La mia seconda vita (1964 – 1969) – quarta parte

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DISAVVENTURE FAMILIARI E DI AMICI

La vipera

Mio fratello maggiore Giulio, nel ’65 comprò un terreno a Fornoli, aggiustò la vecchia casa e andò a vivere laggiù, in attesa di sposarsi con la fidanzata, i due però si lasciarono e lui volle rimanere anche se era solo.

La mamma ed io, così, una volta al mese andavamo ad aiutarlo nelle faccende domestiche.

Per me era una festa perché partivamo il sabato mattina, a volte con mio padre, a volte con il treno e tornavamo via la domenica pomeriggio con il babbo.

Mentre mia madre lavorava, io un po’ l’aiutavo e un po’ giocavo anche con mio fratello. La sera andavamo a dormire abbastanza presto ma una volta, mentre prendevamo sonno, sentimmo un urlo proveniente dalla stanza di Giulio e lo vedemmo arrivare spaventato, una vipera era entrata nella sua camera!

Mi costrinsero a rimanere a letto mentre loro catturavano l’animale e poi, passato il pericolo, cominciarono a chiedersi come fosse possibile che la vipera fosse entrata da sola.

Alla fine capirono: nella stanza, in un angolo, mio fratello aveva ammucchiato un vecchio telo che aveva messo prima ad asciugare su una massa di sassi e la vipera vi era entrata dentro!

Io ricordo solo che quella notte dormii ben poco, vedevo vipere e serpi dappertutto.

 

La sbornia di Renzo

Parenti sulla lambretta di Renzo

Una domenica mattina  venne da noi, tutta spaventata, la sorella di mio padre, che viveva nelle vicine case popolari, perché suo figlio Renzo non era tornato a casa.

La sera prima era andato a Loppia dalla fidanzata e poi era sparito nel nulla.

Il telefono in casa non l’aveva ancora nessuno, così mio padre andò dai carabinieri per sapere se era successo qualche incidente, perché lui viaggiava con una Lambretta, ma niente!

Intanto io, dopo ore di ricerche, dissi a mio padre: “Perché non vai a vedere a Sommocolonia, dal Biondi, tante volte ci fosse andato al ritorno da Loppia?”

Lui escluse subito questa possibilità e ripartì per andare a vedere all’ospedale di Barga.

L’infermiere di turno lo rassicurò: “No, non ci sono stati ricoveri” poi aggiunse “per incidente no, ma è stato portato un giovane, ubriaco come una tegola!” Era mio cugino che, di ritorno dalla fidanzata, era andato proprio a Sommocolonia per salutare degli amici che erano stati militari con lui e che lo convinsero a bere tutto d’un fiato un bicchiere di grappa, per scommessa! Lui, quasi astemio, si sentì male e finì all’ospedale.

 

L’alluvione

Mio fratello Mariano si era da poco fidanzato con la futura moglie quando, una sera non tornò a casa.

Fuori infuriò una tempesta fino a tarda notte     ed al risveglio di mio fratello nessuna traccia!

La fidanzata viveva nella Controneria, a San Cassiano, ma i pochi telefoni esistenti erano saltati e così mio padre partì con la sua Ape alla ricerca disperata del figlio. Io e la mamma rimanemmo a casa a piangere, pregare e sperare…

Quando mio padre giunse a Bagni di Lucca cominciò a trovare alberi caduti, sassi, frane per la strada e chiedendo, scoprì che anche lì i telefoni non funzionavano.

Più avanti una signora lo rassicurò: “Da ieri sera San Cassiano è isolato, non si entra e non si esce anche se ci sono due strade!”

Qualche chilometro più in là incontrò proprio mio fratello che, non potendo ritornare a casa, aiutava la fidanzata, proprietaria di un panificio, a distribuire il pane alle famiglie isolate.

Mio padre tornò subito a darci la buona notizia, mio fratello tornò in serata, appena poté uscire dal paese con la sua auto.

 

Tragedia sfiorata

Un pomeriggio, al rientro da scuola con il pullman fu sfiorata la tragedia: Emiliano, l’autista, stava scendendo da Sommocolonia verso il Ponte, per fortuna con il mezzo quasi vuoto (alcune persone di Albiano  infatti lo stavano aspettando al Ponte ), che in una discesa smise di frenare. Lui si tirò verso il muro della strada, ma il pullman sembrò rimbalzare e finì nella vicina scarpata. Io ero scesa all’andata ma giunta a casa cominciai a sentir urlare lassù sulla strada:” Aiuto, il pullman ha preso giù per la scarpata!!!” Io, urlando il nome Emiliano, tornai indietro di corsa, seguita dai miei genitori. Emiliano si teneva la testa tra le mani, mentre il figlio del Nardini già arrivato cercava di tranquillizzarlo e a tutte le persone che arrivavano diceva: “Guardate se c’è ancora qualcuno dentro!” In realtà il pullman era vuoto, perché i soccorsi, allertati non so da chi, erano stati veloci e i feriti erano già stati accompagnati all’ospedale.

Per fortuna solo due persone avevano riportato lievi ferite ed Emiliano, dopo una giornata in servizio in un altro paese, tornò da noi anche se un po’ spaventato.

 

PERSONAGGI PARTICOLARI

Vittorio

Nella mia casa di Catagnana era vissuta per cento anni  la famiglia dei Domenichetti, formata da tanti fratelli e sorelle, dei quali ben pochi si erano sposati.

Le femmine erano delle zitelle bigotte che costringevano i fratelli a recitare il Rosario e altre preghiere tutti i giorni.

Vittorio era il fratello più simpatico e ribelle, che la sera voleva andare all’unico bar presente allora a Catagnana, a chiacchierare con Remo, il proprietario e a far qualche partita a briscola, ma prima c’era il dovere….

Allora lui, se la sorella incaricata di guidare il Rosario non si fosse sbrigata la avrebbe brontolata: “Su, sbrigati, ungi quei grani con un po’ d’olio e vai più veloce!”

Quando poi la sorella, alla fine del Rosario, aggiungeva preghiere per altri santi, lui sbuffava: “Il primo che arriva le chiapperà!” e usciva di corsa…

Era anche l’unico che aveva il coraggio di andare dopo la messa, in canonica a criticare il prete: “Senta, don Isacco, la predica è stata proprio lunga!” Ma don Isacco ormai lo conosceva e sapeva che era un brav’uomo.

 

Alfredo

Lo zio Alfredo

Mio zio, Alfredo Santi, detto il Rocchio, è stato un’istituzione per anni, a Catagnana, un po’ come il Palagi a Ponte all’Ania. Era un ometto sempre tranquillo e sempre in giro per la provincia perché, come diceva lui, faceva il commerciante. “Ma per fare questo mestiere, bisogna avere la stoffa da commerciante” e lui forse ce l’aveva, ma poi si perdeva. Con tutte le invenzioni che aveva portato in Val di Corsonna, avrebbe potuto vivere di rendita ed invece poi non riusciva a concretizzare le sue idee. Un esempio? Anche il prototipo della motosega giunse nella zona tramite lui….

Riusciva a sbarcare il lunario comprando merce nel Barghigiano per rivenderla nella zona di Viareggio, ma non si accorgeva che molte persone gli rifilavano prodotti altrimenti invendibili….

Una volta comprò un coniglio da un contadino, ma da tanto che era vecchio non riusciva a venderlo, così dovette accontentarsi della metà del suo valore. “A fare i commercianti può succedere anche questo” sentenziava.

Negli ultimi tempi il figlio spesso doveva andare a riprenderlo a Viareggio perché non si rinveniva, saliva sul treno sbagliato o si addormentava dimenticando di scendere: una sera, invece che a Lucca, si svegliò a Livorno….

 

CURIOSI ANEDDOTI

La papalina

Il mio babbo portava sempre la papalina, un berretto di panno blu scuro, con una fodera rosso bordeaux cucita dentro.

Ogni tanto la mamma la lavava, poi la metteva ad asciugare su un gigantesco stendipanni che avevamo nel corridoio, vicino alla stufa a legna. Questo stendino era sempre stracolmo e così quella volta posò la papalina sopra altri panni.

La mattina presto il babbo prese il suo berretto per metterselo, ma aveva la fodera penzoloni, allora la stese bene dentro con le mani brontolando: “Ma guarda un po’, quelle donne fanno tanto le precise ma non sono capaci neanche di ricucire un po’ di fodera”, poi si mise la papalina e andò al lavoro.

Quel giorno non successe nulla! Il seguente il babbo rimase a casa perché pioveva e, come sempre, andò in cantina, s’infilò sotto il tino, dove teneva le patate, a controllare se ce ne erano di andate a male.

Quando uscì da lì aveva la papalina piene di ragnatele e la mamma la scosse per ripulirla un po’.

Fu a quel punto che dal berretto cadde un top rosso bordeaux….

La mamma per fortuna lo riconobbe subito, era mio, ma che ci faceva nella papalina?

Ridendo chiese spiegazioni al babbo che, sordo com’era lì per lì non capì la sua domanda ed esclamò: “Ecco, è uscita di nuovo, ma che ti ci vuole a cucirla una volta per tutte?” Non vi racconto le risate nei giorni seguenti!!!

 

L’ombrello

Mia sorella aveva un’amica più grande di qualche anno, con cui d’estate andava a ballare all’Onesti e fu lì che conobbero dei ragazzi di Pescia.

Tra questi uno in particolare attirò la sua attenzione, ma lui vedeva solo la sua amica e lei si fece da parte.

L’amica e il ragazzo si fidanzarono e rimasero insieme per qualche mese, ma poi si lasciarono perché non andavano d’accordo!

Ben presto questo giovane cominciò a corteggiare mia sorella, lei era felice ma non voleva ferire l’amica, così cercavano di non farsi vedere insieme da lei.

Una domenica pomeriggio, però, Piero il fidanzato, portò a casa nostra un bell’ombrello quasi nuovo dicendo che era della sua ex e lui l’avrebbe restituito volentieri, ma non voleva incontrare di nuovo la ragazza.

Lasciò la soluzione del piccolo problema a mia madre e a mia sorella che non poteva certo andare a casa dell’amica con l’ombrello e mia madre neanche, perché non voleva dover dare spiegazioni sul legame di mia sorella e così pensarono di incaricare me, anche se , piccola com’ero, non capii un bel niente di quello che stava succedendo.

La mamma e mia sorella mi istruirono alla perfezione: dovevo andare a casa dell’amica, salutare educatamente, consegnare l’ombrello e ripartire subito, senza dare troppe spiegazioni.

Io seguii alla lettera le istruzioni e di fronte al mio silenzio e ai miei “non so” mamma e figlia furono costrette a lasciarmi in pace.

 

FINE

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