Le maschere della Commedia dell’arte (parte 2)

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Il dottore

Il dottore sentenziava sempre, a proposito e a sproposito, credeva di essere filosofo, scienziato, medico, astronomo e avvocato e parlava di tutto a vanvera, confondeva i personaggi storici, creava citazioni latine o greche ed era oggetto degli scherzi e delle burle dei suoi servi.

Di solito gli chiedevano consiglio i giovani prima di prendere moglie e a dar retta alle sue sentenze, dette tirate, sarebbe valsa la pena di rimanere celibi. Il dottore le intercalava nelle azioni, come Arlecchino con i lazzi.

Questa maschera bolognese sembra che sia stata creata da un famoso comico, Lucio (Luzio Burchiello da Bologna) nella metà del XVI secolo, prendendo come soggetto un certo Messer Graziano delle Cotiche.

Non si esclude però che fosse già rappresentato nelle piazze da saltimbanchi per il divertimento del popolo delle fiere. Comunque, il dottor Graziano comparve verso il 1560, vestito tutto di nero, prima secondo alcuni maestri dello studio bolognese e poi secondo l’usanza francese del ‘600 con cappello alla Don Basilio, il mantello, la giubba serrata alla cintura, da cui pendevano una borsa di cuoio nero, un fazzoletto e qualche volta un piccolo pugnale. Portava calze e scarpe a fibbie e intorno al collo un collarino di mussola a pieghe. A volte era magro, magro, altre un bell’uomo sulla sessantina, con grossi baffi neri e mezza maschera che gli copriva solo il naso e la fronte, mentre i capelli erano coperti da una calotta nera.

Questa figura prenderà poi, in seguito, nelle recitazioni della Commedia dell’Arte, altri nomi: dottor dei Violoni, Forbizone, Bombarda…. Fino alla denominazione definitiva di dottor Baloardo o meglio Balanzone, nome che gli proveniva dalle “balle” (frottole) che egli sentenziava tranquillamente, con serietà

Ogni tanto s’innamorava di una “bella” e diventava vittima degli scherzi dei servi e delle damigelle da cui si era lasciato conquistare e allora piangeva parlando in bolognese, mescolato a italiano e latino, poi si calmava gustando la cucina della sua città.

Dopo che questa maschera si affermò attraverso valorosi interpreti, come Lodovico De’ Bianchi e Bernardino Lombardi, nel ‘500 il secondo vecchio della Commedia dell’Arte emigrò in Francia.

Ai primi dell’600 scomparve dai palcoscenici per apparire solo nei veglioni e nei corsi mascherati della sua città natale, dove continua ad aprire il corteo dei carri e delle maschere.

 

Pulcinella

Pulcinella è una maschera napoletana e rappresenta bene quel popolo baciato dalla luce e dal sole.

I suoi caratteri sono affini a quelli di Macco e Bucco, due tipi di amabili furbi, due ghiottoni come li crea di solito Napoli. Hanno attraversato il Medioevo saltando nelle piazze ed alla fine si sono identificati con il moderno Pulcinella che con il suo abito afferma ancora la vecchia origine campana.

Il nome sarebbe nato alterando quello di Paolo Ciniello del ‘200, ma con maggiore probabilità fu un contadino di Acerra, Puccio di Aniello a dare il nome alla nostra maschera che Silvio Fiorillo ricreò inserendola nelle nostre scene.

All’inizio anche Pulcinella era vestito come gli zanni, però gibboso e deforme, portava una barbaccia incolta che spuntava di sotto alla maschera, in seguito il suo costume cambiò fino a che alla fine del ‘600 perse la gobba, la barba, i baffi e la daga e apparve più riposato.

Il suo vestito consisteva in una casacca bianca stretta alla vita da una corda, ampi pantaloni, berretto a pan di zucchero, mezza maschera caratteristica con il naso grosso e pappagallesco.

Tale lo ritroviamo ai nostri giorni ed è la maschera che più ha conservato l’originario vestito degli zanni.

Pulcinella ha anche un cognome, Cetrulo (citrullo). Il suo fine ultimo è il piatto di maccheroni e l’amore della serva che però non sposerà quasi mai perché questa maschera è sempre poco padre e poco marito.

In queste interpretazioni ricche di vita e movimentate vari interpreti suscitarono l’entusiasmo del pubblico del ‘600.

Alla fine del ‘700 Pulcinella risvegliò l’estro dei musicisti e in opere liriche ne diventò l’eroe.

Il Carlino, teatro napoletano ora distrutto era il regno delle sue prodezze e ne era frequentatore appassionato anche Ferdinando II, il re nasone e fu lì che una sera, reduce da una caccia alle allodole molto abbondante coprì le battute di Pulcinella con le sue risa sgangherate.

Questa maschera attraversò l’Italia sempre con fortuna, poi corse il mondo ed eccola in Francia, Germania, Spagna, suscitando dappertutto furore, anche se cambiò aspetto. Ma fu al teatro San Carlino il posto dove regnava col suo vero carattere e fu qui che una sera nel 1876, durante una recita, Pepito, il suo interprete morì sulla scena e con lui anche Pulcinella.

Antonio Pepito fu forse il più grande Pulcinella e fu molto commovente ricordare come il padre Salvatore trasmise la maschera al figlio, cerimoniale che come abbiamo visto per Arlecchino, si faceva generalmente a teatro (1852).

 

Il Capitano

Spaventa o Fracassa

Il Capitano fu creato dal pistoiese Francesco Angelini, ma le sue origini sono più lontane.

Andreini rimase prigioniero dei Turchi per ben otto anni e quando tornò riprese il suo lavoro e creò questo personaggio, caricatura dell’ufficiale smargiasso, più ridicolo che terribile, che chiamò Capitano della Valle d’Inferno, lo fece nascere a Napoli e ne scrisse le “bravate” che sono giunte fino a noi.

Questa figura piacque molto a quel tempo, il suo aspetto era impressionante: i lunghi baffi volti in alto sembrava che forassero il cielo, la lunga spada strusciava rumorosamente in terra mentre camminava e i pugnali pendevano dal suo fianco.

Indossava il vestito degli ufficiali spagnoli del tempo, anzi ne era una caricatura: generalmente era a strisce colorate, ornate di nastri, cordelle, mantellette. Calzava ricchi stivali o calzari eleganti e un cappellone ornato di piume e pennacchi, molti bottoni finivano l’abbigliamento….

Alcuni di questi capitani avevano un costume ben definito, come Giangurgolo, che apparteneva a questo gruppo anche se non ne prendeva il titolo.

Giangurgolo, calabrese, rappresentava il soldataccio ladro, codardo e bugiardo ed indossava un panciotto rosso con maniche gialle rigate di rosso e così erano anche i pantaloni, una mezza maschera rossa copriva la fronte e il naso e un feltro, a pan di zucchero, la testa. A volte la sua spada aveva per pomo un’arancia.  Questa maschera ebbe tanta fortuna e così i capitani si moltiplicarono, assumendo moltissimi nomi: Matamoros, Fracassa, Spaventa, Scaramuccia….

È una maschera caduta in disuso, fece la sua ultima comparsa nel ‘700.

Il   Capitano si esprimeva sempre con paragoni ed immagini stravaganti ed esagerate, usando spagnolo o un italiano misto con lo spagnolo. Spesso corteggiava Colombina, ma quando Arlecchino cominciava ad agitare il batocio, il più grande capitano di tutti i tempi tagliava la corda, con un fracasso di ferraglia e strida da scorticato.

 

Pierrot

Pierrot è la maschera che più spesso s’incontra nelle feste mascherate e nei veglioni, cerca di sopravvivere modificandosi e trasformandosi.

All’inizio il suo costume era formato di calzoni, di un’ampia giacca con collaretto a righe e berretto totalmente bianchi. Pierrot deriva da Pedrolino, maschera italiana che rappresentava il servo onesto, scherzoso, ma pusillanime ed incerto nei momenti pericolosi.

La sua fortuna sulle scene iniziò in Francia grazie ad un attore ferrarese che ne fece il tipo del popolo di allora, povero e sfruttato, ma capace ugualmente di generosità e di rettitudine.

Da quel momento Pedrolino assumerà per sempre il nome definitivo di Pierrot ed entrerà nella Commedia italiana come rivale infelice ed impaziente di Arlecchino.

 

Scaramuccia

Altro costume di Scaramuccia

Scaramuccia è di origine napoletana, è il compagno di tutti quei capitani di cui è rimasto solo il ricordo nelle incisioni di Callot, che ci ha rappresentato il nostro vestito di nero, mascherato, con spada e cappellaccio, alla moda dei capitani spagnoli del tempo.

Tiberio Fiorilli, che gli diede un carattere particolare, modificò il costume, sostituendo il cappello con un ampio berretto e la spada con la chitarra.

Scaramuccia è pallido come Pierrot, le sopracciglia sono nerissime, i baffi a forma di parentesi, al mento porta un piccolo pizzo.

Scaramuccia vuol dire piccola battaglia; i primi erano vantatori, poltroni ma Fiorilli creò un tipo più vario, più ricco, vi aggiunse le risorse del canto e della musica, usò le sue capacità acrobatiche (a 83 anni distribuiva schiaffi con la punta dei piedi), sostituì la spada con una chitarra.

Fiorilli salì sul palcoscenico, la prima volta a 18 anni a Fano ed ebbe subito successo, così fu anche a Mantova e a Firenze. Cantava bene, accompagnato dalla sua chitarra e questo gli procurava amici e protettori. Diventò famoso in tutta Europa e alla fine arrivò a Parigi, diventando l’idolo delle folle francesi.

Rimase in Francia quasi tutta la vita, morì a 86 anni nel 1694 e con la sua morte scomparve la maschera di Scaramuccia.

L’ultimo attore che reincarnò certe virtù di Fiorilli fu Ettore Petrolini, grande ed ultimo rappresentante di quelli che furono gli attori della Commedia dell’Arte.

 

Scapino

Scapino fu portato in Francia dal suo creatore il bolognese Giovanni Bissoni al posto di Brighella di cui aveva tutti i tratti principali, ma era meno crudo. Il suo nome deriva da scappare, perché, nonostante le sue smargiassate, era un codardo.

All’inizio vestiva il tipico abito degli zanni, ma poi il suo costume sarà quello di Brighella ma con il blu al posto del verde e non portava maschera. I suoi creatori, Bissoni, Chiaravelli e Camerani lasciarono buon ricordo nell’interpretazione di questo personaggio.

 

Tartaglia

E’ di origine napoletana e fu creato da Agostino Fiorilli che usando ed abusando della balbuzie, si meritò tale nome. Rappresentava spesso il servo astuto, speziale, notaio, pedante…, portava grossi occhiali verdi ed era vestito con giubba e calzoni di panno verde, foderati di bianco a righe gialle, collare bianco a grandi pieghe e calze dello stesso colore, scarpe e cintura gialla e cappello di feltro grigio.

 

Mezzettino

Anche Mezzettino, cioè mezzo boccale, si affermò in Francia, fu creato dal comico Angelo Costantini.

Altre maschere simili a lui avevano già avuto successo all’estero, ma il nuovo Mezzettino è diverso da loro, è briccone, ma galante e insidioso, non porta la maschera. In un dipinto è rappresentato mentre suona la chitarra in giubba, calzoni, berretto e mantellata a righe bianche e rosse, frappe ai polsi, collarino e scarpe bianche.

Il suo creatore era simile a lui, perché sapeva trarsi d’impiccio con astuzia e presenza di spirito.

 

 

Gli amorosi

Nella Commedia dell’Arte alcuni caratteri avevano un personaggio a sé: Pantalone, Balanzone, Arlecchino… altri avevano anch’essi un nome fisso e cioè gli “amorosi”. Erano uomini come Flavio, Lelio… donne come Lavinia, Rosaura…, parlavano il toscano letterario e dovevano essere belli, forse per questo non portavano la maschera.

Le servette, care e graziose con le loro padrone erano maliziose e si chiamavano Colombina, Corallina, …

Colombina, nel 1600, portava un vestito bianco con grembiule verde, noi la preferiamo nel costume settecentesco rosa con grembiule bianco, a volte si vestiva anche come Arlecchinetta.

Arlecchinetta

Gli amorosi dovevano dedicarsi con passione e studio alla loro parte che comprendeva brani, poesie, battute scherzose…

Le maschere più famose furono: Colombina, Lelio, Aurelio, Flavio…, ma la maggior comica del 1500 fu Isabella Andreini da Padova, donna eccezionale, bellissima, componeva versi, era esperta di musica ed artisti e pensatori s’inchinavano al suo nome, Galilei cercò invano di conquistarla….

Morì giovane (42 anni) a Lione nel 1604, ebbe funerali da regina e a suo ricordo fu coniata una medaglia con la scritta: Ad eterna fama.

Fine seconda parte

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