Questo mio piccolo contributo storico è dedicato alla memoria di Carlo Ginzburg, uno dei massimi storici del ‘XX secolo, che attraverso il racconto delle piccole Storie spiegava i fatti della Grande Storia.
L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914.
In genere cominciano così tutti gli articoli commemorativi e celebrativi di quello che viene considerato l’evento iniziatico della Grande Guerra; l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914.
E in effetti questo atto criminale dà il via ad unacatena di reazioni politiche che in brevissimo tempo, meno di un mese, innescano il grande conflitto. Come una “scintilla”, altro titolo spesso usato.
La bellissima copertina del Corriere della Sera, acquarellata dal celebre disegnatore Achille Beltrame, è disegnata inconsapevolmente errata.
Le posizioni delle due celebri vittime rispettoall’attentatore Gavrilo Princip sono invertite. L’Arciduca era seduto a sinistra, sua moglie, la contessa Chotek a destra. L’attentatore, lo studente serbo Gavrilo Princip che spara colpisce per primo la contessa, che è invertita come posizione, con un colpo solo in basso, al ventre.Devastante e mortale.
Ma questi dettagli il disegnatore Beltrame non poteva conoscerli il 28 giugno 1914.
La telefonata della notizia in redazione arriva da Sarajevo alla Agenzia di stampa “Stefani”;descrive solo la notizia cruda del fatto. Tocca quindi al disegnatore Beltrame immaginare la scena e renderla pittorica, per poter dare un contributo visivo efficace al giornale. Mi pare che comunque fece un certo effetto.
Ho sviluppato negli anni un certo interesse storico su questo argomento; tutto nasce da un momento del mio servizio militare.
La mia piccola Storia.
Nel ’97 mi trovavo in missione a Sarajevo ( B-H) a rimuovere bombe e mine che si erano generosamente scambiati vicendevolmente serbi e bosniaci, ma anche croati e sloveni, e che a conflitto finito, rimanevano inesplosi sul terreno.
Esattamente come da noi, 50 anni prima sullaLinea Gotica. Mi pareva un “déjà vu”.
Una delle attività operative del contingente multinazionale S.F.O.R. era appunto il “Demining”, la bonifica degli ordigni inesplosi, per mettere in sicurezza il territorio dal pericolo delle mine e ordigni esplosivi ancora attivi perpoter permettere la ripartenza in sicurezza delle attività economiche, sociali e civili.
Io comandavo uno dei Nucleo “B.O.E.” ( Bonifica Ordigni Esplosivi) e assieme ad altri camerati svolgevamo questo compito a favore della sicurezza delle nostre truppe e della collettività locale.
La foto mi ritrae con il “prodder” il lungo spillone antimagnetico per saggiare il terreno dalle mine; è stata scattata sul ponte di Verbanja a Sarajevo, noto come il “Ponte degli innamorati
Vrbana, Sarajevo, BH 1997 ” il Ponte degli Innamorati”; tristemente noto per essere il luogo della uccisione da parte di cecchini di due ragazzi, uno serbo BoskoBrkic, e una ragazza bosniaca, Admira Ismic; innamorati della vita, si incontravano in un caffè poco distante, li sotto. E lì sul ponte, qualcuno dalla collina, ha terminato il loro amore. I loro corpi vi sono rimasti per otto giorni, sotto il fuoco dei tiratori scelti che bersagliavano chiunque. Ci volle una tregua speciale per rimuovere i due ragazzi uccisi. Una targa e un mazzo di fiori sul parapetto ricordano il loro amore. Ma questa è un’altra storia.
L’attività operativa che svolgevo mi aveva permesso di conoscere per motivi di servizio, alcuni personaggi del settore dello sminamento e della bonifica, in particolare un capitano artificiere della Polizia Criminale Bosniaca che aveva perso il braccio destro mentre rimuoveva una mina in un parco giochi.
Era rimasto in servizio indossando una speciale protesi; ci trovavamo spesso nei sopralluoghi tecnici sui vari attentati, e parlando davanti a un caffè turco (da non mescolare mai con il cucchiaino!) mi aveva coinvolto e appassionato nello studio e nella conoscenza del famoso attentato.
D’altra parte eravamo proprio sul posto del fattaccio (Sarajevo), quella che chiameremmo oggi “la scena del crimine”, e quindi piano piano avevo acquisito alcune informazioni che mi incuriosivano sempre di più.
Mi aveva accompagnato sul luogo dell’attentato, il Ponte Latino, un giorno che pioveva.
Eravamo orami ai primi di dicembre e il mio turno di missione era al termine, come si dice in gergo “in corto finale”.
La freccia indica il punto da dove l’attentatore il giovane Serbo-bosniaco Gavrilo Princip di anni 19 e mesi 11, aveva fatto fuoco.
Confesso che era emozionante vivere la Storia in quel modo, sui luoghi del fatto.
Poi a casa avevo integrato il tutto con un copiosoacquisto di libri sull’argomento che aveva seriamente compromesso la stabilità del solaio!
Interessanti il verbale di sequestro delle armi e delle bombe a mano, il verbale di arresto di Gavrilo con le sue impronte digitali e altri.
Documenti importanti e dalla cui analisi si ricavano informazioni precise.
Esplosi due colpi, ma un solo piccolo proiettile fu recuperato in sede di autopsia dal basso ventre della Contessa Sophia Chotex, che aveva provocato una forte lacerazione e emorragia mortale; è quello piccolino in alto, un podeformato dall’impatto con la portiera dell’auto che aveva perforato prima di lacerare il ventre della contessa. Il secondo proiettile, che manca nei reperti è rimasto piantato nella carotide dell’Arciduca Francesco Ferdinando, perché il dottor Poietk incaricato della autopsia, non ritenne opportuno rimuoverlo per non deturpare il volto dell’Arciduca.
Questo per spiegare che, a differenza dei roboanti titoli giornalistici… non fu nè una scarica di colpi, nè quattro e nè sei colpi di revolver ( la pistola non era “a tamburo” ma del tipo “semiautomatica”, una Browing mod. 1910), ma Gavrilo esplose “due” soli colpi. Due bossoli recuperati, un proiettile estratto e uno nel collo: gli altri sei colpi inesplosi sono nel caricatore che ne conteneva 8.
Quindi 6 + 2 fa 8. Basta leggere.
Fine argomento su quanti colpi furono sparati.
Dopo…ne furono sparati molti, ma molti di più…
Torniamo a Sarajevo, quel 28 giugno 1914.
Alla Grande Storia.
La Mlada Bosna in realtà era “controllata” e manovrata da una più importante e funzionale organizzazione terroristica: la Ujedinjenje ili Smrt(Unione o Morte) , più tardi tristemente conosciuta come “La Mano Nera”, tutt’oggi parte da qualche parte nel mondo evoluta come organizzazione mafiosa.…
Sorta in occasione della crisi bosniaca del 1911, data della unificazione al Regno Austro-Ungarico, la Mano Nera era sotto il diretto controllo e impiego del Colonnello DragutinDimitrijević detto “ l’Apis”, o anche “ Linea diretta” o ancora “Il numero 6”.
Farà una brutta fine anche lui; fucilato, proprio dai suoi soldati serbi.
Costui era davvero un personaggio particolare, massone e rivoluzionario: Dimitrijević assieme ad un gruppo di giovani ufficiali aveva pianificato nel 1903 l’uccisione dell’impopolare Re serbo Alessandro I Obrenović.
L’11 giugno 1903 l’Apis con i suoi, assaltò il palazzo reale ed assassinò sia il Re Alessandro I che sua moglie Draga Mašin, facendoli a pezzi a sciabolate e gettandoli fuori dalle finestre del palazzo reale.
Era un tipo risolutivo il Colonnello Apis. Nel combattimento fù ferito gravemente, e tre pallottole rimasero per sempre nel suo corpo. Diventò così una specie di eroe nazionale e riuscì ad organizzare meglio la Mano Nera che era articolata in due rami funzionali e segreti: la Narodna Odbrana ( Difesa nazionale ) e la Mlada Bosna ( Giovane Bosnia). Quest’ultimo ramo fu incaricato dall’Apis di preparare un ennesimo attentato alla casa reale austroungarica, ennesimo perché in realtà di attentati ne organizzava molti, ma quasi sempre con esiti fallimentari.
Tra loro, inizialmente nella Mlada Bosna c’era anche lo scrittore Premio Nobel Ivo Andric, che però non partecipò in alcun modo all’attentato.
Giovanissimi, ascetici, età media poco più di 20 anni, avevano fatto voto di castità, di rinuncia al tabacco e all’alcool, e avevano giurato di condurre una vita morigerata per avere le energie necessarie all’estremo sacrificio, in nome della riunificazione di tutti i popoli slavi sotto il controllo serbo.
Erano determinati a portare a termine l’attentato, con l’intima convinzione di riuscire a far aggregare la popolazione serba della Bosnia,nella ribellione alla casata Asburgica. Il sogno della Grande Serbia, lo sbocco sul Mar Adriatico, il collegamento non solo mentale ed empatico con la grande Madre Russia.
Per questo partirono dalla locanda Kaffeehaus di Belgrado, luogo di ritrovo dei cospiratori e siincamminarono verso Sarajevo.
300 km da fare a piedi o con mezzi di fortuna.
E con la certezza che, nonostante le mille precauzioni, qualcosa era trapelato e la polizia bosniaca era stata messa in allerta. Inutilmente.
Il Colonnello Apis aveva fatto avere loro un pò di armi e bombe tramite il maggiore Voja Tankošić, un personaggio importante della Mano Nera, che aveva consegnato quattro pistole semiautomatiche Browing mod. 1910, calibro .32 ACP , un paio di scatole di munizioni, e sei bombe a mano modello Kragujevac, con funzionamento a tempo.
Avevano acquistato anche del cianuro in fiale da assumere immediatamente dopo l’attentato, per non cadere vivi nelle mani della polizia; avevano fatto un giuramento solenne su questa cosa, ma siccome erano poveri e avevano pochi soldi, il farmacista gli consegnò del cianuro scaduto, che al momento della ingestione provocò loro solo dei forti conati di vomito senza ucciderli.
Succede, la Storia a volte ha dei risvolti incredibili.
Tra il serio e il faceto.
Era come se Alì Agca fosse stato fermato dalle guardie svizzere del Vaticano mentre si esercitava al tiro a segno con la pistola sotto il colonnato del Bernini a Roma, e poi rilasciato con una multa per danneggiamento del marmo vaticano !
Che cosa andavano a fare ormai era chiaro a molti.
Anche perché appena partiti il piano dell’attentato era stato annullato dal governo serbo, ma l’ordine di annullamento non era stato ricevuto (forse appositamente…) dagli attentatori già in viaggio. Furono addirittura aiutati a passare la frontiera da alcuni personaggi che li attendevano sul posto..
Quando finalmente i nostri giovanotti arrivarono a Sarajevo verso il 25 giugno, presero alloggio separatamente, chi in una locanda, chi da amici, chi da parenti.
Il piano operativo era chiaro: il giorno 28 giugno, un fatidico giorno per la Storia, avrebbero provato a cambiarne il corso
Era stato scelto il 28 giugno per una serie di motivi.
Essenzialmente perché l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dopo l’Imperatore Francesco Giuseppe, aveva programmato una sua visita ufficiale, a Sarajevo con la consorte Contessa Sophia Chotek, in occasione di manovre militari che si sarebbero tenuto sull’altipiano di Tarcin, un brullo pianoro a sud della città. L’Arciduca era direttamente responsabile delle Forze Armate Asburgiche e voleva verificare la preparazione dell’esercito bosniaco recentemente entrato in organico in quello asburgico.
Con l’occasione si era preso due giorni di ferie per portarsi dietro la signora, e festeggiare insieme il loro anniversario di nozze. I figli rimasti a Vienna in custodia ai precettori e queto gli assicurava un fine settimana piacevole e rilassante. Era la prima volta che la moglie poteva accompagnare ufficialmente il marito in una cerimonia.
La faccenda era andata così.
Torniamo un attimo nella piccola Storia.
La contessina Sophie Chotek von Chotkowa, di nobiltà acquisita e non diretta, era la dama di compagnia di Marie–Cristine, che invece era una principessa di sangue reale diretto, però quest’ultima purtroppo di fattezze piuttosto sgradevoli, una racchia diciamo; la contessina Sophie Chotek al contrario era di scarsa nobiltà, ma decisamente più formosa e piacevole. Gli ormoni funzionano assai meglio dei ranghi nobiliari e l’Arciduca si innamorò segretamente di Sophie.
I due mantennero a lungo segreta la lororelazione, fino a quando quella impicciona della suocera, la mamma di Marie–Cristine, trovò un orologio a cipolla dimenticato dall’Arciduca su un divano, lo aprì e dentro vi trovò la foto della contessina Sophie con una dedica dal significato incontrovertibile.
Vi fu uno scandalo!
L’Imperatore pretese che Francesco Ferdinando troncasse subito questa relazione e sposasse la cugina racchiotta di sangue reale.
L’Arciduca rispose che non ci pensava neanche e gli piaceva la contessina dal sangue di regalità annacquata ma di fattezze assai più piacevoli.
Perfino il Santo Padre scrisse una lettera all’Arciduca per cercare di farlo desistere. Niente da fare.
Allora l’Imperatore pretese con un atto formale che il matrimonio fosse esclusivamente del tipo “morganatico”, cioè solo religioso; non avrebbeprodotto mai alcun significato civile.
La consorte Sophie non sarebbe mai diventata Imperatrice, nè i suoi figli. Lei doveva scomparire nelle cerimonie ufficiali e al suo posto avrebbe accompagnato l’Arciduca la cugina di sangue blu!
Nelle foto doveva stare un passo indietro e mai di fianco; anche nella morte, i loro sarcofaghi saranno diversi.
Uno più imponente e alto, uno più piccolo e in basso….
Erano regole di protocollo regale, che oggi appaiono assurde e illogiche, ma vanno contestualizzate nell’epoca di riferimento, l’inizio del XX secolo. Francesco Ferdinando accettò di buon grado questa decisione; troppo forte era il suo amore per Sophie:- “Tanto, quando sarò Imperatore io, faccio una legge apposta e rimuovo tutto!” …avrebbe confidato al suo segretario personale.
Il 28 giugno però oltre ad essere l’anniversario delle nozze reali, era anche la ricorrenza della battaglia di San Vito.
La grande Storia.
28 giugno 1389, nella “Piana dei Merli” in Kosovo, i serbi del Regno di Bosnia fronteggiano l’Impero Ottomano in una cruenta battaglia. Per i serbi una data importantissima, storica.
La visita dell’Arciduca in quel giorno era un affronto storico.
Lo stesso giorno, il 28 giugno del 1992, sarà scelto dal Presidente francese Mitterand per il suo storico viaggio a Sarajevo, nel tentativo di porre fine alla sanguinosa guerra civile.
Come scrive un grande storico Eric Hosbawm nel suo “Il secolo breve”, il XX secolo nasce e finisce a Sarajevo.
Sarajevo: la Gerusalemme d’Europa.
Centro geografico, politico, finanziario, culturale e religioso dei Balcani.
Crogiuolo di razze e religioni, vi convivevano dacentinaia di anni bosniaci, croati, serbi, italiani, greci, mussulmani, ortodossi, ebrei, cattolici.
Biblioteche storiche, moschee, chiese e cattedrali, sinagoghe, templi.
Prima della guerra, la qualità della vita era davvero alta a Sarajevo, stessa Latitudine di Lucca, 43° 45’.
Sarà per questo che io ci stavo benissimo in servizio a Sarajevo.
Nella mia piccola Storia.
Il Comando italiano nel 1996 era situato in un ospedale pediatrico dismesso perché bombardato dai serbi, intitolato ad una benefattrice ebrea, Mordecai Zedhra, in cima alla collina, dopo i due imponenti cimiteri monumentali e accanto allo “Stadio Kosevo” dentro il quale nel settembre del 1997 vennero gli “ U2 “tenere il famoso “Concerto for Sarajevo”. Il Comando della SFOR inviò tutti gli artificieri disponibili nello stadio perché si temeva un attentato e quindi ci godemmo il bellissimo concerto con i miei colleghi in posizione privilegiata proprio davanti il complesso. Che storia ragazzi! Incredibile!
Anche Gavrilo Princip la sera del 27, poco prima dell’attentato era andato al cimitero monumentale, ma con una ragazza. Questa storia la racconteremo a parte. In calce.
Adesso torniamo nella Grande Storia, al 28 giugno del 1914,
Nei due giorni precedenti l’attentato l’Arciduca aveva assistito alle manovre militari dell’esercito bosniaco da poco incorporato in quello austroungarico sull’altipiano di Tarcin; quello stesso altipiano venne poi utilizzato da noi artificieri italiani della SFOR, 80 e passa anni dopo, per le gigantesche Operazioni “Vulcano” ed “Etna” di distruzione degli ordini rimossi dal terreno. Sempre la piccola Storia che si rincontra nella grande…
L’Arciduca era rimasto visibilmente soddisfatto dalle manovre militari, tanto da disporre che le stesse terminassero prima del tempo, telegrafando allo zione Imperatore a Vienna che i soldati bosniaci erano tutti bravissimi, preparati eefficienti.
Aveva fatto mettere in libertà la truppa e si era concesso il sabato libero con la moglie, a spasso a Sarajevo in incognito, come due turisti!
Nel 1997 nello stesso albergo si era schierato il Comando di Corpo d’Armata della SFOR, la forza di Stabilizzazione Multinazionale che aveva spento gli ultimi rigurgiti di guerra civile.
Il giorno del sabato precedente l’attentato, il 27 giugno 1914 la coppia regale era andata in incognito a Sarajevo, a passeggio a far compere. L’atmosfera era idilliaca, la giornata piacevole e avevano fatto acquisti al mercato turco.
Tutto procedeva al meglio, nonostante le preoccupazioni del capo della polizia locale, che aveva avuto alcune informazioni preoccupanti…
Ma l’addetto militare dell’Arciduca, il Tenente Colonnello Von Merizzi di madre italiana, aveva consigliato l’Arciduca a proseguire il programma ufficiale per non mostrare debolezza o paura.
Quindi, al mattino del 28, dopo aver preso la Messa nella capella privata dell’albergo, i due salirono sull’auto che li portava a Sarajevo.
Una Gräf und Stift 28/32 “Double Phanthom”, di proprietà dell’addetto militare austriaco a Sarajevo, il conte Von Harrach.
L’auto è uno dei misteri dell’attentato.
L’ho fotografata recentemente in un mio viaggio apposta a Vienna al Museo di Storia Militare!
Era guidata da un triestino (all’epoca Trieste faceva parte dell’Austria Ungheria), Franz Urban, che nel viaggio di ritorno dopo il primo attentato fallito, sbaglia strada e si ferma proprio davanti al secondo attentatore, Gavrilo; che non sbaglia.
In effetti l’Armistizio definitivo, la fine della Grande Guerra fu firmato a Compiegnè (Fr.)
l’11 novembre del ’18.
Molto meno prosaico è stato il destino della macchina dopo l’attentato; acquistata dal Governatore della nascente Jugoslavia, subisce ha quattro incidenti, con la perdita del braccio destro; poi la compra il dottor Srikis, il quale dopo sei mesi muore schiacciato sotto l’auto ribaltata; l’acquista quindi un collega del dott.Srikis, che in breve tempo perde tutti i suoi pazienti; quindi un pilota svizzero si schianta contro un muro e muore sul colpo; riparata, passa ad un agiato agricoltore che investe e uccide due uomini; l’ultimo proprietario, Tiber Hirshfield. ridipinge l’auto color azzurro cielo; invita cinque amici ad accompagnarlo a un matrimonio.
Muoiono tutti sul colpo in un violento scontro frontale lungo il tragitto. L’auto, ricostruita per l’ennesima volta, viene spedita al Museo di Vienna. Il veicolo scompare misteriosamente durante la Seconda Guerra Mondiale, a seguito dei bombardamenti che danneggiarono gravemente il Museo di Vienna e ricompare al Museo di Storia Militare di Vienna, dove è tutt’ora visibile. Forse è il caso di non avvicinarsi troppo a quell’auto…
Recentemente una polemica è riapparsa circa la presenza di turisti italiani che andavano nei fine settimana a sparare sui civili dalle colline. A pagamento. Una vecchia, conosciuta e schifosa piccola storia nota a tutti.
Torniamo a noi.
Il piano era semplice: gli attentatori si sarebbero disposti lungo il viale a intervalli più o meno regolari e dovevano cercare di colpire ripetutamente l’Arciduca al suo passaggio, fino a che uno avesse avuto successo. Tecnicamente si chiama “imboscata lineare”.
Lascia poco scampo.
Ore 10 del mattino di una domenica 28 giugno 1914; una domenica di festa; la visita è stata annunciata da tempo, bandiere alle finestre e gente lungo le strade ad applaudire al passaggio dell’Arciduca con la moglie. I due reali sono seduti nella terza auto, preceduta da una scorta di poliziotti, e seguita altre due con gli addetti militari e i segretari.
Non ne fa di niente e se ne và.
In effetti non valeva un gran che come attentatore.
Un secondo terrorista lì accanto, Ilic, troppo stretto tra la folla, non riesce ad estrarre la bomba a mano e quindi desiste; anche lui non valeva un gran chè!
Il terzo attentatore, Popovic, pensando di essere stato notato dai poliziotti si allontanavelocemente, impaurito.
Ma il quarto terrorista, Čabrinović, è molto più determinato; per non sbagliare chiede ad un poliziotto di guardia lungo il percorso su quale macchina viaggiano.
Voleva esser sicuro!
La cosa deve essere andata più o meno così: “ Scusi signor poliziotto, qual è la macchina con l’Arciduca?”
E la risposta: “Guardi, è proprio la terza, vede?”….
“ Ah ecco, grazie mille, molto gentile!”
ed estratta la bomba a mano dalla tasca, la battesu un palo della illuminazione e la lancia verso l’auto che gli arriva contro.
Ma la bomba a mano modello Krakujevac, ( nome del sito di produzione), aveva un ritardo pirico di 10 secondi; vuol dire che dal momento della sua accensione per battuta su un corpo duro, l’attentatore avrebbe dovuto aspettare alcuni secondi prima di lanciarla.
Non è facile gestire una bomba a mano… occorre essere addestrati e bene. E’ una roba da soldati. Una bomba a mano una volta innescata, …scotta tra le mani! Se uno non è addestrato a contare i secondi, la prima cosa che vuol fare è liberarsene.
E questo fece Čabrinović.
Appena innescata la bomba, non attese i secondi necessari e la tirò.
E la bomba colpì il cofano della autovettura dell’Arciduca, che procedeva in senso inverso alla direzione di lancio, rimbalzando e superandol’autovettura scoperta, per andare a cadere nella vettura successiva, che seguiva. Taluni parlano che l’Arciduca abbia deviato con il braccio la bomba in arrivo, verso la parte posteriore… ma non è certo.
Di fatto è che la bomba colpì la macchina dietro e poco dopo esplose.
A quel punto era chiaro che erano sotto attacco e che si era trattava di un attentato!
Si organizzarono i soccorsi, ma fu deciso di sospendere il percorso lento e proseguire direttamente verso il Konak, il Comune di Sarajevo dove avrebbero fatto un punto della situazione!
Nel frattempo fu disposto il trasporto dei feriti in ospedale.
Gli altri attentatori disseminati lungo il percorso videro sfrecciare le auto a tutta velocità e non riuscirono più a colpirli.
Desistettero.
Piuttosto deluso e abbacchiato, uno degli attentatori, Gavrilo Princip, in attesa davanti al Ponte Latino, attraversò la strada e andò a prendersi da bere e da mangiare in una caffetteria all’angolo opposto; da Moritz Schiller’s, un commerciante ebreo.
Oggi in quel locale c’è una libreria.
Arrivati in cima al Viale al Konak ( il Comune) il Sindaco tutto sorridente e ignaro di tutto venne incontro all’Arciduca, a braccia aperte.
Francesco Ferdinando piuttosto comprensibilmente seccato e adirato lo interruppe: “ …”Signor Sindaco, uno viene qui in visita amichevole e viene accolto con le bombe!E’ una cosa indegna! “
La Contessa Sophie riuscì a calmare il marito. Sapeva cosa dirgli; era l’unica che riusciva a calmarlo quando si arrabbiava.
Presiedettero quindi una riunione operativa nella quale vennero prese in esame diverse ipotesi; continuare la visita, annullarla, rientrare in albergo…
Il Governatore assicurava l’Arciduca che l’unico attentatore era stato catturato e non c’era più pericolo…(sic!); in effetti il Čabrinović una volta lanciata la bomba, era scappato, inseguito da alcuni poliziotti che avevano visto la scena. Per sfuggire alla cattura si era gettato nel torrente Miljaca, ma siccome era fine giugno e il torrente era in secca, aveva battuto una forte panciata sul fondo ciottoloso, non riuscendo ad annegare perché l’acqua era profonda 15 cm!
Allora aveva ingerito la fiala di cianuro mentre i poliziotti sopraggiungevano per catturarlo. Ma il cianuro scaduto lo aveva fatto solamente vomitare e quindi era stato catturato e corcato di botte.
Una delle opzioni che venne presa in esame fu quella di impiegare i soldati impiegati nellaesercitazione per creare un percorso continuo di sicurezza che proteggesse il convoglio fino all’albergo. Venne scartata perché … i soldati avevano solo la uniforme da combattimento sporca di fango e non quella di rappresentanza!
Non potevano far passare l’Arciduca davanti a soldati malmessi…in disordine… via, era inconcepibile! E quindi…non se ne fece di niente.
A questo punto il destino gioca nuovamente le sue carte.
L’Arciduca espresse il suo disappunto con questa frase:-”Oggi ci prenderemo ancora un paio di pallottole…!”
C’aveva visto giusto!
Risaliti in auto, ricomposero il corteo che sarebbe dovuto andare all’ospedale per visitare i feriti.
Il corteo delle auto procede scendendo il Viale in senso opposto a quello di salita. All’altezza del Ponte Latino l’autista triestino Franz Urban,seguendo quello che per lui era il programma originario, svolta a destra; nessuno gli aveva comunicato il cambio di programma, la visita all’ospedale, che invece era lungo il percorso e quindi non doveva svoltare.
Di fronte c’è la caffetteria Moritz e da lì è appena uscito Gavrilo Princip.
Che vede la Storia passargli davanti.
La Grande Storia.
Estrae la bomba a mano dalla fascia nera che i serbi portano alla vita, ma gli rimane impigliata la coroncina zigrinata della capsula di accensione.
Allora estrae la pistola che portava in tasca.
La macchina è a tre metri davanti a lui. Esplode due colpi, a bruciapelo. Il primo, in basso attraversa la portiera destra e ruota, andando a colpire il basso ventre della Contessa Sophie. E’una ferita devastante.
Lacera tutti i tessuti provocandole una forte emorragia. Muore in pochi secondi, riversa su sestessa.
Mentre l’arciduca sostiene la Contessa pregandola di non morire: “ …Sopherel, Sopherel, non morire !… Vivi per i nostri figli…!” lui stesso comincia ad accusare la forte emorragia internache gli impedisce di respirare, tossisce sangue, si collassa.
L’Arciduca spira poco dopo.
Insieme a Gavrilo, i poliziotti arrestano un secondo studente serbo, Ferdinand Behr, che casualmente si trovava nei pressi del caffè Moritz; questi vede la scena e si precipita a dar man forte a Gavrilo perché simpatizzante serbo.
La foto viene scattata da un ingegnere agrario,Milos Oberajger, in visita di piacere a Sarajevo, che munito di una piccola Kodak scatta alcuni fotogrammi del momento dell’attentato.
La storia finisce più o meno qui.
Li presero tutti. Il procedimento giudiziario fu rapido e molto duro; tre impiccati e gli altri condannati all’ergastolo, tra i quali Gavrilo che per un mese riuscì a scampare la forca. Per essere condannabili a morte occorreva aver compiuto 20 anni; Gavrilo ne aveva 19 e 11 mesi. Andarono a verificare i registri delle nascite del suo paese. Ma non scansò ugualmente la morte.
Lo richiusero nel carcere di Terezin a Praga.Questa struttura detentiva diventerà poi più famosa dal ’41 come Theresienstadt, un campo di concentramento tedesco, mascherato da ghetto, destinato a fagocitare tutti gli ebrei intellettuali mittleropei, poeti, musicisti, scienziati, per essere poi “indirizzati” ( chiusi nei vagoni piombati) verso la soluzione finale, a Treblinka o a Auschwitz…
Gavrilo durò tre anni; nella primavera del ’18 mori di broncolmonite.
Il suo ricordo è sintetizzato nella targa commemorativa che fu posta dal governo yugoslavo prima della guerra sul muro della caffetteria Moritz, da dove aveva sparato.
La targa riportava questa frase in alfabeto cirillico: “Da questo posto il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparando ha espresso la protesta popolare contro la tirannia e l’aspirazione secolare dei nostri popoli per la libertà”.
Poi, nel 41 arrivarono i tedeschi che la rimosserogettandola nella Miljaca.
“Da questo posto il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip ha assassinato l’erede al trono Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia”
Della serie: ognuno la vede alla sua maniera.
Accando alla targa, sul marciapiede, una pietra riporta anche le impronte di Gavrilo, nel punto da dove avrebbe sparato.
Gavrilo fu sepolto rapidamente di notte, dalleguardie del carcere, in un pozzo in verticale, lungo un vialetto interno del cimitero, senza posto tomba. Doveva scomparire dalla memoria.
Ma il vicecomandante delle guardie, un giovane ufficiale ceco di nome Frantiseck Lebl, che aveva sentimenti antiasburgici, registrò con i passi il punto esatto di tumulazione e fece una mappa che spedì alla madre.
Poi partì per il fronte.
Al ritorno dalla guerra, con la dissoluzione dell’Impero Austro-Urgarico, recuperò la mappa e pose una targa con dei fiori sulla tomba di Gavrilo. Dopo un po di anni la bara fu stumulata e successivamente traferita nel cimitero monumentale San Marco di Sarajevo, all’interno di una cappellina serba protetta…
Sui muri della città apparvero questi dipinti
Il meno disperato di tutta questa faccenda era proprio l’Imperatore; “…”Poveri figlioli. L’Onnipotente non si lascia provocare senza punire. L’ordine che io purtroppo non ebbi la forza di mantenere è ora ristabilito dalla volontà dell’Altissimo….Per me è un grosso pensiero di meno”…
Alla faccia dello zio affranto.
“Cecco Beppe” ( soprannome del vecchio Imperatore Francesco I Giuseppe d’Austria) subito individuò per la successione un altro nipote, Carlo di Asburgo Lorena.
Carlo era convolato a nozze con una ragazza di sangue nobile, alta e elegante.
Di Lucca.
Zita di Borbone-Parma.
Zita Maria delle Grazie Adelgonda Micaela Raffaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese, nata il 9 maggio 1892 a Capezzano Pianore, Lucca.
L’ultima Imperatrice d’Europa.
Per l’impegno profuso durante la Grande Guerra al fine di convincere il marito Imperatore e la corte austroungarica a firmare prima possibile l’armistizio con l’Italia, verrà proclamata “Serva di Dio.”
Zita viveva un dramma fortissimo; lei italiana, sposata con l’Imperatore Austroungarico che combatteva una guerra mondiale contro l’Italia, nel quale Regio Esercito prestavano servizio due suoi fratelli!
E’ nota la copiosa corrispondenza tra Zita e il Santo Padre con la frenetica attività di convincimento verso il marito per far cessare l’inutile massacro, attirandosi le forti critiche e i sospetti della corte .
Quando morì, il 14 marzo 1989, il Consigliere Provinciale Prof. Umberto Sereni chiese al Presidente Andreucci di ricordarla. Dopo le vibrate proteste dei soliti noti, il Presidente dispose in tal senso, alla “Beppone” maniera, e il Tricolore fu esposto in Palazzo Ducale a mezz’asta in segno di lutto per la morte dell’ultima Imperatrice d’Europa, nata a Lucca.
Qualche anno dopo alcuni parenti dell’Imperatrice vennero a Lucca per cercare e ringraziare quel signore che aveva fatto quel gesto di riguardo.
Si fermarono a pranzo alla Buca di Sant’Antonio e chiesero a Giuliano Pacini se conosceva il Prof. Sereni, che casualmente stava entrando nel locale! E lo ringraziarono del riguardo che aveva avuto nei confronti di Zita di Borbone -Parma, l’ultima Imperatrice d’Europa.
E anche questa è un’altra piccola Storia.
Torniamo al processo degli attentatori; al terminei beni degli imputati furono sequestrati come i corpi di reato e dati in parziale risarcimento agli eredi; tra questi le armi.
Ma i figli figuriamoci se volevano le armi con le quali avevano ucciso i genitori. Pregarono quindi il loro precettore, il gesuita Padre Anton Puntingam di provvedere e occuparsene.
E questi lo fece in maniera efficace.
Recuperò la veletta della contessa, le sue scarpe sporche di sangue, un mazzolino di fiori che teneva in mano, le pistole e altro e noleggiò un tendone da circo.
Con questo materiale il furbo gesuita cominciò a girare per l’Europa, con una sorta di museo itinerante dove mostrava alla gente i reperti del tragico attentato.
A pagamento.
La cosa funzionò per un bel po’; la scusa era quella di raccogliere fondi per realizzare un monumento funebre per i genitori. Ma i conti non tornavano troppo bene. La cosa arrivò agliorecchi ( e agli occhi) dei figli che, schifati da questo mercimonio sulla pelle dei genitori,scrissero al Vescovo di Vienna pregandolo di intervenire.
Il Vescovo convocò Padre Puntingam e lo fece nero.
Il gesuita allora nascose il materiale cheesponeva, comprese le armi, in un banco di sacrestia di una vecchia chiesa dei Gesuiti di Vienna; li è rimasto fino agli anni ’90, quando in seguito ad una ristrutturazione della chiesa è saltato fuori.
Le armi sono state periziate dalla polizia viennese, ed è emerso che una delle quattro pistole ha il numero di matricola alterato. Probabilmente quella vera, che ha ucciso la coppia reale, era forse stata trafugata e sostituita con quella alterata. C’è un mondo di collezionisti nostalgici e appassionati che venderebbe la moglie per una roba del genere.
In questa storia le foto aiutano a recuperare la memoria.
Adesso facciamo un salto nel tempo di 80 anni in avanti, circa…nella piccola Storia.
Per svolgere il nostro compito specifico, quello di rimuovere mine e bombe dal territorio, noi del Nucleo B.O.E. utilizzavamo spesso come accompagnatori locali, alcuni militari dell’ex-esercito serbo e bosniaco, che in base agli Accordi di Dayton dovevano fornire collaborazione e tutte le informazioni possibili per agevolare il nostro compito. Mappe, carte militari, documentazione tecnica ecc. tutte informazioni che aiutavano il difficile compito di bonifica dagli ordigni.
Il serbo-croato è una lingua maledetta e non ci si capisce niente !
I militari serbi e bosniaci ci accompagnavano sui luoghi di combattimento da bonificare.
Insieme a loro avevamo assunto alcune interpreti, per dialogare e capire meglio la difficile lingua serba.
Le interpreti erano assunte rigorosamente nelle due fazioni, serbe per i lavori in territorio serbo, e bosniache per il rimanente territorio. Impensabile a quel tempo, andare con un interprete serbo a operare in Bosnia e viceversa; c’era da rimanerci.Bene che andava finiva a sassate. L’odio tra le parti era una cosa seria e non si spegne con una firma su una accordo.
Occorre tempo; spero che oggi, dopo 25 anni siano cambiate le cose, ma la vedo dura. A Kososka Mistroviza si scambiano fucilate ogni tre per due ancora oggi.
Il Maresciallo oscurato detto “Sax”, la ragazza serba bionda si chiama Svetlana Povic e il piccoletto era un Sergente serbo soprannominato “Excalibur”.
Era stato un soldato molto efficace durante l’assedio di Sarajevo e ci aveva raccontato e mostrato cose davvero agghiaccianti.
Svetlana invece prima della guerra era stata fidanzata con un ragazzo che aveva una pizzeria a Trieste e per questo parlava benissimo l’italiano.
Per lavorare con noi aveva dovuto “integrare” le sue conoscenze di italiano con la parte esplosivistica che più ci serviva, traducendo termini come “main charghe – carica base, booster – carica iniziatrice, pin – spillo di sicurezza, fuse – detonatore, ordnance – ordigno, catdrige – cartuccia, guns – cannone, step – passo”, ecc.
Oggi c’han costruito un quartiere popolare.
L’interprete Svetlana, che aveva studiato Lettere, era serba come Gavrilo. Per loro è un vero eroe; per i bosniaci un criminale terrorista.
Un pomeriggio di una domenica, poco prima di venir via in fine missione, Svetlana, che conosceva la mia passione per la Storia e in particolare per quella storia dell’attentato, mi invitò a incontrare una sua vecchia parente, una seconda zia, che viveva a Pale, una piccola enclave della Republika Srpska, a quindici chilometri da Sarajevo.
La Brigata Multinazionale aveva lì un distaccamento di Incursori del 9° Reggimento “Col Moschin”, chiamato in codice “Andromeda”; fu facile per me trovare un motivo per rimanere un fine settimana a Pale per poter parlare con questa interessante signora di oltre 90 anni.
L’anziana signora che si chiamava Vesela era del 1898; all’età di sedici anni abitava con i genitori serbi a Gorbaviza, il quartiere serbo a nord di Sarajevo. Davanti a un caffè turco… mi raccontà la sua storia.
Agli inzi del XX secolo, nel 1914 viveva il mondo dell’insurrezionalismo e frequentava in maniera assai libertina (come mi disse), una caffetteria nel colorito quartiere turco della Baščaršija.
La sera precedente l’attentato, il 27 giugno del 1914, Vesela aveva conosciuto un tipo strano ma curioso, un ragazzino magro, spaurito, affamato. Era un serbo che veniva da un piccolo villaggio, Obljai, nel nord. Aveva fatto un lungo viaggio e qui a Sarajevo risiedeva da alcuni parenti. Viveva il sogno della Grande Serbia che condivideva con tutti i frequentatori serbi del caffè… e quindi anche con Vesela, che alla età di sedici anni, era così carina da far girar la testa a molti uomini più grandi di lei.
Quel giorno parlando tra di loro, capirono di avere molti punti in comune. La faccenda cominciava a intrigare.
I due ragazzi stanno bene insieme, e mentre scendeva la sera Gavrilo invitò Vesela a fare una passeggiata in un luogo più romantico: il grande Cimitero Groblje Sveti a Nord di Sarajevo!
Gavrilo era in qualche maniera misterioso e affascinante e a Vesela piaceva; non ebbe problemi ad accompagnarlo fino al cimitero.
Stava bene con lui.
Lì nel parco probabilmente gli ormoni e la tensione fecero il loro lavoro. Gavrilo apparteneva a una setta ascetica, e aveva fatto un giuramento di castità per arrivare in forze fino al momento dell’attentato; niente sesso, ne alcol ne fumo.
Ma a quasi vent’anni, la vicinanza di una ragazza (a suo dire carina), era irresistibile, e i giuramenti valgon quel che valgon...
La pressione amorosa di Gavrilo diveniva via via sempre più… impetuosa.
La povera Vesela resisteva, ma era in difficoltà a respingere i dolci ma decisi assalti del giovane serbo. Gavrilo allora decise di tentare il tutto per tutto. Pur di espugnare la virtù della bella, per farla intenerire e quindi cedere… le raccontò che il giorno dopo lui sarebbe morto, e che quella era l’ultima sera che gli rimaneva di vita!
Gli raccontò che lui avrebbe ucciso l’Arciduca in visita, che faceva parte di una setta di terroristi e che di qui e che di là, e comunque dopo l’attentato si sarebbe suicidato con una fiala di cianuro! Che gli facesse questo regalo! Era l’ultima sera della sua vita! E che diamine…
Vesela sempre più stupita e impaurita, cominciava a credere di essere davanti ad un maniaco, e allora Gavrilo per rafforzare la sua versione e farla cedere, gli mostrò la pistola.
Questa ultima cosa sortì esattamente l’effetto opposto!
La ragazza a questo punto ebbe paura e scappò di corsa a casa sua, pensando che di balle dai ragazzi ne aveva ascoltate tante, ma questa le superava tutte! Questo era matto bell’ammodo!
Gavrilo sconsolato tornò alla sua cameretta e al mattino andò come andò. Due colpi che innescarono una guerra!
La polizia bosniaca in breve tempo arrestò tutti gli attentatori e di conseguenza tutti i fiancheggiatori. Familiari, amici, simpatizzanti.
Tra loro fu fermata e interrogata anche Vesela.
La polizia sapeva che aveva incontrato Gavrilo il giorno prima al caffè turco ( notoriamente gli osti sono gli informatori preferiti dalla polizia!). Quindi lo conosceva. E gli chiesero se sapesse niente. E lei scoppiando in lacrime, a sedici anni è facile piangere di paura, confesso che Gavrilogli aveva sì detto tutto! Ma che lei credeva fosse una colossale balla, creata solo per farla cedere… E quando gli aveva fatto vedere la pistola aveva avuto paura, ma per sè stessa, ed era scappata a casa; mai avrebbe potuto pensare che quella storia potesse essere vera e che quel ragazzino magro e spaurito potesse essere un assassino attentatore.
Lei pensava che tutto era una balla per fare il grande, per farsi importante, per riuscire a far l’amore con lei! Ma più che glielo diceva e più che lei credeva a una grossa bugia. Nessuno poteva essere così sciocco da fare una cosa del genere, men che mai un ragazzino di neanche vent’anni… Invece. La polizia dopo un po’ gli credette.
Fu rilasciata, ma tenuta sotto sorveglianza a lungo. Poi il tempo passò. La Guerra anche, anzi le guerre. Per quella gente, tre! Ma i ricordi erano precisi e ben fissati nella mente di Vesela. E da allora anche nella mia.
Sono tornato una seconda volta missione in Bosnia due anni dopo, e sono andato a cercare gli amici a Pale. La situazione era molto cambiata, il clima sociale era più disteso, tranquillo, ci si muoveva bene, la gente aveva ripreso la vita. Non sparava quasi più nessuno. Anche le sassate erano diventate davvero poche. Ma la signora Vesela di Pale nel frattempo era morta. Anche Svetlana se ne era andata; non faceva più l’interprete per la SFOR. Con il marito aveva aperto un ristorante a Brkcò, sul fiume Sava a nord di Sarajevo.


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