Viaggio e viaggiatori nel terzo salottino di piazza Angelio

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Il terzo appuntamento nel salottino di piazza Angelio mercoledì 23 luglio ha avuto come oggetto di conversazione il viaggio e i viaggiatori a Barga. Il salottino, novità dell’estate barghigiana 2014, ha luogo nella galleria Angelio ed è un’occasione per fare una chiacchierata a partire da un argomento di storia locale: non una lezione o una conferenza bensì un momento in cui ciascuno può mettere a disposizione le proprie conoscenze e le proprie impressioni.

In apertura della serata Sara Moscardini ha parlato di San Cristoforo patrono, nell’avvicinarsi della festività religiosa locale più importante. Sara ha tracciato le vicende leggendarie e storiche di San Cristoforo e come nei secoli il culto del santo si è radicato a Barga. Secondo la leggenda tramandata oralmente, Barga conobbe San Cristoforo nel X secolo, quando un lombardo di passaggio nella cittadina portando con sé una reliquia del santo, non riuscì a far smuovere il mulo che cavalcava finché non si risolse a lasciare in loco la suddetta reliquia (che ora è oggetto di venerazione nel celebre contenitore del ‘braccio di San Cristoforo’, portato processionalmente per le strade la sera del 24 luglio). Se anche le intitolazioni del Duomo di Barga rivelano il precoce culto per questo santo di matrice orientale, il segno più tangibile di questa venerazione è la statua duecentesca che domina il Duomo, quasi come un enorme totem pagano.

La statua, di legno di quercia policroma, è alta 3,50 m e la tradizione vuole che sia ricavata da una quercia che si trovava sull’arringo e sotto la quale gli scabini amministravano la giustizia cittadina. Niente si sa di certo sull’originaria ubicazione in chiesa, anche se la soprintendenza a suo tempo ipotizzò che la statua fosse posta lungo i muri esterni, magari sotto una tettoia come ancora oggi si può ad esempio vedere nella chiesa di Città di Castiglione Olona.

Successivamente, sempre in base agli scritti dell’epoca, si può ipotizzare si trovasse nei pressi dell’altar maggiore; certo è che nel 1561, durante l’ultima fase di lavori di ampliamento del Duomo, fu costruita la nicchia in cui ancora oggi il santo è ospitato. Voce popolare vuole che in questa occasione alla statua furono tagliate le gambe, in quanto lo spazio a disposizione era insufficiente, e che gli autori di quel taglio furono poi colpiti da dolori alle gambe fino alla paralisi e alla morte.

Voce infondata non tanto per la sua aurea leggendaria, ma perché la statua ha probabilmente sempre avuto l’attuale conformazione, dovendo apparire come immersa nelle acque. Nel 1862 le operazioni di restauro del Duomo portarono a nascondere l’edicola per mezzo del quadro rappresentante San Cristoforo, opera del lucchese Tofanelli, che vi fu letteralmente “appeso” sopra.

Questo perché la statua era ritenuta oggetto di eccessiva devozione popolare (come si può anche vedere in fotografie successive dai numerosi ex voto che costellavano il bastone del santo): si voleva in questo modo offrire alla popolazione un’immagine stilisticamente “aggiornata” di San Cristoforo e evitare le esagerazioni della venerazione dei barghigiani.

Il popolo però non gradì, come riferisce il canonico Magri, tanto che nel 1912 il quadro venne rimosso (oggi si trova sopra il fonte battesimale) e il “totem” di San Cristoforo tornò in primo piano, con l’edicola che fu rielaborata e ridipinta dal pittore Francesco Manetti. Il terremoto del 1920 e la campagna dei restauri 1927 – 1939 condusse anche allo studio della statua di San Cristoforo.

A intervenire sulla statua fu nel 1936 il prof. Lumini, che con enorme pazienza grattò otto strati di ridipinture prima di giungere alla superficie originale. Antonio Nardini, presente alla serata, ha ricordato che “Quando San Cristofano era nel Duomo e prima di essere mosso per il restauro, al Pietrino Rigali fu commissionato un servizio fotografico al volto del santo, il quale presentava una larga fessura…Un giorno, mentre stava ripulendo la superficie della statua, mi disse che aveva già tolto otto mani di vernice e che, sulla faccia, aveva trovato della tela, forse perché la testa si era crepata col tempo. Poi, mentre grattava con un bulino, vennero fuori delle punte di metallo, lì per lì non gli dette peso, ma siccome ne vennero fuori altre, incominciò a osservarle attentamente e vide che si trattava di punte di frecce o di lance. Sappiamo per tradizione che i barghigiani, durante gli assedi portavano il San Cristoforo sulle mura per rinvigorire i difensori, allora i casi sono due: i dardi o glieli tiravano in chiesa o glieli tiravano sulle mura”.

Questi anni segnarono anche un revival per il culto di San Cristoforo, sotto l’egida particolare del podestà Morando Stefani: secondo lo Stefani personaggi illustri come Cristoforo, Pascoli e Mussolini erano altrettanti rappresentanti che nel corso dei secoli si succedevano per sancire l’importanza di Barga città.

Il revival “fascista” del santo si vede bene nelle cartoline dell’epoca (ricordiamo giusto quella col disegno di Alberto Magri dove Cristoforo è definito “patrono di Barga e dei fascisti”, disponibile anche nella versione epurata dove, a seguito della scritta “patrono di Barga” si legge ancora la pallida traccia della “e”), nelle rappresentazioni che cominciano a diffondersi sulle case private, nelle processioni e cerimonie.

In calce a questo aspetto, si segnala l’edicola opera di Alberto Magri (foto in apertura di pagina) che venne donata da Morando Stefani a Mussolini in occasione della visita a Barga nel 1930.

L’intervento è proseguito con un po’ di brainstorming, tra orazioni religiose, inni e rappresentazioni odierne di San Cristoforo degli artisti locali. In conclusione, in base alle osservazioni del prof. Borsi, un’analisi delle particolarità della statua che in sé non porta nessuno dei segni precipui che contraddistinguono il santo: manca la palma del martirio, mancano segni di appartenenza all’esercito e l’elemento delle acque è secondario. Il bastone forse è segno di un refuso della lingua longobarda, per cui la visiera dell’elmo (da soldato) e l’oggetto bastone erano designati dallo stesso termine.

La corona che sovrasta le teste del Santo e del Cristo è simbolo di regalità: Cristoforo è rappresentante del re (Cristo) e a suo servizio. I colori delle vesti: il rosso del manto simbolo di regalità, martirio, peccato, pentimento, l’orlo del manto chiaro come stilizzazione di una stola in pelliccia d’ermellino, simbolo di purezza e di un ruolo socialmente elevato, l’azzurro delle vesti simbolo di serenità di coscienza del sacerdote/giudice.

Alla luce di ciò si può affermare che San Cristoforo è abbigliato con abiti particolarmente secolarizzati, da giudice imperiale, forse una sorta di rappresentazione del potere imperiale a Barga ma anche un forte segnale della sua autonomia urbana. Come dice Borsi, la statua di Barga non deve mostrare il santo nella sua celebre funzione di traghettatore di Cristo: “Cristoforo appare ieratico e imponente, in figura stante e non in marcia, e pertanto non nell’atto di attraversare il fiume col suo divino carico, quanto piuttosto ad esibirlo”. Quindi non Cristoforo, come colui che porta Cristo, ma detta alla barghigiana, Cristofano, come colui che esibisce Cristo, sia in sé sia nel bambino che regge sulle spalle, dando vita a una duplice Cristofania.

La serata è proseguita con Francesco Cosimini che ha parlato del Grand Tour nei secoli, cioè come la storia dell’arte ha declinato la tematica del viaggio, a partire dal celebre Milione di Marco Polo per arrivare ai viaggi di Tiziano Terzani. Nel mezzo il medioevo dei pellegrini e dei mercanti, il rinascimento dei collezionisti e degli amanti della classicità, il settecento e l’ottocento dei viaggi di formazione attraverso l’Italia tra Goethe e Camera con vista.

Durante la serata non solo i relatori, ma tutto il pubblico ha partecipato al dibattito, ognuno chiedendo, spiegando quanto di propria conoscenza, confrontando con i racconti dell’altro. Una serata come una notte “a vejo” alla fine sviluppatasi come una conversazione tra amici.

Questo l’obiettivo (raggiunto) di Sandra Rigali e Caterina Salvi, le anime del progetto-salottino, che hanno in cantiere altre serate da passare insieme attorno a un tema comune.
Il prossimo appuntamento è domenica 3 agosto alle 18.30: si parla di Mariù Pascoli.

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