Giorno della memoria… destini incrociati. I coniugi suicidi per sfuggire al campo di sterminio

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BAGNI DI LUCCA –  Destini incrociati…. Questa è una storia dimenticata. Dal tempo, dalle circostanze, dalla vita. Ma io l’ho ritrovata.

Da bambino abitavo a Bagni di Lucca, località Ponte a Serraglio, poco prima di “Villa Fiori”.

Con gli altri ragazzini giocavamo liberi per le strade, tranquilli; negli anni ’60, quando sulla S.S. 12 “Del Brennero” passava un auto era ancora un avvenimento. Ci conoscevamo tutti. Le donne e le ragazze passavano i pomeriggi a “pittare” a mano sterminate file di statuine di gesso del presepe. Con un pennellino in mano, passavano da una figurina all’altra, dipingendo i particolari che facevano di ogni statuetta, nelle varie dimensioni, un opera d’arte; iI mantello azzurro della Madonna, gli occhi di San Giuseppe, la ferita rossa del costato di Gesù…

La nostra casa era una piccola villetta, al civico 112, sulla sinistra andando verso il Ponte, prima di Villa Fiori. Era utilizzata come caserma al Distaccamento di Polizia Stradale della Sezione di Lucca, presa in affitto dal Ministero dell’Interno. Noi abitavamo in un’ala della stessa, destinata ad alloggio di servizio del Comandante, mio padre.

Al piano superiore alcune camere per i poliziotti scapoli, al piano terreno l’ufficio, nell’interrato il garage con schierate le 8 Moto Guzzi 500, il “Falcone”, e la potente Fiat Campagnola, con il lampeggiante azzurro e la radio! L’odore di benzina era inebriante. Nel corridoio le uniformi appese, i cinturoni con le pistole, la paletta rossa… Un mondo affascinante per un bambino!

Ogni mese veniva a riscuotere l’affitto il proprietario della villetta, il signor Barsi che aveva lì vicino anche un albergo ristorante, il Corona poco distante da noi.

Nei ricordi di un bimbo di 7 anni, che faceva la prima elementare alle “Ferretti”, i racconti, tristi e misteriosi, ascoltati dalla gente del posto, in merito a un fatto luttuoso avvenuto nella nostra villetta, durante gli anni di guerra, al civico 112.

 

7 Dicembre 1943. Bagni di Lucca.

La località era stata scelta per “ospitare” gli ebrei internati, in attesa di andare poi, nei campi di concentramento, quelli veri, per la soluzione finale…

Le Camice Nere di Lucca assicuravano la sorveglianza, compito peraltro assai facile, perché si trattava di persone tranquille, famiglie intere che era state alloggiate presso alcune strutture alberghiere della zona, a spese della Prefettura di Lucca; in particolare erano alloggiati in alcune pensioni a Bagni Caldi, una località più a Nord. Le famiglie internate più benestanti e che avevano una capacità finanziaria, potevano alloggiare, a loro spese, in abitazioni private in affitto, sempre sono stretta sorveglianza delle CC.NN. di Lucca.

Tra loro, una coppia di coniugi apolidi, fuggiti dalla Germania in seguito alle leggi razziali, il signor Bernardo Sternefeld di 45 anni, nato a Vienna e la moglie, signora Giovanna Wiel, sempre di Vienna, della stessa età. Avevano preso in affitto dal signor Remo Barsi, il proprietario dell’Hotel Corona, la piccola villetta al civico “nr. 112”.

Vivevano in maniera semplice, vendendo un po’ di biancheria fine, man mano che la necessità imponeva, senza recar fastidio e osservando scupolosamente, come tutti, i dettami imposti dal regime; ritiro ad una certa ora, presentazione all’Autorità locale di PS firma del registro, ecc..

Il tempo passava e la situazione politico militare precipitava rapidamente. Verso gli inizi di dicembre del 1943, cominciarono ad arrivare sentori di un prossimo trasferimento presso il meno accogliente e più tragicamente noto campo di concentramento in Polonia, Auschwitz.

Per questo motivo, per la stanchezza di una vita negata, per la cattiveria degli eventi, i due coniugi presero la loro ultima decisione. Non sarebbero saliti sul quel carro ferroviario, insieme a tanti altri, tante storie di vita negata.

No.

Sarebbero rimasti a Bagni di Lucca. Definitivamente.

 

Brevemente i fatti che riprendo, ritrascritti, grazie alla precisa opera di informazione e divulgazione della memoria offerta dalla rivista “Documenti e Studi” edita dall’ I.S.R.E.C di Lucca, nel numero 27/28 del Dicembre 2006 .

La sera del 3 dicembre 1943, i due coniugi, dopo aver preso congiuntamente la estrema decisione, si ritiravano nella camera da letto della villetta al “112”, e dopo aver scrupolosamente sigillato con stracci e indumenti la porta e le finestre in maniera ermetica, lasciavano accese due bacinelle con dei carboni, per riscaldare la stanza.

A Bagni di Lucca, a dicembre, fa freddo.

Si distesero sul letto, insieme, e così li ritrovò, due o tre giorni dopo… il Maresciallo Maggiore Adolfo Mascolo, Comandante la locale Stazione dei Carabinieri di Bagni di Lucca, che in uno scrupoloso rapporto, il nr. 65 del 8 dicembre 1943 inviato al Procuratore di Stato di Lucca, al Comando Tenenza Carabinieri di Lucca e per conoscenza alla Questura di Lucca, racconta dettagliatamente le modalità del rinvenimento dei due corpi.

Il rinvenimento in effetti avvenne il 7 dicembre, verso le ore 14, 30 dai Carabinieri, allertati dal proprietario sig. Barsi che da due o tre giorni non vedeva più i due coniugi…

Li ritrovarono sul letto, abbracciati. Morti per avvelenamento da acido carbonico.

La rivista Documenti e Studi molto precisa e dettagliata, riporta in copia anche i vari verbali di constatazione, i certificati degli Atti di Morte, la prima segnalazione per fonogramma, l’inventario dei beni, e una lettera in tedesco, rinvenuta in un locale fuori la camera.

Fu fatta tradurre dal comandante della Gendarmeria tedesca di Bagni di Lucca.

“…dopo che siamo stati tre anni e mezzo internati, deve colpirci un altro destino, più duro del primo: perciò vogliamo finire questa vita. Quel che si trova in nostro possesso è roba da noi aspramente ( forse duramente -traduz- …) guadagnata, poi abbiamo sempre vissuto con onestà. Dopo che dobbiamo ora perdere l’ultimo – già molto abbiamo perduto –  facciamo finire gli schianti. Alle autorità che sino ad oggi ci hanno trattato con umanità siamo riconoscenti.

Bernard e Giovanna Sternfeld.

Mio fratello Siegmund Sternfeld, internato in Pianella (Ferrara), lo preghiamo di avvertire dell’accaduto.

Impressionante.

La serenità e la lucidità, la forza di non imprecare contro chi li ha portati verso questo destino atroce, le Autorità (in maiuscolo- !- nel testo originale) alle quali sono riconoscenti per il trattamento di “umanità”…

I loro corpi furono tumulati nel piccolo cimitero all’inizio di Bagni di Lucca sulla Lima.

Piccole note storiche: il fonogramma di segnalazione è redatto da Lucca dal S. Ten Giuseppe Giusti Comandante la Tenenza dei CC di Lucca (senza ormai l’aggettivo “REALI”), in data 8 Dicembre 1943 X.X.I.I. (anno dell’ Era Fascista); il rapporto dei CC di Bagni di Lucca, riporta semplicemente la data, senza la indicazione cardinalizia dell’E.F.

 

Ma le tragedie non son mai in un atto solitario… Destini Incrociati.

Il fratello Sigmund Sternfeld, al quale è destinata l’informazione della morte, vive anch’egli internato, a Pianelle (Pescara) con la moglie Rosa Steimer; in seguito ad una delazione, si suicideranno anche loro il 31 marzo del 1944, per sfuggire alla cattura e al successivo concentramento presso il campo di Fossoli ( MO). Si daranno la morte, anche essi abbracciati sul letto, con un potente veleno.

Nelle foto Rosa Steimer e Sigmund Sternfeld

 

 

 

 

Il 27 gennaio prossimo ricorrerà il Giorno della Memoria, data internazionale per ricordare le vittime dell’Olocausto.

In vista di questa giornata l’amico Vittorio Lino Biondi ci ha inviato questo scritto intenso che racconta di una vicenda umana che si è svolta qui vicino, a Bagni di Lucca. Una vicenda di amore e di morte che tocca il cuore. E’ una storia triste, dura ed insieme bellissima quella di Bernardo e Giovanna che in questi giorni della memoria meriterebbero forse di essere ricordati da quella comunità che li vide proitagonisti di un gesto così estremo quanto forte e di denuncia verso un orrore che non aveva fine.

La proposta che ci sentiamo di suggerire all’amministrazione comunale di Bagn i di Lucca, a cui non manca certo la sensibilità necessaria, è di pensare in questi giorni per loro ad un gesto semplice ma significativo; porre una targa su quella villetta dove vissero in quei giorni e dove morirono insieme in uno straordinario gesto di amore, per opporsi all’orrore, al degrado, al dolore ed al terrore della deportazione. Per dire, a modo loro, no.

(gdb)

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