QUEI LUNEDI’ DI PASQUA

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Ricordi del prof. Antonio Corsi
Man mano che l’ avvenire va facendosi sempre più breve e il passato proporzionalmente più lungo, fino talora a dare brividi di vertigine a chi voglia impavidamente guardarlo, viene tuttavia di mano in mano accrescedosi la tendenza a rileggerlo, quel passato: con l’ inevitabile corredo di sorridenti nostalgie e in certi casi, perché no? anche di qualche rimpianto.
E quel desiderio di far riemergere e di ridefinire particolari ormai sull’ orlo dell’ oblìo più totale, spinge ogni tanto a ricercare, a “ripescare” nelle vecchie scatole che le custodiscono, le fotografie, certe sbiadite, tutte ancora da organizzare (meglio tardi che mai ! ) secondo un ordine di tempo – o di categoria: la scuola e le gite scolastiche, le vacanze, le passeggiate in montagna; e poi gli incontri con vecchi amici ritrovati -…
Nel riguardarle, di volta in volta insorgono emozioni, sorrisi, tremori. E càpita che ci si accorga, d’ un sùbito. che tra le altre, di quelle Quarantore, di quelle merende sui poggi, una — chi sa come? chi sa perché? – non c’ è più: l’ avevo scattata con la Voikglander a soffietto del babbo e mostrava, in bianco-e-nero (non c’ erano ancora, in quegli anni, le fotografie e colori), due sorridenti cinquantenni nell’ atto di alzare gioiosamente un fiasco per mescersi due bei gòtti di vino. L’ ambiente era collinare: un poggio dominato – ai piedi un prato rigoglioso di fiori della primavera – da un albero, forse un melo, punteggiato di gemme sul punto di “esplodere” (“marzo abbottona, aprile apre…”).
I due cinquantenni (poco più, poco meno) erano il mio e il babbo di Lina. Ricordo: era un lunedì di Pasqua ed eravamo saliti a Tiglio per le Quarantore; dopo la Serra luminosa di faccia al Duomo solenne con sullo sfondo la Pania – che, immagino, cominciava a verdeggiare nelle brevi distese prative e conservava ancora un po’ di neve nei canaloni pietrosi e nella “grotta delle fate” – avevamo percorso la mulattiera lungo l’ Orta e poi il sentiero a strapiombo sulla Loppora fino alla cappellina del “salto del diavolo”.
Quante di quelle soste, negli anni dell’ infanzia e della preadolescenza avevano fatto correre lungo la schiena brividi di vertigine quando, ignorando le raccomandazioni dei “grandi”, ci protendevamo dal masso con le impronte dei satanici piedi caprini, a cercar di scrutare, oltre gli sprocchi del biancospino in fiore e dei rovi ancora irsuti, il fondo del burrone: e immaginare quel gran tuffo di Belzebù giù, giù, sempre più giù, fin nel “suo” inferno.
E poi c’era sempre (c’ era stata anche quel lunedì) la preghiera, breve, alla Madonna custodita nella cappellina: quasi in un devoto… esorcismo contro le truci immagini che l’ idea dell’ inferno suscitava nelle nostre fantasie.
Ma una volta ripreso il cammino, quando si era di nuovo raggiunta la mulattiera, i ciottoli dell’ ultima salita verso Tiglio Basso – con le borse dalla merenda diventate di colpo così pesanti – avevano ridestato il ricordo di quel lunedì di Pasqua che ci aveva visti, tutto il coro del Duomo, inerpicarci lungo quei ciottoli recando a turno, appesa a un grosso tronco, l’ armonium di Don Andreotti, che era indispensabile (l’ organo della chiesa era inservibile nell’ immediato dopoguerra) per la Messa solenne che andavamo a cantare – e ne avremmo guadagnato un bel banchetto in canonica … -.
D’ altra parte, quella verso Tiglio Basso non era proprio l’ ultima fatica: ci aspettavano ancora le rampe severe della salita alla chiesa, a Tiglio Alto, con quella minuscola fiera e coi tavoli di un’ osteria di fortuna ove le torte delle Quarantore (di farro, di riso, di semolino) erano – per poco ! – in bella mostra e il vino arzillo della Serra scorreva generoso per tutti i gitanti arrivati fin quassù, ansanti ma felici, da Barga e anche da Renaio, da Filecchio, da Fornaci, da Piastroso, da Coreglia.
Anche il lunedì di quella fotografia così misteriosamente scomparsa era destinato ad un pieno di serenità e di gioia: il sorriso che illuminava, ricordo, i volti del Baldo e dell’ Amedeo la diceva proprio lunga…
Ed è come fosse ieri; e invece i decenni che son passati da quel lunedì di Pasqua sono così tanti da dar vertigini più intense di quelle che ci assalivano al “salto del diavolo”.

La foto è stata scattata a Loppia, per le Quarantore, il 15 febbraio del 1958. Nell’immagine sono stati riconosciuti: Righini, Antonio Pieraccini, Margherita Tognarelli, Renzo Pia, ?, Corrado Rosiello, Da Prato, Sergio Ori, Maria Luisa Pieraccini, Augusto Rosiello, Tognarelli, Pina Fanelli, Elena Biagiotti, Ombretta Nardini, Tognarelli.

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