TRAVESTIMENTI, GIOCHI PERICOLOSI, PAURE
Un anno, per Carnevale, ricevetti il primo costume per travestirmi, era un completo da cow boy di Giorgio, un ragazzo ormai grande. Anche se era da maschio, com’era bello e come mi specchiavo quando lo indossavo! A quel tempo, per mascherarsi si usavano vestiti vecchi, del carbone e tanta fantasia, oppure li cuciva la mamma se era sarta.
In casa mia, mia sorella era maestra di taglio, ma mi confezionava soprattutto indumenti nuovi e utili o mi aggiustava qualcosa ricevuto da mia cugina Annamaria. Un giorno ereditai un vestito di velluto blu, un po’ liso e un po’ troppo grande, che diventò indossabile con il suo intervento. Peccato che lo ritrovò con le maniche tagliate a metà dopo che nella sala erano state a giocare due mie amiche! Così dovetti portare il vestito con due cuciture in più!!!
Un sabato d’estate, come sempre la mia mamma impastò il pane, poi accese il forno a legna per cuocerlo. Questo forno aveva un tetto a capanna coperto da tegole e mia sorella e mio fratello si divertivano a infilarci sotto dei bastoni, perché era basso.
Ad un certo punto videro due pigne strane, coperte da un tegolo, le fecero rotolare e poi quando furono alla loro portata, le presero in mano e le mostrarono alla mamma.

Erano bombe a mano, la mamma le conosceva bene e poco mancò che svenisse! Riuscì con molta calma a far stare immobili i due ragazzi, poi le prese e le nascose in un posto sicuro, in attesa di decidere con il babbo il da farsi! Nei giorni seguenti furono consegnate ad un maresciallo dei carabinieri in pensione, il Capannacci, che le portò in caserma. Così fu anche per altri oggetti bellici ritrovati nelle ceppaie delle piante tagliate! Per fortuna non ci furono incidenti.
A Catagnana il gioco più diffuso, oltre al mondo (Campana) era sfidarsi a scalare alberi!
Nessuno temeva che ci facessimo male, anche mio padre, uomo giudizioso e attento, diceva che, sempre con attenzione ma dovevamo imparare. Io, Claudio e Claudia passavamo le giornate a salire su meli, susini, ulivi e spesso ci sbucciavamo tutte le mani e le gambe, ma non era nulla, un po’ di acqua ossigenata e via di nuovo a correre e scalare!
Spesso sugli alberi facevamo anche merenda: la mamma la preparava per tutti e poi noi andavamo a mangiarla sul ramo più alto o più sporgente!…
Giocavamo spesso anche a rimpiattino (nascondino) soprattutto di giugno, quando nei campi c’erano i mucchi di fieno e le lucciole illuminavano il cielo. Una sera però, Claudio cadde per sbaglio sul filo spinato del recinto delle mucche e si ferì seriamente: mentre eravamo tutti nascosti cominciammo a sentir urlare, poi un’ombra sanguinante venne verso di noi, aveva le ginocchia, i gomiti e la fronte rossi di sangue, sembrava una maschera! Accorsero mia madre e mia sorella con disinfettante, cotone, garze e fasce e tamponarono le ferite. Aspettarono che si tranquillizzasse e poi, visto che le ferite sembrarono subito superficiali, lo accompagnarono a casa.
Sono passati quasi 60 anni, ma le cicatrici sulle ginocchia di Claudio si notano ancora!
D’estate giocavamo anche a catturare i grilli che cantavano di giorno: infilavamo a turno un filo d’erba nel buco del grillo, cantando: “Grillo, grillo moro vieni su per il filo d’oro laggiù ce n’è morto un altro ci morirai anche tu”. L’animaletto, stuzzicato, alla fine veniva fuori e vinceva chi ci riusciva in minor tempo.
Un giorno io e Annamaria scalammo un susino piuttosto alto, la salita andò bene ma quando arrivai a scendere cominciai a tremare perché guardavo giù e il salto mi sembrava troppo alto! Tenta e ritenta, alla fine il cielo diventò proprio nero, cominciò a lampeggiare e tuonare forte ed io feci presto a buttarmi di sotto, tra le risate di Annamaria!
A Catagnana, a pochi passi da casa c’era un grosso metato, che tutti gli anni veniva “accecato”* in autunno per seccare le castagne, ma nelle altre stagioni era il posto più invitante e pericoloso dove giocare!
Quando la mamma si distraeva io e i miei amici lo esploravamo come fosse un vecchio ripostiglio: dalla finestrella delle castagne ci calavamo sul “canniccio”, graticcio formato da tanti pali di castagno sbucciati posti uno vicino all’altro, in maniera tale da lasciar passare il fumo e il calore provenienti dal basso; spesso lo attraversavamo tutto per andare su una tettoia vicina, ancor più pericolosa.
Un giorno io misi male un piede su uno di questi pali mobili e rischiai di finire a piano terra! In qualche modo riuscii ad aggrapparmi con le mani ad uno di questi pali e rimasi a penzoloni tra il canniccio e il pavimento. Non riuscivo a ritirarmi su con le braccia, ma avevo anche paura a saltare giù, così mandai i miei amici a chiamare la mamma che mi liberò da quella scomoda posizione, brontolando e minacciando di “darmele”.
Attaccato al metato c’era il pollaio delle galline ed ogni anno, a primavera, nascevano i nuovi pulcini.
Due di quelli che risultavano galli venivano allevati per un periodo piuttosto lungo perché dovevano essere cucinati per san Regolo. Dopo pochi mesi, erano giganti, con gambe lunghe ed ali enormi, rossastre, si gonfiavano e correvano dietro le galline.
Un giorno in cui andai a dar loro il pastone uno mi volò sulle spalle e giù beccate! Poi m’insegui ed io cominciai ad urlare. Fu la mamma a liberarmi, ma il babbo, saputo il fatto, tirò il collo a tutti e due.
*accecato: acceso e pronto per seccare le castagne.
IL TERREMOTO

Una notte dell’Epifania, forse il 6 gennaio ’69, venne il terremoto, mai sentito prima. A quel tempo la Protezione Civile non esisteva ancora e non c’erano stati gravi danni, ma gli adulti cominciarono a dire che poteva tornare anche più potente, come nel ’20, così decisero che saremmo andati tutti a dormire nella capanna di legno del fieno: ci caricammo sulle spalle coperte e cuscini e dormimmo sulla massa del fieno. Per noi bambini fu quasi una festa!
La mattina seguente saremmo dovuti tornare a scuola, dopo le vacanze natalizie, ma le mamme ci fecero rimanere a casa per paura che il terremoto tornasse nella mattinata alla stessa ora! Così io, Claudio e Claudia, passata l’ora x, andammo a salutare la maestra Maria a Catagnana. Quando seppe il motivo della nostra assenza, cercò di spiegarci come si generano i terremoti e l’impossibilità di prevederli, ma noi ci capimmo poco e pensammo che avremmo fatto meglio a stare zitti.
MEZZI DI TRASPORTO
Quando abitavamo ai Battisti mio padre si spostava con una vecchia Vespa 150, che lasciava sotto una tettoia, nelle vicinanze della Mocchia. Ben presto però sentì l’esigenza di un mezzo su cui caricare la spesa ed anche i prodotti agricoli del terreno di Catagnana (olive, castagne, frutta…) così comprò un’Ape Piaggio. Era il primo modello, piuttosto piccola e non tanto sicura, ma mio padre era prudente e non ha mai avuto incidenti.
Quando ci spostammo ai Domenichetti l’Ape si rivelò subito un mezzo indispensabile per il trasloco, il guaio era che potevano salirvi solo due persone: l’autista e un passeggero.
Io però, piccolina com’ero, entravo a sedere sul seggiolino, dalla parte destra del babbo, ma bisognava che non ci notassero i Carabinieri perché ci avrebbero multato. Quando attraversavamo un paese o un luogo particolarmente affollato, quindi, mio padre mi faceva accucciare sul pavimento del motocarro.
Una volta però, spingi da una parte, spingi dall’altra, si aprì lo sportello ed io rischiai di finire in un burrone! Andò bene per un pelo….
Un altro giorno dovevamo andare in cinque a Castelnuovo per delle compere per tutta la famiglia allora mio padre stese e fermò un telone dalla parte più alta della ringhiera dietro la cabina fino agli angoli più lontani del cassone dell’Ape e poi ci fece salire lì sotto.
Non ci eravamo mai divertiti tanto…, ma al ritorno, appena superato il bivio di Ponte di Ceserana, ci sorpassò un autotreno.
La strada a quel tempo era molto stretta e la parte posteriore del rimorchio strusciò l’Ape, un gancio si conficcò nella ringhiera e mio padre sentì il motocarro sollevarsi da terra. Per fortuna una buca fece sobbalzare il rimorchio e il gancio mollò la presa. Mio padre si fermò e scese a controllare se stessimo bene, ma noi non ci eravamo resi conto della gravità del fatto, lui invece era bianco come uno straccio e si sentì un miracolato per parecchi giorni!
Un anno io e i miei genitori andammo a san Pellegrino in Alpe, il 15 agosto, giorno di festa e di fiera anche lassù. Quando decidemmo di ripartire ci accorgemmo che la strada per tornare alle Radici era bloccata da file di auto. Per fortuna quel giorno era in servizio in paese un cugino di mio padre, Liseo, guardia forestale a Castiglione, così chiedemmo a lui come uscire perché a casa ci aspettavano i nonni e gli altri ragazzi, che non potevano essere avvertiti perché il telefono non l’avevamo ancora.
Liseo ci suggerì di imboccare la nuova strada che da san Pellegrino portava a Chiozza, tracciata da poco ma più breve dell’altra di parecchi km. Noi seguimmo il consiglio e per un po’ andò tutto bene, ma nell’ultimo tratto la strada si rivelò quasi impraticabile: sassi, buche, cespugli, frane…. si rischiava di finire fuori strada ogni momento!
Alla fine, il babbo ci fece scendere dall’Ape e continuare a piedi per un bel tratto mentre lui cercava di non abbandonare il mezzo. Quando arrivò sulla strada asfaltata si accorse di aver addirittura perso il cassetto degli attrezzi che stava attaccato sotto il cassone, così il giorno seguente fu costretto a tornare a recuperarlo!
Era poco tempo che abitavamo a Catagnana quando il fratello maggiore, Giulio, comprò un terreno a Fornoli ed anche lui un’Ape per gli spostamenti.
Mio fratello piccolo cercava sempre il modo di guidare qualche mezzo anche se aveva poco più di 15 anni ed una sera riuscì a dimostrare la sua bravura. Era estate e un gran caldo, così andammo tutti a Sommocolonia, dal Biondi, dove si ballava all’aperto. Io salii sull’Ape con mia sorella e i miei genitori e gli altri due sull’altro mezzo.
Verso mezzanotte Mariano venne ad avvertire il babbo che Giulio voleva tornare a casa ma, secondo lui, non era in grado di guidare perché aveva bevuto troppo. Con una scusa mio padre convinse Giulio a salire sul cassone del suo mezzo insieme a me e a mia sorella ed incaricò Mariano di riportare a casa l’altra Ape. Io, durante il breve tragitto piangevo dalla paura, mentre mio fratello non era mai stato così contento!
Mariano amava molto motori ed automobili ed avrebbe voluto la Vespa 50, ma mio padre non aveva le possibilità per comprargliela, così lui si consolava provando quelle degli altri.
Un amico che aveva messo gli occhi su mia sorella, in particolare, lo lasciava scorrazzare, in cambio di qualche parolina buona in suo favore. Mia sorella lasciò fare Mariano per qualche tempo poi, alla fine si arrabbiò e convinse un amico a spacciarsi per il suo fidanzato.
Quando lo spasimante entrò in casa, giunse anche l’altro che prese mia sorella sottobraccio e me per la mano e ci portò con lui. Così l’amico di mio fratello sparì insieme alla Vespa 50!
Continua la prossima domenica….



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