Molte maschere sono passate completamente di moda, come Beltrame, Beppe Nappa, Cassandro, Coviello, Pasquariello…. o sono figure soprattutto proprie del teatro delle marionette, come Facanapa e Gioppino.
Beltrame
E’ la maschera del comico Nicolò Barbieri di Vercelli che in Francia fece fortuna con questo nome.
E’ simile a Pantalone, ma meno ingenuo e meno ridicolo, sotto la sua aria mansueta si nascondono l’astuzia e la sottigliezza. Porta giubba grigia con cintura, rimboccata alle maniche, calzoni al ginocchio pure grigi listati di nero, calze bianche, mantella bruna con nappa nera, collarino a pieghe e berretto nero. Porta barba bruna e maschera.
Beppe Nappa
Era un Pulcinella siciliano più agitato dell’altro, danzava e saltava ma era goloso e stupido in modo desolante. Vestiva con giacca e calzoni azzurro chiari, cappello grigio sopra una calotta bianca ben aderente alla nuca, collarino pieghettato bianco e calze dello stesso colore.
Apparve sulla scena nel ‘700 ma scomparve presto.
Cassandro
Originario di Siena, deriva da Pantalone, ma un Pantalone senza vertebre: è lo zimbello di tutti, la sua credulità sfiora l’idiozia, ma è anche il marito soddisfatto.
Oltre alle maschere più conosciute, anche a Pierrot a volte riesce di gabbarlo. Fece la sua apparizione in francia nel 1780, vestiva come il borghese del ‘700 con tricorno e canna.
Coviello
Coviello è calabrese, è il tipo che fa il bravaccio come il Capitano, ma è stupido e viene deriso. Quando però impugna il mandolino e recita la parte di servo è più trattabile ed allora indossa una giubba, calzoni e berretto di flanella grigia con grossi bottoni rossi, di tale colore sono anche le penne del cappello e la maschera dal naso nero, porta i campanelli di rame alle braccia ed alle gambe.
Pasquariello
Maschera creata da Giuseppe Tortorici nel ‘600, è il tipo di servo goloso, fannullone, dedito al vino, disperazione dei ritrovi. E’ vestito con giubba e calzoni di velluto nero, scarpe di cuoio nero con fibbie d’acciaio e calze rosse, colletto di mussola, cuffiettino di velluto nero. La faccia è infarinata con baffi dipinti.
Facanapa
Facanapa è una maschera veneta, di origine veronese che risale al XVII secolo, ha un carattere simile a Pantalone. Portava grandi occhiali verdi, un cappellaccio, un gran panciotto e un soprabito bianco, lungo fino ai piedi.
Nel 1836, grazie ad un marionettista, cambiò aspetto e carattere e diventò una maschera divertente, dai motti arguti e inaspettati, pronunciati con voce nasale. Ha un gran naso pappagallesco e un mento prominente, in un viso rotondo e florido.
E’ vestito alla moda del ‘700 con tricorno, giubba bianca o scura con tre grossi bottoni, calzoncini al ginocchio, con una gamba bianca e l’altra nera.
Gioppino
Gioppino è nato a Zanica, nel Bergamasco, porta le basette su una faccia allegra e rubiconda, con tre grossissimi gozzi simili a mele. Veste come i contadini locali del ‘700: cappello nero orlato di rosso, giubba rossa orlata di verde, calzoni scuri o a scacchi.
E’ un buon bevitore, sempliciotto in apparenza, analfabeta, ma non sbaglia mai i suoi conti e, con un buon senso alla Sancio Pancia, è la vera maschera rurale. Risolve molte questioni a randellate, come nel teatro dei burattini.
Meo Patacca
Bernieri, nel 1695, in un suo poema, creò questa maschera. Un pittore poi lo immortalò nelle sue tavole nel 1823. Fu portato in scena all’inizio del 1800. Dava in escandescenze per sciocchezze perché lui non voleva sentir ragioni: prima si bussava (picchiava) poi si spiegava!
Veste come il trasteverino dell’epoca: panciotto e maniche di camoscio giallo, calzoni verde oliva, fazzoletto arancione, cintura rossa, scarpe gialle, berretto rosso e cappello nero.
Il suo antagonista è Meo Pepe, tipo del coniglio e quella facciaccia romanesca di Meo Patacca ce la spunta sempre.
Rugantino
Rugantino è “romano de’ Roma”, minaccia e racconta “balle” e poi le “busca” sempre vantandosi di averle date. E’ nato verso la fine del ‘700 e porta un vestito dell’epoca: un frac rosso molto corto, con panciotto e calzoncini pure rossi, un cappello ad incudine e scarpe nere con fibbie d’argento.
Da sotto il copricapo esce il codino dell’epoca, ma il costume cambiò nel tempo: calze bianche a righe rosse, con fascia rossa ai fianchi in cui sono infilati due coltelli.
Ha un volto aggressivo, con il mento sporgente e le gambe molto storte. E’ simile al Miles gloriosus ed al Capitan Spaventa, spesso litiga con la sua compagna, Nina o Rosetta che sia, popolana sciolta di parola, ingioiellata e con un pugnaletto nei capelli neri, come uno spillone, litigiosa e sprecona, sa difendere la sua onestà.
Gianduia
Gianduia è veramente il tipo del buon piemontese, pieno di buon senso e di coraggio. Indossa la giubba e i pantaloni di panno marrone (a volte i calzoni sono verdi), il panciotto è giallo bordato di rosso, le calze sono rosse, le scarpe nere con fibbie di stagno, le giarrettiere rosse, la cravatta verde, il tricorno nero con galloni rossi, la parrucca castana con il codino all’insù detto “alla prussiana”, la faccia è colorita, piena ed aperta.
Stenterello
A Stenterello Porcacci qualcuno attribuisce una data anteriore al XVIV secolo, ma nella realtà fu immaginata centocinquanta anni fa da un attore, Luigi del Buono e fu il pubblico a dargli questo nome per l’aspetto gracile e stentato del suo creatore.
E’ poverissimo, perseguitato dai creditori e dalla sfortuna, ghiottone e scansafatiche, ma la varietà delle interpretazioni alle quali si presta questa maschera non gli dona uno stato ben definito.
Ora è servo, ora è padrone, rappresenta le doti e lo spirito della sua razza, il motto arguto, il frizzo gli sono abituali, non ha perciò il carattere quasi immutabile delle altre maschere.
E’ un buon ragazzo ma ha il torto di essere “fifone”, tremando parecchio davanti ai pericoli. È notissimo in Toscana e il suo repertorio è quasi tutto composto di vecchi scenari e di note commedie.
Veste con soprabito e giacchetta di stoffa azzurra, dal colletto e paramani a scacchi rossi e neri, galloni rossi, panciotto giallo canarino a fiori verdi su cui un tempo era scritto: “POSAPIANO” e il numero 28, simbolo dell’infelicità coniugale. Ha calzoni corti neri o con una gamba verde, calze di cotone, una rossa e l’altra bianca, rigate in azzurro, scarpe basse con una gran fibbia di stagno, parrucca bianca con codino all’insù e fasciato di rosso, cappello a tricorno o a lucerna e cravatta nera con orlo bianco.
Il volto è pallido, con sopracciglia folte e arcuate, ha tre forti righe nere parallele agli angoli della bocca e agli occhi ed una macchia rossa su ciascuna guancia, gli manca il più bel dente davanti!
Non sembra amare le Rosaure e le Colombine perché così definisce le donne:
Donna ciarliera e bizzosa
è peggio di ogni cosa.
Donna che parla poco
nasconde in seno il foco.
Donna che parla assai
non ti fidar giammai
Donna muta e silente
peggio di un accidente!
Meneghino
Meneghino è la maschera ambrosiana per eccellenza, una delle più amate dal suo popolo, tanto da diventare sinonimo di milanese. Fu una creazione autentica di Carlo Maria Maggi che verso la fine del ‘600 gli dette vita, aggiungendo anche il cognome Peccenna, cioè da pettinare, strigliare….
Questo buon popolano e buon servo cominciò a pettinare l’aristocrazia e i suoi vizi con le sue satire accorte e mordaci e a mostrarsi buono e generoso, coraggioso a parole, ma prudente a fatti.
Il suo costume che all’origine era formato da una veste bianca con cintura che giungeva fino sotto le ginocchia, calze verdi e grossi zoccoli, cambiò poi diventando più settecentesca con tricorno marrone a bordature rosse, giubba marrone a risvolti pure quelli con bordature rosse, sottoveste gialla fiorita, calzoni verdi corti, calze bianche a righe rosse, scarpe nere con fibbia, parrucca bruna con codino all’insù, coperto di rosso. Meneghino non ha la maschera e solo pochi segni bianchi e rossi sul viso.
I caratteri di questa maschera si fecero sempre più vari, diventò il popolano di Porta Ticinese, avendo molto successo.
Durante il dominio napoleonico Carlo Porta lo fece diventare la voce del malcontento popolare.
Meneghino è ricco di buon senso, è professore nel conoscere la vita…
Fine terza parte


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