Riflessioni alla luce dell’ennessimo “buon disastro”

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Provate ad immaginare una gigantesca tazza di latte e cioccolato. Grande, davvero grande. Aggiungete un beffardo raggio di sole che vi si riflette sfavillando tra un’onda e l’altra. Adesso lasciate da parte la fantasia e tornate alla realtà: in mezzo a quel latte e cioccolato vedete una trota che boccheggia ormai esausta. E’ un ritorno alla realtà molto brusco, ma è l’immagine che mi si è fissata nella mente dando una mano alla famiglia Lorenzi che gestisce l’Allevamento Ittico La Jara, in quel di Gallicano. Uno di quegli allevamenti che ha subito devastazione e morte (parlo delle trote) in occasione del nubifragio verificatosi nella notte tra il 20 e il 21 ottobre scorsi.
Alle tre della notte è arrivata l’allerta dell’Enel che avrebbe dovuto rilasciare acqua da un invaso, ma non c’è stato modo di fare niente. Forse non ci sarebbe stato niente da fare comunque, ma quando Cristian è uscito di casa si è spaventato per quello che stava succedendo e ha desistito all’idea di recarsi all’allevamento: la sua vita era più importante di ogni altra cosa.

Una notte terribile di cui rimangono le cronache, la paura e i danni. “Per fortuna” (come si fa a non usare le virgolette dopo quello che è successo) i danni sono “solo” materiali e non ci sono né feriti, né morti. E’ un risultato questo dovuto alla natura notturna dell’evento e ad una crescente attenzione dei cittadini (a dire il vero sempre piuttosto soli in questi momenti) ai comportamenti da adottare in simili circostanze. Inutile dire che se tutto fosse accaduto alle 10 del mattino con scuole aperte, persone al lavoro e auto in movimento, forse saremmo anche a contare feriti e morti. Questo mi fa venire in mente la frase di un docente in un corso dedicato alla sicurezza che ho seguito qualche anno fa: “Ogni volta che potete dire per fortuna non è successo di peggio” avete individuato una falla nel sistema della sicurezza”. E questa volta dobbiamo dire “per fortuna”.

Dobbiamo dire anche un’altra cosa: dal punto di vista meteorologico è successo qualcosa di eccezionale, di non ordinario. La quantità di pioggia caduta (oltre 300 mm in poche ore) è decisamente troppa per qualsiasi territorio. Basti pensare che in molti luoghi del nostro paese si tratta di metà o più di quanto piove in un anno. Allontanare tutto quella pioggia da un territorio senza subire danni è decisamente impossibile. Però…

Eh… però, ci sono delle riflessioni da fare.

Qui devo chiamare in causa mio nonno che da bambino mi raccontava di una notte (credo del ’66) in cui ci fu una tale pioggia che la mattina dopo certi posti non si riconoscevano. In particolare, c’era un terreno che la nostra famiglia coltivava tra Sillico e Capraia dove le grandi piogge avevano fatto rotolare lungo un impluvio (lui diceva “un canale”) un masso “grande quanto una capanna”. E quell’impluvio ben regimato (forse da secoli) con rocce sistemate ad hoc era divenuto uno scivolo in cui l’acqua era corsa via veloce. Fortunatamente i campetti che gli stavano ai lati avevano retto perché “tutti i giorni si spostava un sasso per esser sicuri che l’acqua andasse via per bene”.

Cosa ci dice questo racconto? Che gli eventi eccezionali a volte sono tali nella nostra memoria (dobbiamo forse ricordare cosa è successo attorno alle Alpi Apuane negli ultimi 20 anni?!?) e che in quei boschi in cui oggi tutto si muove sotto i nostri piedi (si, quelli tra Sillico e Capraia) c’era qualcuno che si curava di spostare ogni singolo sasso per regimare le acque. Del resto da quei campetti, da quelle selve dipendeva la disponibiltà (spesso la scarsità) di cibo. Si badi bene, non c’era alcuna particolare sensibilità ambientale o sociale in ballo, c’era evitare la fame, avere cibo, in un certo senso avere un reddito (ma diciamolo piano, altrimenti ci tassano retroattivamente per il cibo strappato alla terra dai nostri avi).

E oggi? E oggi ogni volta che ci lecchiamo le ferite ci viene in mente che “si poteva fare qualcosa” ma non è stato fatto. Bene, fatta questa lunga premessa, io vorrei parlare proprio di questo.

Tanto per non girarci troppo intorno diciamo qualcosa sul “dopo” di ognuno di questi disastri. Il cittadino, magari proprio colui che ha subito il danno, sente l’amministratore di turno (di solito si va dal livello regionale in sù) promettere lo stanziamento di “x” milioni di euro. La sensazione è che quella frase chiuda tutto. Forse nella testa del politico è così, ma non lo è nella realtà. Avere i soldi, ammesso poi che siano davvero disponibili velocemente, non significa niente: bisogna saperli spendere bene. Bisogna davvero saper riparare i guasti ed evitare di crearne altri. Si dovrebbero fare interventi sistemici e non riparazioni “a toppe” al termine delle quali intuisce già dove ci sarà il prossimo problema (vedi mai che a qualcuno possa servire questo stato di cose…). Soprattutto bisognerebbe (ops… sono man mano passato al condizionale) riflettere sul fatto che il “dopo” è il “prima” di un altro evento e che bisognerebbe lavorare prima per evitare i danni e non dopo. Lo so, la formulazione non è chiara. Allora prendo in prestito un motto ormai abusato e logoro: “prevenire è meglio che curare”. Già, la prevenzione: questa sconosciuta e misteriosa entità…

Prevenire non è un impresa e non è nemmeno un appalto, prevenire è cultura ad un livello così alto che siamo tutti chiamati in causa.

Lo è l’amministratore di turno che è costretto a rivedere il paradigma della propria esistenza, a lavorare per il futuro e non per il passato, cioè il tempo che precede il voto. La prevenzione non dà i propri frutti entro la fine della prossima campagna elettorale, li dà nel tempo. Vivo a Lucca e so bene che se ci salviamo dalle intemperanze del Serchio (mica sempre, però) è perché da qualche secolo a questa parte ci diamo da fare a costruire argini attorno al fiume. E devo ringraziare tanto l’Architetto Nottolini, quanto chi gli affidò l’incarico di rifare le arginature se la scuola dei miei figli non finisce regolarmente sott’acqua. L’orizzonte temporale è questo ed è difficle da spendere alle prossime elezioni. A proposito di spendere, però, la prevenzione è un modo per spedere meno ed utilizzare le risorse (scarse, sempre scarse) per fare meglio più cose. Forse con un milione di euro speso in prevenzione se ne evitano due spesi a riparare i danni. Se cambiare logica è già uno stravolgimento culturale, ancor di più lo sarebbe sapere cosa fare. Il “dopo” è facile: se la frana ha portato via un pezzo di strada, basterà consolidare il versante e ripristinare la strada. Ormai abbiamo nugoli di professionisti attivi in questo settore. Ma prima cosa si può fare? Come si possono spendere i soldi pubblici? Ed è giusto che sia solo lo Stato, nelle sue articolazioni, ad intervenire? Trovare queste risposte è molto difficile, ancora più difficile è appaltare opere che non sono opere, ma sono semplice e banale gestione del territorio.

Da molto tempo si sa che la forma di gestione del territorio economicamente più conveniente è l’agricoltura. Sia chiaro, però, non l’agricoltura di facciata drogata dai finanziamenti pubblici, bensì l’agricoltura che produce e si rapporta col mercato. Si, perché gli agricoltori quando ricavano il proprio reddito da ciò che producono sono stranamente incentivati a curare i terreni su cui coltivano, a spostare ogni singolo sasso, a mantanere pulite le zanelle lungo le strade, a rimuovere gli alberi caduti, a fare tutte quelle cose che evitano di perdere il raccolto. Allora una delle cose da fare sarebbe incentivare, anche con i soldi pubblici, la commercializzazione dei prodotti agricoli e non solo, come accaduto per troppo tempo, il ripristino dei castagneti o quello degli immobili. I soldi pubblici dovrebbero servire a creare nuove opportunità di vendita. E la vendita di molti prodotti andrebbe incentivata in modo da creare un virtuosissimo mercato locale di filiera corta e a chilometri zero. Per far questo qualcuno dovrebbe rimboccarsi le maniche e chiedersi perché Grom apre gelaterie in tutta Italia, Lucca inclusa, ma per avere la frutta per i sorbetti deve anche mettere in piedi un’azienda agricola ad hoc, dato che nessuno li soddisfa in qualità. E pure perché Ferrero cerca nocciole italiane e da qualche parte qualcuno pianta “nocelle” mentre noi giriamo intorno ad altro. Qualcuno dovrebbe anche scrivere nei capitolati d’appalto delle mense scolastiche che devono esserci prodotti locali nei piatti dei nostri figli e che la loro percentuale dovrà crescere nel tempo. E quando qualcuno obbietta che i prodotti locali non si trovano non si dovrebbe replicare “eh, già… capiamo”, ma dire che i mercati si creano, che si deve andare a cercare le aziende e far loro delle offerte, proprorre contratti che consentano alla mensa di avere sempre più prodotti locali e al produttore di potersi organizzare perché è evidente che in un giorno non si inventa una produzione capace di soddisfare le mense. I soldi pubblici potrebbero servire ad azioni di promozione del consumo consapevole di prodotti locali e di altri non locali ma che diano garanzie sotto il profilo ambientale e sociale. Mi fermo, perché di provocazioni ne ho già lanciate troppe.

Però attorno alla frana di turno è successo qualcosa, non c’è stata solo la pioggia. Ci sono corsi d’acqua non più regimati, terreni un tempo coltivati lasciati in abbandono, castagneti e boschi non più coltivati o addirittura rovinosamente percorsi da un incendio, qualche strada costruita senza autorizzazione, piccoli (e grandi) abusi edilizi, microdiscariche, antiche strade che versano in abbandono e si trasformano in torrenti, invasi idroelettrici che hanno modificato il corso di fiumi e torrenti, scelte ponderate sul piano meramente economico, normative assurde che ti impediscono di mettere un palo davanti casa ma non bloccano speculazioni edilizie. Mi fermo, ancora una volta, perché l’elenco può solo allungarsi, ma la sostanza non cambia: a monte ci sono i nostri comportamenti.

Di fronte a questo dovremmo smetterla di fingere, di atteggiarci a santi. Siamo noi che compriamo noci e nocciole californiane. Siamo noi che compiamo piccoli abusi edilizi sotto i quali scompare il suolo in grado di assorbire la pioggia, il fossetto insignificante che durante il nubifragio allontana l’acqua dalle nostre case. Siamo noi che recintando casa nostra deviamo o interrompiamo un ruscelletto “di poco conto”. E siamo noi che da perfetti e bravi burocrati rendiamo la vita impossibile all’ultimo pastore, quello che gestisce il pascolo al crinale, quello lassù che sposta il primo sasso che si muove sotto la pioggia incessante e potente. Siamo sempre noi quelli che “quel fosso dovrebbe pulirlo il comune”, le griglie di tombini e caditoie “non le pulisce mai nessuno”, però non muoviamo un dito per rimediare. E siamo noi che progettiamo cose assurde sulla base di rischieste assurde a fronte delle quali ci dovrebbe essere un incrocio di saperi esperti e saperi locali che evitano di far nascere edifici o nuove destinazioni d’uso in posti in cui mai mio nonno avrebbe dormito in una notte di pioggia. E siamo sempre noi quelli che si curano della strada che porta la nostra auto a casa, ma non del bosco che la sovrasta e tantomeno del campo incolto che gli sta sotto. Siamo pure quelli che raramente abbandonano l’asfalto per andare a vedere il mondo vero, che raramente salgono su una montagna per guardare come cambia il nostro territorio. Sono costretto a fermarmi di nuovo, altrimenti divento davvero insopportabile, ma avrete capito come la penso: non c’è mano divina, tanto meno amministrativa, da invocare, c’è da rimboccarsi le maniche.

Dobbiamo riprendere in mano e per mano il nostro territorio, riconsiderare certi nostri ambientalismi, come dovremmo rivedere certe logiche di speculazione. Dovremmo rivedere anche le nostre scelte nell’urna elettorale alla luce del futuro anziché dell’opportunità di un incerto presente in cui fare la nostra piccola speculazione personale. Dobbiamo dire basta ai grandi proclami per favorire le cose piccole e semplici che possono funzionare. Se non vogliamo farlo c’è un’alternativa: sedersi in poltrona davanti al televisore e guardare i disastri in diretta sperando che avvengano altrove, almeno fino al giorno in cui sarà travolta casa nostra. Quel giorno imprecheremo fingendo di non sapere.

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