Castelvecchio, il mio paese che non c’è più

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Roma vive un altro Natale e quest’anno, grazie al Giubileo, è più affollato del solito.

Con tanta gente da tutte le parti del mondo venuta per attraversare le porte Sante, per rendere omaggio a Papa Francesco e per pregare a San Pietro con Papa Leone. In questo mondo che cambia sempre più in fretta ed e sempre più folle, c’è bisogno di pregare e riscoprire i valori che Gesù ha voluto trasmetterci. Io vivo qui da oltre quarant’anni e sono ormai abituato allo sfavillante Natale di questa grande e bella citta, ma sempre in questo periodo il mio pensiero torna a tanti anni fa, quando tutto aveva una dimensione più umana e la gente viveva questo periodo dell’anno con tanta partecipazione e sentimento. Meno luci e più calore umano. Ricordo il mio paese… potrei dire: “Il mio paese che non c’è piu”… Castelvecchio. Quello degli anni 60/70 quando c’erano tante attività: “L’appalto” come tutti chiamavamo il negozio di generi alimentari, merce varia e tabacchi del Lemetti. Pochi passi più in sù e si trovava l’ufficio postale, aperto tutti i giorni e che vedeva un grande afflusso di gente proprio sotto le feste, perché c’era chi spediva pacchi natalizi, chi incassava qualche vaglia, regalo di qualche “zio d’America” e chi spediva decine di lettere e cartoline ai parenti.

Continuando per via Giovanni Pascoli, c’era la merceria del Suffredini dove potevi trovare di tutto; anche il Piero Esposti che dopo le 17,30 faceva compagnia al suo grande amico Ezio e dove si poteva parlare di politica e di calcio con pacatezza e garbo. Pochi metri più in là c’era la storica barberia del caro Sandro Lucchesi, sempre pronto alla battuta e regalare sorrisi a tutti. Accanto la macelleria Pierotti, il macellaio, che non esercitava solo la funzione di “Cicciaio” ma anche quella di “maestro di vita”, regalando a noi ragazzi “perle” di saggezza e aneddoti. Renzo ci raccontava avventure e disavventure con dovizia di particolari e tante risate.

Attraversando la strada, nella piazzetta con i due grandi Platani secolari che avrebbero potuto raccontare tante storie se solo il buon Dio avesse concesso loro la parola, si trovava il “Bar Ghini”, “la bottega” come tanti la chiamavano.

Il bar era il vero centro del paese, sempre con tanta gente, soprattutto di sera dove in questo periodo i poncini al mandarino del Nardini scorrevano a fiumi. Dietro il bancone c’era il Leopoldo, da tutti conosciuto come Poldo, il capostipite nonché proprietario dello storico locale; con lui si alternavano al bar le belle figlie Loretta, Celestina e Ersilia che portavano il loro tocco di eleganza e gentilezza femminile in quel luogo prevalentemente frequentato dagli uomini del paese. Come in tutti i bar si svolgevano interminabili sfide a briscola e scopone, “avvolti” in nuvole di fumo, aromi di caffe e grappe si contendevano un panettone e una bottiglia di spumante, fra imprecazioni e rimproveri per la giocata del compagno. Ognuno aveva il suo soprannome, come se fosse un titolo onorario; si poteva sentir chiamare il “gamba”, il “cannone”, il “gigante” il “paperino”,  il “cioperi”, il “bocco”, I’Ezio “del vigna” e il “cagnetta” . Personaggi storici e conosciuti da tutti . Si respirava l’atmosfera ben descritta dal grande Stefani Benni nel suo libro “Bar Sport” . Di fianco al bar c’era il piccolo ma fornitissimo alimentari, dove si trovava letteralmente di tutto e dove le donne del paese facevano spesa. Lì cera L’Ivana, che con gentilezza e professionalità affettava, pesava e dispensava consigli alle massaie.

Ad arricchire la vita del paese non mancava il salone di parrucchiere con la Mimmi e le sue splendide figlie, che aveva la storica sede proprio sopra il bar. Il tutto rendeva la piazzetta un’antesignana specie di “piccolo centro commerciale’. In via dei Combattenti infine si poteva trovare lo storico calzolaio, nonché Cavaliere di Vittorio Veneto, decorato con la Croce di Guerra, il signor Castelli, che riusciva a rimettere a nuovo qualsiasi paio di scarpe in qualunque stato esse fossero. Ultimo ma non ultimo, anzi ricopriva l’importante ruolo di factotum, il mitico Tonino Ciari alias “il Cagnetta ” uomo dalle mille risorse, in grado di riparare qualsiasi cosa: elettricista, montatore di antenne TV, meccanico di biciclette e motorini e fornitore di bombole di gas. Insomma era ‘uomo che risolveva i problemi del paese. Passeggiare per le sue strade e sentire il profumo della “Befana” che le famiglie preparavano in casa, rendeva tutto più magico. Questo era “il mio paese che non c’è più”, ma dentro di me ancora esiste e mi pare di sentire le voci di quei personaggi che lo animavano come se fosse stato il grande palcoscenico della vita.

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