FIRENZE – All’età di 86 anni oggi ci ha lasciati Swietlan Nicholas Kraczyna e per il Giornale di Barga oggi è come se ne fosse andata una persona di famiglia perché anche Nick apparteneva alla famiglia ed alla storia di questo giornale. Apparteneva e apparterrà per sempre alla storia di Barga.
Il rapporto tra Barga e l’artista incisore di fama internazionale è andato avanti per 53 lunghi e bellissimi anni, da quando, era il 1973, per la prima volta, grazie ad Opera Barga, approdò nella cittadina e come tanti artisti e personaggi di cultura, si innamorò di questa terra. Tanto da eleggerla a sua dimora del cuore dove trascorrere la stagione artistica estiva.
Tra i primi a Barga ad esaltare la grandezza artistica di Kraczyna fu proprio il giornale di Barga, fu l’allora direttore Bruno Sereni e poi il figlio Umberto che con l’artista hanno avuto sempre un rapporto speciale. Un rapporto sempre contraccambiato con affetto e stima da Kraczyna e che si è esteso anche al sottoscritto.
Fu Bruno, nel 1974, a commissionarli la pubblicazione del celebre manifesto Il Castello di Barga che ha fatto il giro del mondo e che ha contribuito non poco a far scoprire la cittadina. E’ divenuta una vera icona di Barga. Da allora poi, Kracvzyna è stato nel mondo, dove ha lavorato e portato la sua opera, anche testimone della bellezza della “sua” Barga.
Per commemorarlo oggi, l’amico Frank Viviano ci ha condiviso il suo bel ricordo che pubblichiamo.
A Silvia ed a tutta la famiglia di Nicholas inviamo le nostre affettuose condoglianze.
Swietlan “Nick” Kraczyna, figura centrale dell’arte del dopoguerra su entrambe le sponde dell’Atlantico, si è spento il 1° febbraio nella sua casa di campagna vicino a Firenze. Al suo fianco la moglie, Sylvia Hetzel.
In misura davvero notevole, fu un consapevole erede del lascito intellettuale e creativo del Rinascimento italiano. Per mezzo secolo, la sua vita si è divisa tra il suggestivo centro storico di Barga — immortalato nella sua opera più celebre — e il borgo collinare fiorentino dove il pittore del Quattrocento Domenico Ghirlandaio fu maestro di Michelangelo.
A sua volta maestro, Kraczyna possedeva una rara capacità di collegare in modo tangibile il passato al presente, in conversazioni che spesso spaziavano attraverso un arco vertiginoso di letteratura, storia e scienza. Al tempo stesso, però, il suo sguardo interiore restava fisso sulla dimensione onirica e ombrosa del mondo visibile: archetipi universali, incorniciati nel mito e nella leggenda antichi, che esercitano un potere nascosto nella memoria collettiva dell’umanità.
I momenti di estasi erano spesso centrali nell’esplorazione di quel territorio, sia nella forma dell’erotismo sensuale sia in quella, a esso affine per metafora, dell’ebbrezza creativa dell’atto artistico. Le sue riflessioni sul creare alimentarono decenni di lavoro basati sul mito di Icaro, incarnazione greca del rischio immaginativo, il cui volo fatale con ali di piume tenute insieme dalla cera — sciolta dal sole — è insieme un monito e uno stimolo irresistibile. Per Kraczyna, Icaro era un precursore delle fantasie estatiche di Shakespeare nel Sogno di una notte di mezza estate e dello spettacolo allucinatorio dei carnevali. È il palcoscenico prediletto di Arlecchino, il comico ingannatore mascherato, che salta e danza negli omaggi di Kraczyna alla musica dei suoi connazionali russi, Igor Stravinskij e Pëtr Čajkovskij.
Temi e protagonisti simili attraversano gran parte della prolifica produzione di Kraczyna come incisore, alternandosi a incursioni nella fotografia e nel paesaggio pittorico. L’esempio più noto è il suo ritratto iconico di Barga, un capolavoro di colore e composizione. La città è resa come una famiglia immaginaria di pietra e mattoni, con il suo millenario Duomo come genitore protettivo che veglia su una schiera murata di case, affacciate con speranza e inquietudine sulla campagna circostante.
La stessa ambiguità senza tempo pervade la sua celebre fotografia dei fiorentini stipati su una fragile imbarcazione così stretta da offrire spazio solo per stare in piedi, colti dalle furiose acque dell’Arno in piena nel 1966. È tra le immagini documentarie più potenti del XX secolo: una rappresentazione cruda di dieci uomini e donne attoniti, improvvisamente trasformati in profughi dalle loro consuete identità di bottegai, impiegati, studenti e operai.
Sotto questo profilo, la fotografia segna un passaggio implicito verso l’autobiografia. Kraczyna nacque nella primavera cataclismica del 1940 da genitori russi di etnia in Polonia, sconvolta dalla doppia invasione della Wehrmacht nazista e dell’Armata Rossa sovietica. Lo scenario dei suoi primi ricordi è quello della distruzione totale di centinaia di città e paesi, e dei passaggi più oscuri dell’Olocausto. Nel 1945, dopo una fuga di mille chilometri attraverso territori devastati, spesso sotto il fuoco nemico, la famiglia Kraczyna fu internata in un campo profughi del dopoguerra.
Swietlan Nicholas Kraczyna aveva 11 anni quando, nel 1951, un ente caritativo religioso patrocinò il trasferimento della sua famiglia negli Stati Uniti. Nel 1962 conseguì la laurea in pittura presso la prestigiosa Rhode Island School of Design e insegnò alla Southern Illinois University fino al 1964, quando si trasferì definitivamente in Toscana con la giovane moglie, Amy Luckenbach, celebre burattinaia, che è scomparsa nel 2009.
Oltre ai suoi risultati artistici, Nick Kraczyna era molto stimato per i suoi laboratori di incisione — incentrati sulle sue tecniche, ampiamente influenti, di acquaforte a colori su più lastre — che attiravano studenti da tutto il mondo. Tra loro figuravano personalità di spicco come l’argentino Gabriel Feld, già preside di Architettura alla Rhode Island School of Design, e l’artista americana Maya Hardin, le cui opere sono state esposte in modo rilevante dal Metropolitan Museum of Art di New York.
Nel 1970 Kraczyna fu uno dei dieci artisti scelti per rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Grafica di Palazzo Strozzi a Firenze. Insegnò in università e scuole d’arte negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Italia, in Messico e in Colombia, e le sue incisioni fanno parte delle collezioni permanenti della Galleria degli Uffizi di Firenze e di innumerevoli altri musei. Fu coautore di I Segni Incisi, il primo manuale italiano completo sulla storia e le tecniche dell’incisione.
Oltre alla moglie, lascia i tre figli, Anna, Anatol ed Emma, e cinque nipoti
Frank Viviano


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