La natura sincera dell’ospitalità

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E’ successo lo scorso 12 luglio, ma quasi non importa dato che quanto accaduto ha il sapore delle cose senza tempo. Si chiama “ospitalità” ed è un concetto difficile da spiegare ma capace di riempire il cuore. “Ospitalità” è ciò che è successo ad un gruppo di sognatori che da qualche anno si affanna sotto il nome di “AT&NA – associazione territorio e natura“.
Un affanno che vuole riportare le persone al centro dell’attenzione, che vuole ricollocare uomini e donne nel territorio in cui vivono, che cerca di ricollegare l’uomo alla natura. In questi mesi tutto questo si sintetizza in un progetto dal titolo forse un po’ troppo lungo ma che spiega bene il tentativo: “Memoria e paesaggio dell’area lucchese – dal collasso al recupero dei valori identitari legati al paesaggio”.

Ebbene uno dei capitoli di questo progetto riguarda l’esplorazione delle memoria dei testimoni dei luoghi e del tempo che si è svolto nella forma di una serata a veglia, cioè di un ritrovo in una piazzetta per parlare di ciò che è stato e, forse, di ciò che sarà il legame col territorio. La serata si è svolta in località Querce, nella frazione di Torre, nel comune di Lucca.
Non è, pero, della serata che intendo parlare, sebbene abbia costituito un momento di grande successo ed importanza per il progetto. Ciò di cui voglio parlare è quel concetto di ospitalità richiamato all’inizio dell’articolo. Ne voglio parlare perché quel “gruppo di sognatori” che si affanna sotto il nome di “AT&NA” quando ha scelto Querce come luogo in cui svolgere la serata davvero non sapeva cosa li avrebbe aspettati. Come sempre accade c’è stato un facilitatore locale ad aprire alcune porte (stiamo parlando di Mauro Sorbi, un vero e proprio personaggio non in cerca di autore) di questo nucleo abitato sulle pendici del versante sinistro della Valfreddana, poco distante da Lucca, ma la comunità locale ha avuto una reazione davvero notevole.

La prima volta che siamo arrivati a Querce dove, si badi bene, nessuno ci conosceva, ci siamo ritrovati attorno ad un tavolo con una decina di persone che, via via, ci hanno raggiunti incuriositi dal nostro interesse per la loro realtà. E sono fioccati racconti. Così abbiamo scoperto che qualcuno è arrivato lì dai dintorni di Fabbriche di Vallico con un paio di cambi di corriere per raccogliere le olive e vi ha trascorso la vita rapito dall’amore, che ancora si va dal fabbro della Valpedogna per farsi fare i coltelli e che qualcuno ancora oggi fa agricoltura in un luogo che sembra avere i sacri crismi per essere un dormitorio prossimo alla città di Lucca. Alla fine della serata ervamo quasi dei vecchi amici… ed era solo l’inizio.
Quando è arrivata la sera dell’incontro previsto dal progetto siamo arrivati di buon ora (si, avrete capito che sono uno di quelli che si affannano) per sistemare un po’ di cose (le sedie, una luce, microfoni e casse, una tavola imbandita di torte e buon vino…) in vista dell’apertura dei nostri lavori intorno alle nove. Verso le otto abbiamo tirato fuori il nostro riso freddo ben felici di mangiarlo seduti su una panchina che per decenni ha ospitato gli anziani del paese nei momenti di chiacchiera, di veglia o, semplicemente, di riposo. Da una finestra si è affacciata una signora con un messaggio chiaro: “se salite su, ci mettiamo tutti a tavola insieme e condividiamo il cibo”. Così è stato e ci siamo trovati in otto intorno ad un tavolo mangiando sia il cibo pronto per la cena che abbiamo invaso, sia il nostro riso freddo. E’ in quel momento che abbiamo scoperto di orti dalla coltivazione mai interrotta, di qualche ultimo eroe che ancora alleva un paio di mucche e dei disagi che la neve porta in inverno su queste colline che qualcuno considera poco più che “zone residenziali”. Il vino fatto d’uva “quella vera” ha aiutato l’instaurarsi di un clima colloquiale che ci siamo trascinati dientro scendendo nella piazzetta.

Ecco che la serata ha coinvolto quasi quaranta persone tra ragazzi, adulti e anziani. Dalla diligenza seguita a piedi per andare a Lucca senza sostenere il peso del bagaglio al passaggio in auto offerto da Mastroianni, dal regio descreto che prescrisse la disponibilità di acqua potabile in tutti i borghi d’italia alla poesia dedicata ad un capanno privo di servizio igienico narrata nel libro di un poeta locale, sono stati molti i momenti che hanno animato la serata. Sopra a tutto questo, però, la sensazione di essere amici, di esser stati lì altre infinite volte e di poterci (o doverci) tornare presto.
Alla fine non siamo riusciti a dirci “arrivederci” ma un semplice “ciao” che vale quanto una promessa e che sintetizza quello spirito di ospitalità che abbiamo ricevuto: una grande e sincera accoglienza con radici lontane nel tempo ma davvero vicine al cuore. Di questo dobbiamo ringraziare le splendide persone che vivono a Querce.

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