Come visse Barga l’immane tragedia della campagna di Russia

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A MIO ZIO GIULIANO(Disperso in terra di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale e che mai conobbi.)La mia animaSciogliesiTra le affettuose righeCòlte nell’immoto Dei ricordi.Caldo e calmo è quel soleTornato a parlarmiCon voci amateO che vidi fremereD’infinità Pietà.Insieme carezziamoQuegli immaginati sogniColmi d’azzurroE di occhi lontani.Nel mentre piovono su di noiBalenii d’agostoChe s’infrangonoIridescenti d’amore.Dedico questo più che modestissimo opuscolo, alla memoria di tutti quei Giovani che dal Comune di Barga presero parte alla tragica campagna di Russia del 1941-43. Particolarmente ai tantissimi, troppi, che non poterono far ritorno alle loro case; nella maggior parte dati per dispersi.Ovviamente un pensiero particolare lo rivolgo allo zio Giuliano Cecchi (solo a scriverne il nome mi vengono i brividi) che seppur non ho mai conosciuto sento in me tra coloro a cui dono e donerò infiniti attimi di memoria.Nel momento mi corre il dovere di ringraziare Luca Galeotti per aver accolto nel “Giornale di Barga” l’idea di ricordare quei Giovani, la cui memoria ci auguriamo possa vivere alla chiesina degli Alpini alle Palmente, e naturalmente per avermi sollecitato la presente ricostruzione storica, pubblicata poi sul sito Internet de’ “Il Giornale di Barga Online”, che se ha tutti i limiti del mio povero intelletto, non ha certamente quelli del cuore. Grazie!Pier Giuliano CecchiPREMESSADa bimbo son cresciuto con nelle orecchie un continuo rimprovero: “Non lo sciupare quel pane! Se l’avessi avuto io in tempo di guerra”. Queste le parole che la mamma ripeteva a me e alle mie sorelle ogni qual volta si tendeva a giocarci, facendone delle pallottole o buttandolo senza rispetto.A me nato nel quasi immediato dopoguerra, quei savi ammonimenti materni, al di là dell’ovvio, mi infondevano dentro un vago senso di sofferenza, anche perché uscendo per strada non mancavano le occasioni di vedere tante case ancora distrutte da quella parola: guerra, detta e ridetta quasi ad insegnare cosa volesse dire. Un insegnamento che si protraeva nei racconti che facevano i miei genitori di tante di quelle vicende che loro, o altri, avevano vissuto in quel tragico periodo. Racconti quasi giornalieri, che col tempo andarono diradandosi man mano che si allontanavano nella loro memoria per far posto ad altri avvenimenti, belli o ugualmenti tristi, quest’ultimi scontati se la ruota della vita gira giusta – ma non lo furono tutti -.
Per noi quei loro ricordi erano quasi come favole – a quell’età non si ha l’esperienza del cocente e pressante dolore morale di un ricordo che taglia in due l’anima – tutto si viveva, protetti dagli affetti, nella proiezione del bello e del buono che la vita offriva, però qualcosa entrava…. silentemente entrava….e così iniziava a prendere forma quella vaga sensazione di sofferenza che dicevo e che in me si acuì con quanto dirò.
Un giorno, mentre la mamma e il babbo stavano parlando tra loro, sentì nominare il mio nome unito strettamente ad un altro che percepivo appartenere alla stessa persona ricordata in quel momento. Il fatto che non mi stessero guardando e da quel lungo e inconsueto sospiro del babbo capì che non stavano parlando di me. Incuriosito mi disposi all’ascolto e così incominciai a sapere che uno zio, fratello del babbo, che si chiamava come me Giuliano, però detto Pietrino, era stato vittima di quella guerra, ma non era morto, era disperso in Russia: “Eh! che vuoi farci; è vero, non si può mai dire. Ma è morto…..chissà come….. ma è morto”.
Ripensando a quelle parole, sentite ripetere poi decine di volte, a quel dubbio di vita che portava con sé la parola disperso, mi pareva di vedere un boia che non si decideva mai a far scendere l’ascia sul collo del condannato.
Quando poi la nonna paterna Andreina, con la morte del nonno Egidio e del figlio Luigi che era scapolo – siamo nei primi anni ’60 – venne a vivere con noi, il ricordo di quel figlio tragicamente disperso in Russia si riaffacciò con più continuità e morta lei, in tutti i discendenti quell’ “ascia” non accenna a calare.
Di queste e altre drammatiche storie di guerra, vissute nel lutto di ogni nazione e dai familiari nel ricordo di uno o più congiunti che non poterono riabbracciare, nel caso senza neanche sapere dove porre un fiore, ne è tristemente piena la Terra in ogni suo remoto angolo, però ovunque ce n’è sempre qualcuna più drammatica delle altre. Nell’Italia del 1900, per la grandissima perdita di vite umane, lo fu il sia pur vittorioso primo conflitto mondiale e poi la disgraziatissima Campagnia di Russia del 1941-43, che seppur letta nel nostro racconto col binocolo rovesciato su Barga, nei particolari che rievocheremo è comunque comune a tutte le sofferenze di tantissime famiglie italiane, della nostra provincia e della Valle del Serchio in particolare.

DECINE DI GIOVANI BARGHIGIANI PARTONO PER IL FRONTE RUSSO
Per introdurci velocemente nelle vicende della Campagnia di Russia intanto osserviamo che la storia della II Guerra Mondiale ci racconta che l’Italia, dopo un breve periodo di indugio e seguendo l’istintiva aggressività radicata nel suo Governo, visti i rapidi successi belligeranti e conquistatori dell’alleata Germania nel “patto d’acciaio”, decise che di quella guerra era suo dovere esserne protagonista a tutto tondo. Diversi fronti si aprirono nel Mediterraneo, tra cui quello Russo ai primi del luglio 1941, con l’invio di un corpo di spedizione, il CSIR., a rinforzo, seppur non richiesto espressamente, delle truppe tedesche.
L’impresa italiana si mostrò subito difficile per la scarsità dei mezzi a disposizione in tutti i sensi, comunque fino ai primi dell’autunno di quell’anno le cose andarono nel verso desiderato. Poi, con l’entrata in campo del “Generale Inverno” le cose si complicheranno a dismisura, sia militarmente, come per i numerosi congelati.
Il comando tedesco nel febbraio del 1942, questa volta espressamente, vista la decimazione del suo esercito, si parla di 800 mila soldati, si trovò nella condizione di dover chiedere rinforzi all’Italia e il nostro Governo decise di costituire un Corpo d’ Armata con le divisioni Ravenna, Sforzesca, Cosseria e Vicenza, alla quale se ne unirà un secondo composto dalle divisioni alpine Julia, Tridentina e Cuneense, entrambe le armate a formare l’ARMIR – Armata Italiana in Russia – in tutto 220.000 uomini.
La costituzione dell’armata alpina con le sopraddette divisioni mise in allarme ogni famiglia della Valle del Serchio. Infatti la divisione Cunueense, comandata dal gen.le Emilio Battisti e composta dal I° e II° reggimento alpini, dal IV° reggimento artiglieria alpina e dal IV° misto genio, reclutava i suoi soldati, gli alpini, anche nella nostra provincia e tantissimi erano quelli della Valle, ovviamente anche di Barga, raccolti nel II° reggimento, soprattutto nei battaglioni Dronero e Saluzzo, l’altro era il Borgo San Dalmazzo. In loco fu subito chiara l’idea di cosa stesse per dire realmente il fronte russo.
Non dimentichiamo che su quel fronte, dalla Valle del Serchio arrivarono anche altri soldati reclutati sotto altre insegne militari, ma la stragrande maggioranza avevano la penna nera sul cappello della divisione Cuneense. Qualche alpino forse appartenente anche alle altre divisioni sopra ricordate.
Puo’ darsi che qualche giovane di Barga fosse già stato impegnato in Russia nel 1941, anche se numericamente ben poca cosa rispetto a quanto si prefigurava ora e comunque, al di là di ciò che avrebbero potuto far sapere circa la reale situazione e le difficoltà di quel fronte, ai Barghigiani non mancavano le notizie aggiuntive, anche a quanto divulgava la radio nel bollettino di guerra, grazie soprattutto alle puntuali informazioni di “Radio Londra”, il cui ascolto, seppur proibito perché organo d’informazione nemica, segretamente riuniva i più coraggiosi col fiato in gola. Alla luce di quanto trapelava in riferimento al pericolo e alle sofferenze che andavano ben al di là degli evidenti pericoli che ogni guerra porta con sé, la notizia dell’invio in Russia della Cuneense certamente fece presagire ai Barghgiani che il peggio stava per venirgli incontro e lo sgomento avvolse un po’ tutti. Diverse famiglie avevano già un figlio impegnato in guerra, ma ora si prospettava un massiccio prelievo dei loro giovani da inviarsi su quel temutissimo fronte in odore di poca salute militare, il quale, oltre al fuoco nemico, per le temperature invernali più che proibitive valeva a dire morte quasi sicura.
La Cuneense era già stata impegnata sul fronte greco e in Italia, per rinforzarne i ranghi si dette il via e con celerità al prelievo dei giovani di leva della classe 1922. Per esempio, tra questi mio zio Giuliano Cecchi di Barga, che agli inizi del luglio del 1942, tornato a casa in licenza con le insegne del Savoia Cavalleria, durante quei giorni di riposo coi suoi cari, vide affacciarsi alla porta di casa i carabinieri che gli comunicarono che doveva fare immediato rientro al reggimento perché lo aspettava la partenza per il fronte russo aggregato alla Cuneense.
Nella famiglia dei nonni Egidio e Andreina fu veramente un giorno di lutto, aggravato da una particolare circostanza. Infatti un altro figlio, Quinto, alpino della Cunenese, aveva scampato quel terribile fronte, ma comunque non quello greco, perché sposato con una figlia nata nel 1939. Lo spettro si era allontanato di poco e riapparve con tutto il suo ghigno che gela.
Per cercare di capire il grado di conoscenza e cosa volesse dire il fronte russo, a seguire, trascrivo un breve messaggio che lo zio Giuliano scrisse dietro ad una fotografia che lo ritrae assieme a dei commilitoni dopo il forzato rientro al Savoia Cavalleria e che inviò ai genitori nell’attesa della partenza per la Russia: “Vostro figlio che sempre vi ricorda. Saluti e baci. Lì 22- 7- 42….. Addio!
La partenza delle truppe alpine della Cuneense, caricate su “le tradotte” ferroviarie, iniziò a scaglioni il 27 luglio di quel 1942. Giunti in Russia, per l’impossibilità di praticare le loro ferrovie e sprovvisti quasi del tutto di mezzi di locomozione, furono scesi e costretti a raggiungere il fronte a piedi con marce a tappe anche di 40 chilometri al giorno.
Cosa accadde dopo, specialmente dopo la battaglia di Stalingrado che segnò la disfatta tedesca, è ormai patrimonio di tutti e non ci soffermeremo a descriverlo. Diremo soltanto che tra l’11 e il 15 dicembre 1942 ci fu lo sfondamento da parte dei Russi del fronte italiano attestato sul Don. Gli alpini vengono accerchiati per centinaia di chilometri alle loro spalle. Il 17 gennaio 1943, a sera, ha inizio il calvario della ritirata della già decimata Cuneense, che con le altre Divisioni dovette passare sotto le “forche caudine” dei Russi con la perdita, per il freddo e i vari combattimenti, della quasi totalità dei suoi alpini rimasti. Il 27 gennaio, presso Waluiki è fatto prigioniero dai Russi il generale comandante della Cuneense Emilio Battisti. Gli ultimi gruppi dei suoi alpini sopravvissuti tentano di resistere il giorno 28, assieme ai resti del battaglione Mondovì, accogliendo a fucilate la Cavalleria Cosacca, poi la fine. Con questo ultimo atto, tra morti e prigionieri, cessa di esistere la divisione Cuneense.
Il 7 marzo ebbe termine la ritirata, col ritorno in Italia dei pochissimi superstiti di quella immane tragedia.
Se noi scorriamo l’elenco dei barghigiani caduti e dispersi in Russia, vediamo che dei 69 nomi della lista ben 57 riportano come ultima data della loro “vita” il 31 gennaio 1943, per altri cinque è compresa invece tra il 15 e il 29 gennaio. Quella data del 31, raffrontata con l’ultimo atto di guerra della divisione Cuneense, che la storia ci dice avvenuta il 28, Waluiki, senz’altro gli fu attribuita dopo aver riscontrato la loro assenza ad una certo conteggio, quindi da ritenersi convenzionale.

LA SOFFERENZA DELLE FAMIGLIE DI BARGA NELLE PAROLE DI UN ATTENTO TESTIMONE OCULARE: BRUNO SERENI
Tornando al clima che si respirava a Barga in quegl’anni di guerra; l’angoscia che provarono tante famiglie; la disperazione che serpeggiava al pensiero di quei tantissimi giovani figli che si sarebbero trovati a combattere una disperata battaglia nella battaglia, quella della loro sopravvivenza al di là del piombo nemico; per descrivere quale sia stato lo stato d’animo d’ognuno e di tutti, ricorriamo alle parole di un attento testimone oculare di quei giorni: Bruno Sereni, il futuro fondatore e direttore de’ “Il Giornale di Barga”, il quale nel libro “Barga nella lunga estate del ’43”, edito nel 1974, ce ne offre un interessante spaccato nelle varie citazioni sull’argomento sparse qua e là nel lungo racconto del libro e che ho raccolto qui sotto.
“1942 – Ora si avvicinano i Santi, le famiglie che avevano figli e fratelli in Russia, pensavano con tristezza al lungo inverno, alla neve, che li attendeva. Sulla riva del Don – di Barga – nella Cuneense, vi erano un centinaio, tutti delle classi giovanili.
I familiari incontrandosi per strada o nelle botteghe, con facce lunghe si domandavano: Ha scritto il Gianni? Che fa il Beppe? Che dice il Togno?
(…………………………)
A Barga, la perdita dell’Africa era una cosa scontata. La gente si andava rassegnando al peggio, senza neanche avvedersene. Le preoccupazioni maggiori erano per i figli, i fratelli, gli amici in Russia. Dal momento in cui ebbe inizio la battaglia di Stalingrado, l’assillo quotidiano, diventava lancinante.
Non ritornano più, non ritornano più – pensava la gente senza dirlo.
(…………………………)
La veglia si svolgeva attorno agli apparecchi, ascoltando la serale conversazione del Colonnello “Buona sera”. (n.d.r.- Radio Londra, il colonnello era Stevens) Finita quella cominciavano i commenti.
Era il fronte del Don che sgomentava ed atterriva la gente in ascolto.(…..) Lassù c’era molto più freddo che a Barga.(…..) Dal mese di novembre dalla Russia a Barga non era più giunta una lettera. Il Colonnello informava che le divioni italiane erano accerchiate in una immensa sacca, grande quattro provincie della Toscana.
Alle donne cascavano goccioloni giù per le gote, gli uomini soffiavano in silenzio, sussurrando per non farsi sentire: che tragedia! Che tragedia!
E venne Natale(…..) Nel canto liturgico la gente sciolse il proprio aggrumato dolore, sentendosi trasportata al di là degli immediati affanni(…..) adesso orava: Dio misericordioso, abbi pietà di noi. E pensava ai figli, ai fratelli, ai fidanzati, agli amici, assiderati nelle steppe della sconfinata Russia:
(…………………………)
E passarono anche le feste di Capo d’Anno e di Epifania. Dal fronte russo nessuna notizia epistolare. – Allora è vero che i nostri sono accerchiati. Il Colonnello non racconta balle – diceva la sera a veglia, la gente sempre più impensierita.
Bruno Sereni, continuando nel racconto di quegl’anni, soffermandosi a quando fu assunto in una ditta che lavorava nel settore della legna in qualità di “scrivano”, nome con cui lo presero a chiamare tutti quei boscaioli con cui entrava in contatto, narra ora di quando un teleferista, che aveva un figlio in Russia, un giorno lo invitò a desinare : “Attorno alla cucina vi erano tre bimbetti e una ragazzina sedicenne. Avevano sguardi allupati. Un cane bastardo, accucciato al focolare, era talmente magro che gli si vedevano le costole.(…..) Sulla mensola della cappa del camino c’era una fotografia sorridente del primogenito nell’agghindata uniforme di alpino. Aveva lo sguardo fiero, soddisfatto della divisa e del cappello con la penna fuori ordinanza lunga venti centimetri.
L’Andrea, disse il teleferista, è un bel po’ che non iscrive, per via che adesso con la neve, la posta dalla Russia è inceppata. Nell’ultima lettera chiedeva gli mandassimo i suoi calzettoni di lana di pecora, gli avrebbero fatto comodo.
La moglie guardava la fiamma, ascoltava e non diceva parola. Nel sentirlo parlare del figlio come fosse a due passi da casa, dei calzettoni, della posta inceppata, mi venne una strizzata dentro che mi bloccò la digestione.(…..) Che avete scrivano, non vi sentite bene? Chiese il teleferista.
Non è nulla Girolamo. Mi sono abbuzzato di pane, camminando aggiù passerà.(…..) Prima di uscire diedi uno sguardo alla foto del giovane alpino che continuava a sorridere da oltre tomba.
(…………………………)
Il 6 marzo a Gomez in Russia, ebbe inizio il rimpatrio a mezzo di tradotte dei resti del corpo di spedizione, 30 mila uomini dei 200 mila. Giunti in Italia con grande segretezza, furono avviati ai campi contumaciali per essere riverniciati, prima di rimetterli in circolazione.
Con l’arrivo a Barga dei superstiti deo “200 mila”, cominciarono a circolare brani d’impressione narrate, dalle quali, la gente apprese raccapriccianti particolari, degli assiderati durante la ritirata, di quelli ch’erano impazziti, di quelli stanchi e sfiniti che si lasciavano morire ai cigli delle piste, dei feriti abbandonati i cui lamenti si continuavano a sentire da lontano, dei tedeschi che rubavano agli italiani camion, muli, viveri, benzina. Erano racconti che la gente stentava a credere ed in seguito vennero tutti confermati dai libri di ricordi che vennero poi pubblicati.
A Barga nella primavera del 1943 non si parlava altro che della Russia, della ritirata e dei rimpatriati. Era una spasmodica ricerca di notizie. Gli assenti erano molti. Morti? Dispersi? Prigionieri? Chi lo sa? I mancanti all’appello erano tutti alpini della Julia, della Tridentina, della Cuneense. Come si spargeva la vociata che a Renaio, a Montebono, alle Seggiane, era rientrato uno dalla Russia, dopo aver fatto quarantena, i familiari degli assenti correvano là.
Tu eri nella stessa compagnia del mi’ Alfredo, del mi’ Togno, del mi’ Gianni……Quand’è che vi siete visti l’ultima volta? Perché non è venuto con te? Che n’è di lui? E’ morto? E’ prigioniero?.
Quelli rispondevano a fatica. Parlare per essi voleva dire ricordare, ritornare a soffrire col pensiero ciò che avevano sofferto nel corpo e nella mente.
Dopo qualche giorno presero a parlare e dicevano: Quando prendemmo aggiù perdemmo presto i collegamenti, si proseguiva alla rinfusa. Alcuni giorni eravamo una colonna che non finiva più, poi succedeva che eravamo in pochi. I Russi non ci davano respiro, ci attaccavano di notte, di giorno, di fronte, alle spalle, ai fianchi. Chi rimaneva ferito era morto. Dopo qualche giorno ci trovavamo in tanti per ritornare ad essere ancora in pochi. Avevamo gli occhi abbacinati dalla neve, avevamo perduto il conto dei giorni. Quando uscimmo dalla sacca a Nicolojewka la neve camminandoci sopra si sfaceva. Le giornate si allungavano. Qualcuno disse che forse era cominciata la primavera.
Erano reticenti nel dare notizie dei compagni, seminati lungo la ritirata. Dicevano un gran bene dei russi che li avevano accolti, riscaldati, e rifocillati, nelle isbe. Lo stesso diranno degli italiani, i prigionieri inglesi quando rientreranno nelle proprie case.
Crediamo che in questo ricostruito racconto di Bruno Sereni, basato su cose viste e vissute, si riassuma tutta la disperata ansia delle famiglie e dei Barghigiani di allora. Un dolorosissimo spaccato sociale di Barga proiettato dall’autore essenzialmente verso il futuro, perché le generazioni nate dopo la guerra e chi sarebbe venuto dopo di loro, era doveroso sapessero e avessero una base per farsi testimoni di una nuova stagione, quella del ricordo culturale, per non ripetere quel terribile tempo in cui si offuscò il sole della vita nella cieca sete di morte.

IL PIU’ IMPORTANTE RICORDO BARGHIGIANO DELLA DISGRAZIATA CAMPAGNA DI RUSSIA: IL MONUMENTO AGLI ALPINI
Nel 1945 la guerra termina i suoi combattimenti ufficiali e a Barga – ognuno col cuore segnato da quelle orribili vicende – si cerca d’imboccare almeno la via dell’agognata normalità civile.
Nell’agosto, per la festa dell’Assunta che anticipa S.Rocco, un meritorio gruppo d’intellettuali locali si fa carico di rendere una non facile fiducia ai Barghgiani, e per farlo diffonde tra loro il numero unico di un giornale “La Nuova Corsonna”, che si dice a “cura del Circolo Barghigiano di Cultura”, il quale inneggia “Benedetta Libertà”.
A capo di loro c’è il vecchio direttore de’ “La Corsonna” Italo Stefani che con Bruno Sereni e Giuliano Arcangeli compongono il “comitato redazionale”, poi il Sen. Adolfo Zerboglio, Anna Martein, Corrado Carradini, Mons. Lino Lombardi, così almeno intuisco dalla lettura delle firme di quel giornale eseguite per esteso, che si completano col Prof. Augusto Mancini e il poeta Geri di Gavinana.
Tra i vari e molto interessanti articoli ne spicca uno che ci riporta al clima di quei giorni, all’attesa del ritorno dei figli dal fronte. Lo scrisse Bruno Sereni ed ha per titolo proprio “Ritornano…”. Ne stralciamo un brano: “Ritornano e sembrano giungere da chi sa dove. Il loro sguardo è senza espressione, la loro voce sembra un’altra voce, un po’ più fioca, alquanto stanca. Parlano, parlano di quei lunghi mesi di prigionia, della fame patita, delle sodderenze subite, con parole semplici e con un triste sorriso sulle labbra.
(……………………..)
Altri tanto amorevolmente attesi non torneranno più!
Tra quelli che non torneranno più nella maggior parte ci sono i giovani mandati sul fronte russo, morti e dispersi lungo una bianca strada senza confini.
Dei partiti per la tragica avventura all’appello mancheranno quasi tutti e chi attese, pur intuendo, mai seppe….. né sapremo mai della loro fine.
L’attesa si protrasse per qualche tempo ancora, poi rimase nei cuori quel “boia” con l’ascia che mai scende.
Quei giovani erano quasi tutti Alpini, orgogliosi della loro penna nera.
Gli anni passano nel triste ricordo e gli Alpini di ogni tempo, quelli della I Guerra Mondiale e dei vari fronti di guerra, ora raccolti in seno al costituito Gruppo di Barga dell’Associazione Nazionale Alpini, ma specialmente e particolarmente quei pochi fortunati che poterono fare ritorno dall’immane tragedia russa sentono in sé, più forte che in altri, il desiderio e il dovere di non dimenticare quei loro commilitoni, compagni di giochi della fanciullezza, che videro lassù sedersi stanchi per non rialzarsi mai più; risentono ancora le loro invocazioni d’aiuto, vedono ancora quegli occhi fissarli, la mano stendersi e cadere. No! Non ce la fanno a far finta di niente, vogliono almeno che non sia dimenticato quel sacrificio e nella pietà propria di chi con loro ha sofferto nasce l’orgoglio della memoria, sentono dentro che quei morti, e con loro tutti gli altri morti con la penna nera sul cappello, vanno, anzi devono essere ricordati.
Nasce allora nei primi anni ’50 l’idea di fare un monumento che rappresenti gli Alpini, il loro onore e il sacrificio in ogni tempo per l’Italia.
Così Bruno Sereni, sul suo Giornale di Barga del settembre 1952, nel momento dell’annuncio dell’inaugurazione del monumento voluto dai nostri alpini, chiarisce a tutti cosa mosse tanta impresa nell’articolo “Il monumento agli Alpini”: “Domenica 28 c.m., nei pressi antistanti il campo sportivo sarà inaugurato il monumentino ricordo agli Alpini di Barga. Sarà presente, quale oratore ufficiale, il Generale Battisti uno dei tre Generali ritornati orsono due anni in patria reduci dalla prigionia in Russia.(………………..)
Il monumentino – (……….) vuole significare il particolare sacrificio delle penne nere in questa ultima disgraziatissima carneficina, ma vuole nel contempo ricordare anche altri alpini morti per la patria in tutte le guerre” (……….).
Ovviamente quando si parla di carneficina penso sia chiaro cosa si volesse dire. Tra l’altro uno dei due grandi collettori per l’iniziativa del monumento fu proprio un reduce della Russia, l’alpino Fedele Rossi, l’altro fu l’alpino Quinto Cecchi, fratello del disperso in terra russa Giuliano. Altra circostanza di non poco rilievo fu l’invito rivolto, per l’inaugurazione, al Generale che comandò gli alpini della Cuneense in Russia, Emilio Battisti, il quale godeva in tutta l’Italia e in ogni luogo della provincia, l’affettuosa stima e il grande rispetto di tutti gli alpini e delle stesse famiglie dei morti e dispersi in Russia, che senz’altro seppero del suo eroico gesto, quando si rifiutò di salire su di un aereo che i tedeschi gli fecero pervenire durante la ritirata; citiamo a supporto le parole di Don Lorenzo Angelini, tratte dal libro “Alpini di Garfagnana – Strage in Russia 1942-43”: “Una cicogna tedesca (un Fieseler Storch) atterra sulla neve. C’è sopra un alto ufficiale germanico, il quale comunica a Battisti di essere venuto a prenderlo per portarlo fuori dall’accerchiamento. Il generale risponde che intende condividere la sorte coi suoi Alpini e al suo posto fa caricare sall’aereo due feriti. Un gesto che qualifica un uomo per sempre.”.
In quel 28 settembre del 1952, giorno dell’inaugurazione del monumento, il generale Battisti al suo arrivo a Barga fu accolto dal suono del doppio delle campane del Duomo, che a distesa suonarono come nella sera dell’annuncio della Concezione dell’8 dicembre.

Da “Il Giornale di Barga” dell’ottobre 1952, dall’ampia cronaca della solenne giornata dedicata al ricordo degli alpini, stralciamo: “COMMOVENTE RADUNO DEGLI ALPINI A BARGA” – “(….) Ad un tratto si vide arrivare una 1400. Nessuno pensava che quella macchina fosse proprio quella attesa. Da quando in qua le Autorità arrivano in anticipo? (……….) …subito vedemmo scendere il Generale con il suo aiutante e le rispettive signore. (……….) Dal Duomo intanto si spandeva nell’aria uno dei più belli e sonori doppi di campane che mai si siano sentiti negli ultimi tempi. FORMAZIONE DEL CORTEO SUL FOSSO- Ecco ora il nostro Boccia, Alberto Gonnella, alpino reduce dalla Russia, alfiere del Comune, con la sua nuova e smagliante uniforme, scortato da due Guardie Comunali, che si mette in testa con il Gonfalone di Barga.
Deposta una corona di alloro in un riverente e silenzioso omaggio al monumento ai caduti, il corteo attraversa Barga Castello (….) Al Ponte Fratelli Leo e Corrado Lombardini viene deposta una corona di alloro alla targa (….) Il dottor Lombardini padre porta appuntata sul petto la medaglia di argento che il figlio tenente Leo si guadagnò cadendo da prode in Russia.
GLI ASSENTI DI RUSSIA- Il corteo con la banda in testa scende per via Roma e si ferma nei pressi del campo sportivo ov’è stato eretto il monumentino agli alpini caduti. Nel più raccolto silenzio il Generale Battisti con a fianco il Sindaco Sig. Luigi Piacentini si appressa al monumento e con mano ferma lentamente toglie il velo che lo ricopre.
La commozione è intensa, qualcuno trattiene le lagrime, alcune donne danno libero sfogo al loro dolore.(……….)
E mentre si prega per le anime dei Caduti, il pensiero dei presenti è rivolto a coloro che l’anagrafe ufficiale ha classificato dispersi. Dispersi di Russia, che i congiunti e i familiari mai potranno rinunciare alla speranza di pensarli vivi e di vederli un giorno tornare.
Questa è l’angoscia più lacerante che l’inutile e sterile carneficina ci ha lasciato in eredità e che ci fa odiare le guerre e quanti con leggerezza si prestano a fomentarle.
E questa angoscia, questo dolore senza fine potrebbe spegnersi nella rassegnazione sempre che la Russia permettesse alla Croce Rossa Internazionale, che trent’anni fa le fu tanto prodiga di aiuti, di entrare dietro alla muraglia con cui si è ermeticamente chiusa dal mondo civile, e potesse in piena libertà di movimenti indagare, sincerarsi, accertarsi se effettivamente non vi siano altri prigionieri che altro non chiedono che poter tornare presso le loro famiglie.(……….).
Al termine della cerimonia il presidente della sezione di Barga degli Alpini, Ottavio Marchetti, donò al Comune di Barga il monumento.
Oggi, nel ricordo delle sofferenze di quei giovani che non conoscemmo, come Cristo saliti al loro Calvario, sentiamo nei cuori una stretta che ripete: non scordiamo.
Non scordare vuol dire imparare e insegnare.
Che quel sacrificio insegni che il bene e la concordia tra i popoli è il miglior viatico di ogni popolo.
Ma per non dimenticare occorre che quei nomi vivano ancora, perché con loro vivrà un grande insegnamento.

Nella foto sopra:

Il generale Emilio Battisti, comandante della divisione Cuneense in Russia, decora con medaglia il gagliardetto degli Alpini di Barga retto dall’alfiere della sezione Egidio Cecchi, che in Russia aveva perso il figlio Giuliano. Nel mezzo si vede Clarice Lombardini, sorella del tenente Leo, caduto in Russia e decorato di medaglia d’argento alla memoria.

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