Il rintocco

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Pioviscola ma il cielo plumbeo annuncia la tanto sospirata neve.

È sera ormai e l’alpe promette una candida notte, una di quelle notti che da bambino avevano il sapore di magia, quando al risveglio una bianca coltre avrebbe salutato il nuovo giorno.

Il passo svelto lascia un rumore sordo sul lucido marciapiede, sono gli ultimi spiccioli di tempo per comprare i regali e come sempre mi sono rifatto ai tempi supplementari, quando trovare qualcosa di interessante è diventato davvero arduo.

Mentre i sacchetti penzolano da entrambe le mani e con strani giochi di equilibrio cerco di tenere l’ombrello sopra la testa, improvviso il pensiero cominciava a vagare.

“La discesa del Ponte Vecchio era improponibile in inverno, il gelo e la neve la rendevano pericolosa per gambe e braccia, così sovente per gli attraversamenti dal Giardino, veniva sostituita dal piano del Ponte Nuovo, dove le possibilità di rompersi qualche osso erano minori.

Ma quel tratto di ponte, con quella discesa, diventava l’attrazione per noi piccoli monelli sempre in cerca di giochi nuovi.

Dovevamo fare presto però, quell’improvvisato divertimento sarebbe durato poco, giusto il tempo che gli operai del comune, indaffarati come non mai durante le nevicate, avrebbero tirato il sale e lavorato di pala o che un solerte Vigile con l’acuto fischietto, si sarebbe intromesso tra noi e quel paradiso

Alberto, Antonio, Alessandra, Angela, Marco, Leonardo… questi alcuni degli amici e compagni di scuola con i quali mi ritrovavo per epiche discese su quel letto ghiacciato e con questi e con questi poi le nostre avventure sarebbero continuate in altri innumerevoli luoghi.

Chi con il bob, chi con la slitta o con le taniche di kerosene che dalla rimessa del Dianda ogni inverno sparivano, chi semplicemente con un telo di nylon, insomma con ogni cosa che avrebbe potuto scivolare, questo diventava il nostro divertimento, da cavalcare in interminabili discese e risalite, con la neve che sarebbe entrata fin dentro i pantaloni.

Erano semplici le giornate e si avvertiva dentro quella magia del Natale, che giorno dopo giorno aumentava, fino alla sera della vigilia, dove il Duomo, invaso dai fedeli, emanava luci e odori di incenso, canti millenari come le solide mura che ci accoglievano e ci facevano sentire sicuri nella nostra casa.

E poi finita la messa, ancora una mezz’ora di tempo prima di ritrovare i genitori sul Fosso o al Giardino, ed in quella mezz’ora le anguste carraie diventavano complici dei nostri giochi notturni, con le luci dei presepi e degli alberi che si intravedevano dalle socchiuse finestre.

Copiosa la neve cadeva ed il silenzio intorno era quasi sacrilego romperlo, i nasi rivolti verso l’alto, aspettavano che il fiocco cadesse sulle rosse guance accaldate, allargando la bocca in un tenero giovane sorriso.

Ancora una corsa, Piazza Angelio, il Teatro, Via di Mezzo.

La luce fioca dei lampioni rifletteva il candore del Fosso e l’immenso cedro del Libano sorvegliava assieme all’arcigno Mordini, quelle ultime presenze di una notte incantata, fin quando, lassù sul colle, la campana avrebbe battuto le ore.

Quel suono scandiva il tempo, regolava le nostre giornate, chiamandoci come una dolce madre a ricordare gli impegni e le ricorrenze o semplicemente l’ora di tornare a casa, come adesso, che la notte era ormai avanti”.

Il pensiero si dissolve, ritorno al presene, i pacchi sono un po’ inumiditi dalla pioggerellina e dalla nebbiolina che è comparsa, con non poca difficoltà alzo il bavero del giacchetto ed il caldo respiro mi avvolge.

Cerco inutilmente di sbirciare l’orologio armeggiando tra i sacchetti e l’ombrello, quando rischio di fare franare tutto per terra, improvvisa la campana risuona, il rintocco mi dice che sono le 7 di sera, alzo gli occhi nel buio, è tardi, è l’ora di rientrare.

Buone Feste a tutti

 

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