3) La bucataia
Nelle famiglie contadine le donne lavoravano nei campi come gli uomini e specialmente in certi periodi di maggior lavoro non avevano né tempo né forza per fare il bucato; perciò, si rivolgevano ad altre fissando un compenso, così probabilmente nacque il mestiere di bucataia, duro, faticoso e pagato poco.
Infatti, le bucataie erano donne che di solito non potevano fare altri lavori o che, intrapreso il mestiere, si specializzavano e lo tramandavano alle proprie figlie. A quel tempo anche le famiglie più illustri affidavano il loro bucato a lavandaie esperte.
Questo mestiere consisteva nel lavare con tecniche più o meno rudimentali, la biancheria, gli abiti e qualsiasi cosa di stoffa che dovesse essere lavata. Come detersivo e sbiancante si usava la cenere ottenuta dal fuoco del camino, perché ricca di potassa, che andava setacciata con cura per togliere pezzetti di carbone o altri scarti che avrebbero macchiato il bucato.
I panni, per il primo bucato si lavavano quelli bianchi, venivano messi a strati alterni a cenere, nella “conca”, grossa vasca di terracotta rossa e su di essi si versava l’acqua bollente, poi si lasciava riposare il bucato per circa tre giorni durante i quali questa operazione si poteva ripetere più volte.
Passato questo tempo si separavano i panni dall’acqua: i primi venivano portati in ceste al fiume, allora non inquinato, dove venivano “scatenati “, cioè sbattuti e strofinati su pietre lisce fino alla perfetta pulizia.
L’acqua tolta dalla conca, invece, si riutilizzava per fare il bucato dei panni più scuri ed anche come detersivo per i piatti.
Il bucato al fiume, molto faticoso, era però anche un momento di scambio d’informazioni e di notizie fra le donne del paese ma tante giovani lo consideravano un mestiere da serva.
4) Il traghettatore
Nei tempi passati, quando c’erano meno strade e soprattutto meno ponti era facile trovare lungo i corsi d’acqua, dei posti dove poter attraversare servendosi di barche o barconi.
Fare il traghettatore era un mestiere vero e proprio che veniva gestito da una famiglia intera in cui i componenti si scambiavano fra loro il compito di condurre il barcone. Di solito era una “nave” larga, poco profonda e piatta, quasi a zattera, in modo che ci potessero salire anche i carri trainati da buoi.
Attraverso il fiume c’era un grosso cavo d’acciaio sul quale scorreva una catena con ancorata l’imbarcazione. Il traghettatore, a forza di braccia, la faceva scorrere e così portava l’imbarcazione da una parte all’altra del fiume. Il terreno dove la barca accostava veniva spianato in modo che i carri riprendessero la marcia senza difficoltà.
Era un mestiere che non aveva orario, le persone arrivavano quando volevano e chiamavano a voce i componenti della famiglia del traghettatore che sospendevano le altre attività per far attraversare il fiume.
Per anni e anni su questo semplice mezzo di trasporto sono passati a migliaia persone, carri, greggi, materiali, …. Il costo era modesto e variava a seconda se si trattava di persone, carri o animali.
Era un mestiere che permetteva ad una famiglia di vivere discretamente e non richiedeva grandi specializzazioni, potevano svolgerlo anche le donne.
Qui nel nostro territorio credo che un punto di attraversamento del Serchio fosse alla Barca, nel Comune di Gallicano.
La presenza di un fiume nell’ambiente in cui si vive ha portato nei secoli a sviluppare anche altre attività.
Quando arrivava una piena lasciava nel greto del fiume molta legna e le persone che abitavano sulle sponde andavano a raccogliere stecchi, tronchi, ciocchi, li ammassavano al sicuro dalle acque e vi ponevano sopra un sasso che indicava la proprietà e quindi il divieto di appropriarsene che di solito veniva rispettato.
Fine


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