Teatro e Intercultura a Barga. Gli studenti dell’Istituto Comprensivo G. Pascoli  intervistano Clémentine Pacmogda.

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BARGA – Il progetto didattico Teatronline realizzato con l’Istituto G. Pascoli di Barga, promosso da Fondazione Toscana Spettacolo Onlus e Comune di Barga, nell’anno scolastico 2019/2020 è stato strutturato da Francesco Tomei responsabile del corso, in stretta collaborazione dei docenti della scuola Prof. Attilio Pieri e Prof.ssa Doris Bellomusto su varie tematiche connesse al tema dell’immigrazione, a partire dalla visione al Teatro dei Differenti di Barga dello spettacolo “Lampedusa è uno spiffero” di EmmeA’ Teatro.

Il 30 gennaio scorso i ragazzi della 3 D di Fornaci di Barga hanno incontrato Clémentine Pacmogda, studiosa linguista della «Scuola Normale Superiore (SNS) di Pisa» e scrittrice, nata in Costa D’Avorio e cresciuta in Burkina Faso e in un emozionante incontro hanno avuto l’occasione di intervistarla. A seguire proponiamo le domande che gli studenti hanno rivolto a Clémentine:

Cosa ricordi della tua infanzia a scuola?

Quando ho fatto le elementari la situazione non era facile come qui in Italia. In classe eravamo più di sessanta alunni in classe, oggi giorno si trovano anche più di cento alunni per classe, e molti di noi non riuscivano a pagare la tassa scolastica. Ero fra quelli con genitori che non si potevano permettere la tassa scolastica per i propri figli. Per cui ero spesso buttata fuori. Ma avevo la volontà di studiare e non mollavo.

Come ti sei sentita?

Provate a immaginare una bambina di 8 anni che vuole studiare come gli altri e non riesce a capire come mai le è stato negato questo diritto… di fronte alla classe, c’era un albero. E ogni volte che mi mettevano fuori, mi mettevo sotto quell’albero ripararmi dal sole e dalle intemperie, e seguivo le lezione da lì. In questo modo sono riuscita a finire la scuola elementare.

Come hai fatto a resistere?

Ci vuole tanta forza di volontà. Ragazzi, se in tutte le cose che fate mettete la volontà riuscirete a superare ogni ostacolo. Abbiate sempre voglia di andare a scuola altrimenti rovinerete il vostro futuro. Ricordatevi che non si tratta di un supplizio imposto per rubarvi il tempo di libertà ma che si tratta di un lusso negato a tanti bambini e ragazzi come voi.

Con quanta difficoltà hai scritto il tuo racconto pubblicato nel libro “Se il mare finisce”?

Non ho avuto molte difficoltà, il problema è stato quando iniziare. Quando sono arrivata alla “Normale” di Pisa molti mi suggerivano di raccontare la mia storia ma non avevo mai trovato il momento giusto per cominciare. Quando sono andata in una scuola di Bari per raccontare la mia testimonianza di vita, i bambini erano talmente meravigliati da queste storie che si sono fatti promettere che avrei scritto un libro. Quella stessa sera, di ritorno a casa, mi sono seduta alla scrivania ed ho scritto tutto di getto. Le promesse fatte ai bambini vanno sempre mantenute. Da quel giorno ho passato molto tempo a scrivere, ed ho ultimato tre libri.

Come ti trovi qui in Italia?

Sia bene che male, perché mi sono sentita accolta e vi assicuro che quando per la prima volta si cambia continente è uno choc. Si ricomincia da zero, tutto è nuovo e se non trovi qualcuno che ti aiuta puoi provare molto disagio e in questo sono stata fortunata. Le difficoltà materiali che ho trovato in Burkina Faso non le ho trovate qui in Italia, per esempio lì si deve decidere se mangiare a pranzo o a cena. Questi sono fra i molteplici aspetti positivi.

Però da circa quattro anni a questa parte qualcosa è cambiato: quando ti avvicini per strada a chiedere informazioni a qualcuno nessuno si avvicina più. Non è la stessa Italia che ho conosciuto quando sono arrivata. Conto su di voi giovani per fare capire alla gente che siamo tutti uguali o meglio, ci sono fra di noi differenze, ognuno ha la sua storia ma i buoni non sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Abbiamo tutti gli stessi diritti. Quando colpisci l’altro sarai il primo a colpire te stesso. La storia ce lo insegna.

Cosa ti manca del Burkina Faso?

In Burkina mancano molte cose materiali ma compensiamo con la solidarietà. Mi ricordo i primi mesi in Italia, l’unico posto dove pensavo avere l’occasione di stringere la mano a qualcuno era in Chiesa. Però osservai che anche dopo la Messa tutti se vanno e non è possibile nemmeno stringere la mano a qualcuno e presentarti. Tutti corrono via subito dopo. Le relazioni sociali sono vissute in modo diverso. Per esempio In Africa quando vuoi andare a trovare qualcuno non c’è sempre bisogno di avvisarlo. Sarai sempre accolto anche se solo con un bicchiere d’acqua ma con tanto calore. Mi mancano anche il senso di festa.  Per esempio il Natale in Burkina Faso è un giorno di condivisione: cuciniamo per tutto il vicinato e possiamo fare molti chilometri a piedi per portare il cibo a qualche amico, anche se non festeggia il Natale perché è di religione diversa. Tutto questo perché siamo come una sola famiglia, concetto molto allargato in Burkina Faso.

 

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