla Pieve, gli consigliamo di leggere anche un articolo presente su questo sito che realizzò Renzo Giorgetti, uno storico di organi, campane e orologi da torre, scomparso or sono pochi anni fa, cui invio il mio personale e riverente pensiero. Il titolo del lavoro di Giorgetti è: Storia di tre organi nel territorio di Barga, articolo qui edito il 12 febbraio 2015.

 

Ripristino dell’organo di Loppia.

Racconto secondo i ricordi di Valentino Moriconi.

Organista autodidatta della Pieve di Loppia dal 1956.

Nell’estate del 1951 entrò come pievano di Loppia Don Giuseppe Bonci.

Io avevo tredici anni e conoscevo solo una composizione musicale “Pietà Signore” di Stradella, l’avevo imparata a memoria perché mi piaceva. Nella Pieve c’era molta festa per l’ingresso del nuovo pievano, che fu accolto, dopo tanti mesi di attesa, molto calorosamente dalla popolazione.

Qualcuno mi portò in cantoria, mi disse di suonare l’organo e, mentre in chiesa si svolgevano le cerimonie, io suonai per una diecina di volte “Pietà Signore”; non sapevo altro.

Penso che quella sia stata l’ultima volta che è stato suonato l’organo nella sua collocazione originale. Qualche tempo dopo, con molte discussioni ed anche disapprovazioni, fu deciso con le Belle Arti, di riportare la Pieve di Loppia all’austerità del suo carattere romanico.

Furono demoliti gli altari laterali. Fu tolto il pulpito di legno appoggiato alla colonna, a destra, guardando l’altare. Anche i panconi del coro che dividevano il Presbiterio dal resto della chiesa, furono eliminati.

Fu rifatto il pavimento perché quello vecchio, in mattoni quadrati di terra cotta, erano scavati, consunti dall’uso e dal tempo.

Purtroppo fu demolita anche la cantoria, molto spaziosa, che si estendeva dalla porta d’ingresso per tutto il primo arco, fino alle prime due colonne. L’organo che vi era posizionato sopra, venne smontato e le parti vennero stoccate a caso in varie parti della canonica.

All’organo non pensò più nessuno e se ne perse anche il ricordo.

 

Nel 1978, pievano Don Giorgio Pisani, una mattina dopo la Messa, non ricordo per quale ragione, salii per la prima volta nella soffitta della sacrestia di Loppia. Lo stanzone era pieno di cimeli, antichi e meno antichi. Appoggiate diritte in un angolo, c’erano tante canne d’organo, assai grosse, lucide di stagno: erano un po’ ammaccate ma in buono stato; per terra, lì vicino, alcuni scatoloni, residuati bellici, in cartone molto robusto, usati dagli Americani per imballare le scatolette di carne e fagioli per l’esercito. Gli scatoloni erano pieni di canne d’organo, nere, di piombo, di varie misure, ammucchiate alla rinfusa.

Erano tutte schiacciate per il loro peso e forse anche per altre ragioni. C’erano anche tante altre strane canne, alcune lunghe più di un metro, a imbuto, fatte di lamiera zincata. Presi tre o quattro cannine di piombo, le portai a casa con l’intento di raddrizzarle ma vidi che potevo provocare più danni che cosa utile. Riportai le cannine al loro posto.

Poco tempo dopo Don Giorgio fu trasferito a Marina di Pisa e a Loppia subentrò, come pievano, Don Giuliano Catarsi.

Subito, nella prima conversazione che ebbi con lui, raccontai di quelle canne d’organo presenti in soffitta. Don Giuliano mi promise che ci avrebbe pensato.

In seguito andammo insieme in soffitta, trovammo, oltre alle canne, anche la tastiera in buone condizioni; la pedaliera completamente distrutta dai tarli; la rastrelliera dei registri con scritti i nomi degli stessi registri dei quali era fornito l’organo.

Mancavano troppe cose: cominciò la caccia al tesoro.

In cantina trovammo il mucchio delle canne di legno della pedaliera e della prima parte bassa della tastiera.

Sotto la scala che porta alla vecchia canonica c’era un pollaio e lì rinvenimmo una grande tavola di un centimetro di spessore, con tantissimi fori di vari diametri, in file parallele; la portammo nella saletta della vecchia canonica: era un manufatto misterioso.

Mi resi conto che non sapevo nulla di come sono stati fatti gli organi a canne; allora mi procurai un libro “L’organo Italiano” di Corrado Moretti e studiandolo, cominciai a capire quello che avevo trovato e ciò che mancava: la cosa più importante, il cuore dell’organo, il somiere (nome che forse deriva dal fatto che sostiene il peso di tutte le canne) distribuisce l’aria a tutte le canne che l’organista vuol far suonare.

Ritornammo nel pollaio e sotto varie cose vedemmo un grosso e pesante tavolone. Con l’aiuto di più persone, lo portammo nella solita saletta: era completamente ricoperto di guano di gallina; i canali sotto il tavolone, pieni di gusci d’uovo, di noci, nocelle e bucce di castagne.

Mario Pieroni di Filecchio mi mise a disposizione un piccolo compressore d’aria ed io, armato di spatola e pennello, cominciai l’opera di pulitura. In quei trenta anni che il somiere era rimasto lì, nel pollaio non c’era mai piovuto; trovai il legno sano e integro: pensai che il lavoro naturale di anni delle galline avesse creato sul legno come una pellicola protettiva, una vernice che aveva salvato il somiere dal degrado e dai tarli.

Una volta ripulito, il somiere si presentava bene; non mostrava segni evidenti degli affronti subiti in trenta anni di convivenza con le galline.

Chiamammo per un consulto il Maestro Sandretti, unico diplomato all’epoca in organo nella Valle del Serchio. Sandretti studiò a lungo il somiere, poi disse che secondo lui, il costruttore era Domenico Pucci di Lucca. In seguito avemmo la conferma che il Maestro Sandretti aveva visto giusto: in una zona nascosta del somiere “La Secreta” c’era la scritta “Domenico Pucci organaro in Lucca fece l’anno 1843/45”.

La persona che commissionò la costruzione dell’organo di Loppia al Pucci, era uno che sicuramente si intendeva sia di musica che di organi.

Nella nostra zona e anche in tante altre parti d’Italia, usava, per i piccoli organi delle nostre chiese, costruire strumenti possibilmente economici: organi con la prima ottava corta e una piccola pedaliera scavezza, voleva dire che la prima ottava bassa della tastiera era priva del DO# (diesis), Re#, Fa# e Sol# e allo stesso modo nella pedaliera.

Ciò comportava un risparmio di cinquanta e più canne di grosse dimensioni ma anche la difficoltà per gli organisti nell’eseguire musiche che di solito prevedevano la presenza di quelle note.

L’organo di Loppia ha la tastiera e la pedaliera cromatiche, cioè con tutte le note che le tastiere corte avevano eliminato.

Passando al somiere, in quel periodo i somieri venivano costruiti in due maniere: somieri a vento e somieri a tiro.

Nella prima fase di costruzione i due somieri sono simili: un tavolone composito, lungo come tutto l’organo, con parte inferiore di tanti canali stagni all’aria, divisi da stecche di legno, quanti sono i tasti della tastiera. Nell’organo di Loppia ci sono cinquantaquattro tasti quindi altrettanti canali Do1/Fa54.

All’entrata dei canali, grandi tappi di legno, guarniti di pelle, che si chiamano ventilabri, impediscono l’entrata dell’aria del mantice nei canali stessi.

Tramite rinvii in filo di ferro o di ottone, ogni ventilabro è collegato a un tasto e questo meccanismo si chiama “CATENACCIATURA”. Premendo un tasto si apre il ventilabro corrispondente e l’aria del mantice entra nel canale di quella nota; rilasciando il tasto, una molla richiude il ventilabro.

Da questo punto in poi le due forme, a vento e a tiro, si differenziano.

Nel somiere a vento in ogni canale sono praticati tanti fori quanti sono i registri e su ogni foro viene posizionata la canna relativa a quella nota.

Sopra il somiere, fermata a una certa distanza, c’è quella grande tavola con i fori di vari diametri, che serve a tenere diritte le canne “Il Crivello”. Ogni foro nel canale è chiuso da un tappo di legno con molla, guarnito di pelle: con il registro si apre tutta la fila dei tappi, uno per canale, di quel registro, “i ventilabrini”.

Con questo sistema non c’è dispersione di aria che trova la strada aperta solo per andare a suonare le canne del registro che l’Organista ha scelto.

L’organo di Loppia ha il somiere a vento.

Nel somiere a tiro per ogni canale sono presenti i soliti fori di uscita dell’aria per ogni registro come nel somiere a vento ma non ci sono i “ventilabrini”. Le canne, invece di essere posizionate direttamente sul foro di uscita dell’aria dal somiere, sono distanziate da una stecca di legno con i fori corrispondenti ai fori del somiere. Quando i fori corrispondono, l’aria attraversa la stecca e va a far suonare la canna; se la stecca viene spostata (aTiro), i fori vengono tutti occlusi e il registro non suona più.

Il problema principale deriva dalla stecca che, essendo di legno, ha bisogno di una certa tolleranza per poter scorrere anche in presenza di un po’ di umidità e questo comporta la possibilità di filtrazioni di aria che, specialmente in prossimità delle cannine più piccole, può generare piccoli suoni chiamati “strasuoni”.

Gli organari cercavano di ovviare a questi difetti con canalizzazioni che indirizzavano le perdite d’aria dove non provocavano danni. (fine della prima parte: continua)

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