Al cimitero di Barga ieri e oggi (prima parte)

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Tanti anni fa, se uno si recava al cimitero di Barga, oltre al ricordo degli eventuali cari lì sepolti, non poteva che restare ammirato dalla mesta eleganza del luogo. Un tacito invito a pensare all’ordinata pace cui avremmo ammirato e goduto nell’Aldilà.
Già all’ingresso del viale che ci avrebbe introdotto tramite il cancello ai cari sepolcri, un più che sufficiente decoro, pulizia e ordine ci accoglievano.

Eccoci allora al ricordo di un nostro novembre e nel sole chiaro o tra la mesta pioggia ci rivediamo nella via che va al camposanto, quella bella discesa di Sant’Antonio dove avrebbero steso il loro tappeto dorato, le prime foglie secche degli aceri o dei castagni. Più avanti, dopo un tocco con la mano alla fonte di Sant’Antonio scolpita nella pietra serena, alti i cipressi laggiù ci salutavano come a Carducci quelli di Bolgheri, però ognuno di loro messo lì, nei due campetti che si allineano al vialetto sacro, non a tracciare la via, ben più malinconico il compito ammonitore che non lo accorgersi che la vita cammina rapida con tutte le sue insidie.
Va detto allora che ogni cipresso, con decine di fratelli, sta lì ammassato come nelle trincee i Fanti nella Grande Guerra o gli Alpini nella salita condividendo il “pezzo” con l’amico Mulo. Infatti, ogni pianta, che al vederla è già in se poesia, aumenta il suo lirismo al sapersi che rappresenta una di quelle vite barghigiane di tutto il comune stroncata là sul Carso, sulle Alpi Orientali o per le ferite e le malattie, come la maledetta Spagnola.
Questo luogo ritagliato all’ingresso del cimitero ha un suo nome ben preciso: è il Parco della Rimembranza, dove nel mezzo, tra due file di bussoli, passa il viale che ci introduce al cimitero. Abbiamo detto che ogni cipresso era un soldato d’Italia, usiamo l’imperfetto, perché imperfetta è stata la nostra attenzione al ricordo di quei giovani simboleggiati nei cipressi, come a tutto il parco di sempreverdi che aveva il suo bell’ingresso con pilastri e catene di ferro battuto, poi delineato lungo i due perimetri da continue siepi di bussoli, di cui è rimasto solo qualche timido sembiante.
Molti di quei cipressi, crescendo e avendo bisogno viepiù d’aria, con il tempo ha chiesto il sacrificio ad altri compagni che sono seccati. Qualcuna è stata ripiantata, altre del tutto dimenticate. Centoquarantanove dovrebbero essere, così come elenca la lapide di marmo bianco di Carrara posta nella Cappellina dei Caduti che il Comune di Barga volle là all’angolo a nord del recinto primitivo del cimitero. Una strana cappella dove si passa per scendere ai forni sotterranei, in cui, opportunamente, si riunirono le diverse lapidi che ricordano i caduti per la Patria della Grande Guerra come quelli risorgimentali e uno nell’impresa libica del 1911. Sotto la Cappella, con decisione comunale, furono preparati dei forni per raccogliere quelle salme che eventualmente avessero fatto ritorno dai campi di battaglia.

Belle e sentite cose di ieri, oggi denuncianti due mancanze: la mano dell’uomo che renda il decoro perduto alla Cappella gravemente danneggiata dal tanto tempo passato e al predetto Parco della Rimembranza, come l’incompletezza del ricordo. Sì, perché manca ancora qualcosa che già nel 1967, quarantasette anni orsono, parve imminente. Infatti, non c’è la lapide dei caduti barghigiani della seconda guerra mondiale, avvenuti su vari e opposti fronti, il cui elenco era stato curato e pubblicato su Il Giornale di Barga dall’allora direttore Bruno Sereni. Così Il Giornale di Barga del novembre 1967 ammoniva il comportamento dell’Amministrazione Comunale del tempo che in qualche misura si era impegnata per tale ricordo:

“La storica data del IV Novembre 1918 con la quale ebbe termine per l’Italia la prima guerra mondiale e segnò l’inizio di altre, è stata commemorata dalle associazioni Combattentistiche, con manifesti, cortei, deposizioni di corone ai monumenti ai caduti e funzioni religiose nelle chiese del capoluogo e di Fornaci.
Dispiace costatare come a 22 anni di distanza dalla fine dell’ultima carneficina, i nomi di 120 caduti del Comune non siano stati tuttora aggiunti nel marmo agli altri che dal 1859 li avevano preceduti.
L’amministrazione Comunale generosa nel finanziare con il denaro dei contribuenti, squadre di calcio in dissesto, ancora non ha trovato 200 mila lire per ricordare quegli infelici che per la Patria diedero la vita”.

Quest’anno ricorre il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, nel prossimo 2015 il centenario dell’entrata italiana in quella Guerra (1915-18) e sarebbe auspicabile che il Comune di Barga prendesse in seria considerazione l’idea di un degno ricordo dell’avvenimento che, seppur odioso nei suoi infiniti guasti morali e materiali, abbia pur sempre comportato il sacrificio di milioni di vite in tutta Europa. Oltre un milione in Italia quasi equamente suddivisi tra militari e civili, così come fu per la Seconda Guerra Mondiale, tra cui molti del nostro territorio, 121 militari e novantadue civili.
Un adeguato ricordo che preveda essenzialmente il ritorno della Cappella ai Caduti al migliore degli aspetti e magari si possa preparare quella lapide con i nomi dei caduti del Comune nell’ultima guerra: ricordo deciso a suo tempo, mai rispettato e doveroso, a monito e rifiuto di ogni guerra.

Tra l’altro quest’anno ricorre il settantesimo dal tristissimo inizio del calvario di Barga sulla Linea Gotica (1944-2014), quando il nostro comune divenne teatro delle operazioni militari tra gli Alleati e l’Asse. Nel mezzo la tragica Battaglia di Natale a Sommocolonia, che riportò in tutto il comune, le truppe tedesche sino allora annidate sul crinale che da Castelvecchio sale a Lama, e che vide l’epico e drammatico esodo dei nostri cittadini, cui non rimase altra salvezza che seguire la momentanea ritirata degli Alleati tra il sibilo di pesanti proiettili. Ovvio che migliore onoranza a quei drammatici avvenimenti non può essere che lo scoprimento di una lapide in cui si possano rileggere e onorare, con spirito super partes, cioè neutrale, i nomi dei nostri Caduti.
Ci siamo allontanati un poco dal fine del presente articolo, cercare di rimettere in vista il cimitero urbano del capoluogo, però crediamo fosse doveroso puntualizzare le cose dette, inevitabilmente suggerite dall’affrontare l’argomento cipressi del Parco della Rimembranza.

Entrando nel cimitero che diremo il vecchio – perché altro accesso poco più lontano, ci introduce al nuovo- ci accoglievano ordinate file di tombe, dette “posti distinti”, ombreggiate da alti cedri.
Un viale in ghiaia si apre con delle tombe che lo tracciano e belle sculture che ci rammentano e ci ammoniscono alla fede. A sinistra una tomba decorosamente semplice ci narra di un uomo che si spese per Barga: pensiero primo che fu anche l’ultimo nel mezzo, una chiesa collegiata, della stessa Barga simbolo in ogni suo aspetto, che tenacemente e con successo volle all’antico splendore.
Più avanti, a destra, un Cristo deposto dalla sua croce protegge il sonno eterno di un prete che di Barga fu parroco e vide e visse il martirio in quei lunghissimi sette mesi della Linea Gotica (1944-45). Anche qui una religiosa laica preghiera è d’obbligo: nel tragico Natale Barghigiano del 1944, quando le schiere tedesche tornarono a valle dopo la Battaglia di Sommocolonia e tutti i maggiorenti presero la via della ritirata Alleata, quel parroco, la massima autorità rimasta al suo posto, fu il “sindaco” di una Città terra di nessuno, di vecchi inabili, malati e derelitti. Di case diroccate o vuote, al quale ci si poteva rivolgere per un accorato consiglio, per decidere di una sepoltura, o dove fossero i tedeschi, così come gli intimarono gli Indiani, i primi a rimettere piede in Barga dopo la Battaglia di Sommocolonia.

Andando avanti nel cammino vediamo là, a mezzo sfondo del cimitero, una scala che ai lati ha due cappelle gentilizie in stile Liberty, viste nel loro retro, che portano il nome delle famiglie Castelvecchi e Biagi, il cui ingresso è al piano superiore del cimitero. Oggi le proprietà sono cambiate, e la cappella Biagi è della famiglia del Cardinale Baldisseri, l’altra dei Castelvecchi è stata donata dai testamentari alla Propositura che la sta utilizzando quale sepoltura dei sacerdoti esumati per scadute licenze di tumulazione. Il retro di queste due cappelle è fiancheggiato da forni che s’innalzano ad altezza d’uomo, che abbracciando il piano a terra a destra, come a sinistra quelli più alti, completano la prima parte del cimitero vecchio. Sulla Cappella Baldisseri, nel lato che vede la Pania, c’è un bell’affresco del pittore pisano Paolo Maiani, che ha altri lavori nella terza parte del cimitero, la più nuova, ai forni dell’Arciconfraternita di Misericordia. In questa prima parte vecchia, in alto a destra, per tutta una filata che investe anche la seconda parte del cimitero, le artistiche cappelle gentilizie, cioè delle famiglie più facoltose di Barga, al cui interno seppelliscono i loro morti e sono conservate tante opere d’arte.
Salendo le scale, oggi interrotte da un brutto tavolato per la salita dei mezzi di locomozione che da troppi anni attende di essere tramutato in struttura muraria, si entra nella predetta seconda parte del cimitero, quello più vecchio. Va detto a onor della storia che appena saliti sul piano, per circa venti metri, un tempo si era ancora fuori dal primitivo cimitero costruito circa il1820, che aveva una chiesetta in posizione differente dall’attuale, per semplificare diciamo sul lato destro. (Vedi immagine).
Ricorsa la storia, volgendosi per un poco all’indietro, verso la prima parte del cimitero vecchio che stiamo lasciando, ci accorgiamo che qualcosa ci cattura l’attenzione, una bruttura. Due di quei sei cedri secolari che segnano il viale e stendono le loro immense braccia sulle tombe, diversi anni fa, perché avevano deciso di mollarne una che cadde rovinosamente sulle tombe creando guasti non indifferenti, incorsero nella notevole decisione del taglio al calcio, ma quasi a far vedere dove fossero, e quanti anni avessero avuto, lasciarono a vista le immense ceppe che ancora oggi sono lì in bella mostra, come un rotondo tavolino caduto sulle sue gambe.
(Fine prima parte)

Pier Giuliano Cecchi

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