L’anarchico Bresci e Ponte all’Ania

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Quella sera del 29 luglio 1900 a Monza c’era aria di gran festa. Sua Eccellenza il Re d’Italia Umberto I era da poco salito in carrozza, dopo aver assistito a una manifestazione ginnico sportiva organizzata dall’associazione “Forti e Liberi”, quando nella piazza (piena di gente e tricolori) echeggiarono tre colpi di rivoltella. Il Re cadde in avanti. “Siete ferito?” gli chiese il generale Avogrado “Non credo sia niente”
rispose con un fil di voce. Le sue ultime parole. Intanto tutt’intorno, tra il panico generale, il regicida era stato subito individuato dalla folla e fu, per poco, salvato dal linciaggio, grazie all’intervento dei militi dell’Arma che lo portarono nella caserma di Monza dove fu identificato come tale Bresci Gaetano del fu Gaspero, nato a Coiano (Prato) il 10 novembre 1869, tessitore e anarchico. Ai più attenti non sfuggirà una beffa del destino: il regicida pratese era nato lo stesso giorno del figlio del Re Buono, i suoi avrebbero voluto chiamarlo Vittorio Emanuele, ma seppero la notizia del nuovo nato di Casa Savoia quando il padre era già andato a “denunciare” il neonato. Pochi sanno che questo personaggio per un po’ di tempo risedette e lavorò a Ponte all’Ania. Vi giunse nel 1896 poiché, benché fosse un operaio specializzato e molto apprezzato, non riusciva a trovare lavoro per via di quei suoi 15 giorni passati in carcere per “oltraggio e rifiuto di obbedienza alla forza pubblica” dovuto al suo attivismo anarchico. Già, perché a Prato, nel Fabbricone, aperto da un industriale tedesco, oltre che il mestiere della seta apprese anche la fede anarchica. Arrivato nella frazione barghigiana, comunque, trovò subito lavoro nello stabilimento laniero Michele Tisi e C. Chi lo conobbe con occhi di bambino è ormai morto da tempo, anche se nell’abitato sul fiume Ania per molto tempo, dopo il tragico fatto di Monza, ci si ricordò di quel giovane elegante dalle idee un po’ strane. Qui l’avevano chiamato “il paino”, il damerino. Infatti Bresci era un anarchico dai gusti borghesi: sfoggiava abiti di buon taglio e foulard di seta, frequentava spesso barbieri e ristoranti. “Probabilmente- sosteneva lo storico Arrigo Petacco nel suo bel libro “L’anarchico venuto dall’America”- influì su di lui il ricordo della relativa agiatezza perduta che da un lato lo spinse a manifestare certi gusti borghesi e dall’altro accentuò il suo odio verso la classe che riteneva responsabile della rovina della sua famiglia”. Si racconta che andasse con la sua rivoltella (per la quale sorprendentemente aveva avuto regolare permesso!) a sparare sull’argine sasso del fiume. Si dice anche che nessun proiettile finisse fuori dal bersaglio. La sua cultura autodidatta facesse impressione ed era inoltre un ottimo organizzatore di gite domenicali a Lucca a base di vino e donne. Già, le donne, il futuro regicida era un gran amatore e soleva esibire il suo spirito di indipendenza e ribellione sopratutto verso di loro. Ebbe varie avventure con le operaie dello stabilimento e da una di queste, una tale Maria, nell’estate del 1897 ebbe un figlio. Non ne fu molto felice e all’inizio dell’autunno se ne andò a Coiano per chiedere al fratello un prestito di trenta lire, poi tornò a Ponte all’Ania per poche settimane; era fine ottobre quando si fece liquidare dalla ditta Michele Tisi e C. se ne tornò di nuovo a casa dove annunciò che se ne sarebbe andato in America. Nessuno capì mai bene se fu più per sfuggire alle responsabilità del figlio, lasciato alla povera Maria, oppure a spingerlo ad attraversare l’oceano furono le lettere inviategli dai compagni del Fabbricone che erano emigrati nelle industrie del New Jersey e che gli parlavano di Patterson, Capitale dell’Anarchia. Vi arriverà nel febbraio 1898 e se ne partirà nel maggio 1900 per andare a vendicare “le pallide vittime di Milano”. Sotto la giacca la sua Massachusset a cinque colpi calibro 9. Su ogni proiettile incisa una croce, come gli avevano detto facesse Jesse James (il Bandito del Missouri), per renderli più micidiali.

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