Memorie della campagna di Russia, un vecchio alpino racconta…

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Nell’esercito italiano gli alpini, truppe da montagna, hanno sempre rappresentato una grande forza nelle guerre in cui sono stati impiegati. Ebbene, buona parte degli uomini della nostra terra, la Garfagnana, chiamati alle armi, venivano inquadrati in questo corpo militare; e così è avvenuto anche nella seconda guerra mondiale durante la quale gli alpini, assieme ai loro commilitoni delle altre armi, nella campagna di Russia, pur combattendo con onore e disciplina, subirono però perdite tremende: purtroppo infatti la grande maggioranza dei nostri soldati non ritornò in Italia.

Ed è per questo che in ogni paese delle nostre zone c’è un monumento o una lapide, che ricorda il loro sacrificio. Non solo, ma in Alta Garfagnana, all’Argegna, è sorto un grande sacrario in memoria ed in ricordo imperituro dei nostri militari caduti in Russia.

Tante nostre famiglie hanno quindi pianto per i loro cari che non sono più ritornati, mentre fra coloro che fortunatamente hanno fatto ritorno ce ne sono alcuni ancora in vita, ormai novantenni, pronti a ricordare, a parlare di quei terribili avvenimenti.

Uno di questi reduci era Orlando Marzocchini di Ponte all’Ania, frazione di Barga. Ben volentieri mi ha narrato, con la sua testimonianza diretta, le vicissitudini subite dai nostri soldati in Russia.

Dunque: il nostro alpino, classe 1922, fu richiamato alle armi nel 1942 e assegnato al battaglione ‘Saluzzo’ della divisione alpina ‘Cuneense’, facente parte dell’armata italiana in Russia (ARMIR). Fece tre mesi di addestramento a Cuneo e partì con il suo reparto verso il fronte orientale: si era nel settembre del ’42 e l’avanzata tedesca nel cuore della Russia si era arrestata per la tenace, strenua resistenza dei sovietici per cui, secondo gli strateghi germanici, il fronte doveva rimanere fermo fino alla primavera seguente, quando sarebbe potuta riprendere l’offensiva. Cosicché i nostri alpini, che essendo adatti a combattere su terreno montagnoso erano stati inviati in Russia per operare sui monti del Caucaso, rimasero invece fermi nella pianura ucraino-russa prendendo posizione su un lungo tratto del fiume Don, dando il cambio alle truppe tedesche.

La conversazione-intervista che faccio a Orlando, del quale sono amico da tantissimi anni, si svolge nella sua abitazione e vi è presente sua moglie, Albertina: i due non hanno avuto figli, sono sposati da sessantuno anni (dal 1950), hanno quindi già celebrato le nozze d’argento, d’oro e di diamante e le foto delle due ultime ricorrenze troneggiano in bella mostra su un mobile. Il loro è stato un matrimonio d’amore che mai è stato incrinato; anzi, con il trascorrere del tempo si è sempre più rafforzato, tant’è che sembrano un tutt’uno di sentimenti e di vedute, una vera simbiosi, e ciò si evidenzia in questo incontro anche da come Albertina partecipa al racconto del marito.

Orlando che, pur con qualche acciacco anche a causa dell’età, ha una lucidità di mente come fosse ancor giovane, racconta come al compimento dei suoi vent’anni di età (era il settembre ’42) si trovasse già in prima linea. A quel tempo il fronte era ancora statico e addirittura spesso, al di là del fiume Don i nostri alpini vedevano i soldati russi, che a loro volta osservavano i nostri: tutto quindi lasciava presagire che i mesi invernali sarebbero stati tranquilli. Invece, fin dalle prime avvisaglie della stagione invernale, i russi cominciarono ad effettuare puntate offensive di una certa entità per saggiare le forze degli italiani, ma venivano sempre respinti. Un giorno Orlando ed altri alpini udirono per aria un forte ronzio come di un grande moscone: si trattava di una ‘cicogna’, cioè di un piccolo aereo monomotore, russo, che a bassa quota lanciava manifestini. I nostri ne raccolsero alcuni: su di essi c’era scritto, in italiano, tedesco, ungherese ed altre lingue: “Arrendetevi, disertate, ché altrimenti con l’arrivo del grande freddo vi attaccheremo e sarete distrutti!”. Al comando il capitano lesse con noncuranza il testo, esclamando: “Propaganda!”, mentre gettava via il volantino. Ma sempre più le azioni belliche aumentarono, finché nel gennaio del ’43 i sovietici, che avevano ammassato contro gli italiani un potente esercito con ingenti truppe provenienti dalla Russia asiatica, siberiana e quindi equipaggiati per resistere al grande freddo, scatenarono una grande offensiva sfondando le linee alle due estremità del nostro schieramento e, avanzando velocemente a tenaglia, chiusero in una grande sacca il grosso delle forze italiane, che rimasero accerchiate. Intanto, nella caotica situazione creatasi, fu subito impartito l’ordine di ritirarsi formando colonne compatte che rompessero qua e là l’accerchiamento onde procedere verso occidente, verso un’altra opportuna linea difensiva. E qui il nostro interlocutore continua il racconto spiegando che la sua mansione era di telefonista di prima linea e perciò doveva riparare i cavi telefonici rotti dai colpi del nemico, aveva in dotazione una pistola per difesa personale, aveva gli sci e indossava una tuta bianca. Una volta un suo collega non fece ritorno da una siffatta opera di ripristino di linea. Perciò Orlando in questo caso di ripiegamento fu tra gli ultimi a lasciare il fronte perché doveva ricuperare il materiale telefonico. Poi, nel convulso caos della ritirata, si trovò con circa trecento alpini che, dopo vari giorni di marcia forzata, raggiunsero un villaggio ed ivi si fermarono, mentre i carri armati russi, con le truppe al seguito, erano molto più avanti. In questa località i nostri vi stazionarono, accolti con umanità dagli abitanti, che erano tutti anziani, vecchi; cosicché poterono riposarsi e rifocillarsi alla meglio col poco cibo che trovarono. Il nostro alpino aveva in tasca dei santini, come pure avevano gli altri soldati: ebbene, i paesani gradivano di poterli avere e con piacere mostravano nelle loro case (le isbe) statuette religiose e icone della Madonna; cose queste che il governo, ateo, proibiva, ma che in Ucraina erano tollerate. Non c’era però tempo da perdere e dopo alcuni giorni il gruppo dei trecento alpini riprese la marcia nella steppa con una temperatura sotto lo zero di quaranta gradi centigradi: quello sfortunatamente fu un inverno particolarmente freddo.

La colonna marciava verso ovest partendo alle prime luci del giorno, sperando per la sera di trovare un qualsivoglia riparo onde trascorrere la notte e questo per giorni e giorni che non finivano mai: bene era quando incontravano dei villaggi (che in genere erano a decine di chilometri uno dall’altro), nei quali potevano riposarsi e mangiare qualcosa (cavoli, patate e quant’altro ortaggio: una volta andò benissimo perché in una casa colonica trovarono una forma di formaggio!). Era una vera odissea e continuamente alcuni cadevano a terra, paralizzati dal freddo, e più non si rialzavano…Anche Orlando fu colpito da un principio di congelamento al piede destro, ma gli infermieri che erano nel gruppo gli applicarono sul piede una pomata anticongelante ed inoltre lo consigliarono di togliersi gli scarponi e di fasciare i piedi con strisce di coperta, così egli, superato il tremendo pericolo, poté riprendere la strada. Ma a questo punto la colonna dei superstiti, ormai decimata, si stava disunendo: c’era chi si fermava in un villaggio, chi prendeva un’altra direzione, finché il nostro alpino ed un suo commilitone di Fornaci di Barga, conosciuto col soprannome di Ganascino, furono accolti benevolmente in un’isba da due anziani coniugi, che avevano i figli in guerra, e trattati benissimo.

Cosicché quando gli altri alpini lasciarono il villaggio, i nostri due rimasero nella casa rurale, dove stavano bene. Ma c’era un rischio tremendo: nella sacca i russi operavano rastrellamenti e da un momento all’altro potevano giungere e farli prigionieri; ma un pericolo ancora maggiore era costituito dal possibile arrivo di partigiani i quali quasi certamente li avrebbero uccisi. Ed anche i due buoni coniugi avrebbero rischiato la vita, per avere aiutato dei nemici.

Perciò Orlando, dopo alcuni giorni, decise di riprendere il cammino, mentre Ganascino volle rimanere ancora nel villaggio e quindi i due si separarono. Il nostro alpino mise provviste e coperte nello zaino e da solo riprese il cammino nella steppa orientandosi con il materiale che i precedenti italiani in fuga avevano lasciato per terra per alleggerirsi; ma anche coi cadaveri di soldati e carogne di muli: tutto questo indicava a Orlando la strada giusta. Così, dopo giorni di marcia solitaria, giunse presso un piccolo agglomerato rurale abbandonato e vide seduto su un muretto un alpino: era un suo amico di Ponte all’Ania: Delfo Corrieri, che non poteva camminare perché aveva una scheggia di granata nel torace che glielo impediva. I due compaesani si abbracciarono, ma il nostro capì che Delfo, non potendo camminare, sarebbe morto assiderato in brevissimo tempo; pur determinato a non abbandonarlo, non sapeva cosa fare. Intanto le ore passavano e la situazione volgeva al peggio.

Ma ecco, come un miracolo, giungere di passaggio una colonna di alpini in fuga, con slitte trainate da muli e così, con la gioia nel cuore, i nostri due alpini furono raccolti dai commilitoni loro salvatori, che caricarono Delfo su una slitta e tutti insieme ripresero il viaggio verso la salvezza!

Ancora pochi giorni di penoso viaggio e il gruppo arrivò ad una città dove erano raccolti numerosissimi alpini e qui, finalmente, Orlando e Delfo seppero che erano fuori dalla sacca: erano salvi! (Mentre invece, purtroppo, di Ganascino non si seppe più niente ed in seguito fu dichiarato disperso).

Poi tutti questi alpini, mediante un treno-tradotta, tornarono in Italia, fermandosi a Vipiteno (Bolzano), dove furono ricoverati in un ospedale della Croce Rossa, in quarantena e per ristabilirsi. Orlando, nell’estate del ’43, tornò a casa, nel suo paese, in licenza per quaranta giorni, trascorsi i quali fu inviato nella cittadina di Ora, in provincia di Bolzano.

Ma l’odissea del nostro alpino non era finita: dopo l’otto settembre ’43 fu fatto prigioniero dai tedeschi e mandato in Polonia a lavoro coatto (nei campi, nei boschi, nell’industria…): questa deportazione durò venti mesi, fino al termine della guerra, quando fu liberato, insieme agli altri prigionieri italiani. Dopo la liberazione furono fatti salire su un treno-tradotta tedesco per essere rimpatriati in Italia; ma il treno, causa la distruzione della rete ferroviaria dovette percorrere un itinerario molto più lungo, passando dall’Ungheria. Transitando in Jugoslavia i duemila italiani e i tedeschi che li accompagnavano furono fatti prigionieri dai partigiani di Tito. Le vicissitudini di Orlando non erano dunque ancora terminate: con gli altri prigionieri fu inviato di nuovo a lavoro coatto, a ricostruire un ponte che era stato distrutto dall’aviazione italiana. Da notare che i partigiani jugoslavi colpivano con frustini, alle cui estremità erano applicati pallini metallici, i prigionieri che non lavoravano attivamente come volevano loro.

Luglio 1945: le peripezie del nostro alpino volgono al termine, egli torna finalmente a casa dai suoi cari familiari, che per anni avevano trepidato per lui… Un uomo che pesava normalmente novanta chilogrammi, ne pesava adesso quarantacinque! Ma la forte tempra del suo fisico robusto fa sì che in breve tempo egli torni ad essere vigoroso, riprende il lavoro e, dopo pochi anni, a sposarsi con l’amata Albertina…

Ecco, ora l’intervista è finita, è durata un intero pomeriggio, ma tutto si è svolto con compostezza: Orlando, durante il racconto della sua odissea, mai ha avuto parole di disprezzo, di rancore per chicchessia; e, anziché imprecare o incolpare qualcuno, nella narrazione, grave e pacata, ha messo in evidenza soprattutto episodi di bontà, di altruismo, come gli anziani coniugi dell’isba che con sentimenti cristiani lo accolsero come un figlio; come l’incontro con Delfo, dal quale non si sapeva staccare, mettendo a repentaglio la propria vita, e così come in tutti i frangenti delle varie prigionie, trasmettendo sempre serenità, calma e pace.

Orlando è stato un soldato-eroe, comportandosi in modo degno, tale da onorare sé stesso, la sua famiglia, la Patria.

Post Scriptum:

In seguito continuai a frequentare l’amico Orlando: l’ultima volta che andai a fargli visita a casa sua, poco prima del Santo Natale 2012, presente sua moglie, ad un certo punto della conversazione, che era sul tema del tempo di guerra, gli chiesi espressamente:

“Ma davvero, Orlando, quel giorno in Russia, se non fossero giunti gli alpini che vi salvarono, non avresti abbandonato Delfo, morendo con lui?”.

“Certo”, rispose.

Aggiunsi: “Ma avevi vent’anni…”.

E lui: “Aveva vent’anni pure lui; anzi, ne aveva uno di più”.

Ancora insistetti: “Lui, non potendo camminare, sarebbe morto di certo; tu no…”.

Al che, pacatamente, ma decisamente, esclamò: “No, non avrei potuto lasciarlo, no!”.

Il nostro eroe morì due mesi dopo, esattamente il 28 febbraio 2013.

Mario Camaiani

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