Pascoli e Barga

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Dovette rimanerci molto male Pietro Groppi, vulcanico direttore de “L’Eco del Serchio”, per quel ritardo dell’ultimo minuto che fece saltare l’inaugurazione della statua di Pietro Angeli (il poeta dei fasti medicei) che era prevista per il XX settembre 1896, una domenica, 26a ricorrenza della Breccia di Porta Pia, festa molto sentita in quegli anni a Barga. Nel 1890 era stata dedicata a quel giorno una delle principali vie del borgo e nel 1892 Barga con le sue celebrazioni, secondo “Il Figurinaio”, salvò “l’onore e il nome delle tradizioni liberali”.  

 La statua fu eretta la domenica successiva. Ma per Groppi fu uno smacco: aveva preparato quel giorno con tanto amore, aveva addirittura compilato sul suo giornale l’elenco delle biblioteche toscane che ospitavano le opere dell’illustre concittadino che era stato l’ispiratore della “Gerusalemme Liberata” e aveva stampato su di lui un opuscolo dal titolo “Della vita e delle opere di Pietro Angeli Bargeo”. Fu uno smacco anche per Serafino Togneri, patriota coreglino amico di Mordini, che però si rifece domenica 27: partì da Coreglia di buon mattino dopo aver indossato la sua sfavillante camicia rossa con sopra, ben appuntate, tutte le medaglie. Lasciato alle spalle il borgo degli Antelminelli, prese la strada che scendeva al torrente Ania.  Faceva luce quando dai colli di Tiglio gli apparve il profilo massiccio del Duomo, allora, affrettò il passo per andare  a raggiungere la sua “comunità patriottica”, per rivedere Mordini e immagazzinare tutto della giornata che lo aspettava per poi raccontarlo sulle colonne del battagliero foglio lucchese “Fulmine”.

 Ospite speciale di quel giorno un poeta e professore universitario che da poco meno di un anno si era stabilito sul colle di Caprona: Giovanni Pascoli, autore di poemetti e inni a Garibaldi e Mazzini. Toccò a lui officiare la sacra cerimonia della Patria e lo fece ricordando l’Angeli e parlando dei “sacri misteri” richiamando alla vita quei “morti gloriosi” che avevano combattuto per l’Italia Giusta e che “splendono come fosforo nel buio“. Erano “riconvocati” per una nuova missione: “la ricostruzione morale dell’Italia”. In quel giorno settembrino in cui “ogni borgata ogni casa deve farsi queste domande:  che cosa s’è fatto? Che cosa resta da fare? Che siamo e che dovremmo essere?”, ricordando quel XX settembre in cui Roma fu “redenta la cupa romba del cannone di Porta Pia” rifletteva, amaramente: “noi credevamo che quella breccia (…) dovesse seppellire sotto le sue macerie tutto il male che ci aveva afflitti in tanti secoli e, sopra, dovesse dare vita a tutto il bene  che da tanti secoli avevamo sognato. Ebbene: il male non è tutto finito, il bene non è tutto apparso”.

 Le speranze del Risorgimento, quindi,  non si erano ancora realizzate  eppure quel giorno di settembre di ventisei anni prima, quel “dramma ravvolto  nella caligine dell’alba”, agitava “ancora il cuore”. Toccava quindi a lui vincere lo sconforto che gravava sul XX settembre restituendo vigore ai voti del passato. “Cesseranno, non è dubbio- disse con voce sicura– le viltà, le iniquità ereditate e le ingiustizie nuove, le imprudenze e le impudenze, riapparirà la fede e l’onore, la pace e la fortezza, la prosperità e la gloria. E allora la festa della Risurrezione si celebrerà come quella del Natale”.

 Pascoli coerente alla sua concezione  per cui “il poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro riesce però ispiratore di buoni costumi d’amor patrio familiare e umano”, suggeriva alla “patria grande” di seguire l’esempio delle “patria piccola” che aveva ricordato un suo illustre figlio. “Quale coro glorioso se tutte le città d’Italia commemorassero i loro grandi nelle armi, nelle lettere, nelle arti. L’odierna Italia sfiduciata si rinfrancherebbe, credo, un poco”. E allora succederebbe ciò che aveva sentito in quella mattinata così importante che segnava anche il suo esordio pubblico nella comunità barghigiana. “A me-confessò- sia dato godere la festa di Roma risorta tra questi monti così belli, tra queste anime così semplici e forti, o Barga! Possa vedere io scintillare nella notte il monte tiglio alle tue spalle, scintillare le Apuane al tuo cospetto, e i poggi di Catagnana”.

 Alla cerimonia seguì un banchetto nella Sala Colombo, dove aveva sede la società degli emigranti. Un “lieto convitto” dove parlò “il Senatore”, quell’Antonio Mordini,  reduce dai giorni del mito e laico santo della Patria Nuova, che tenne un’orazione con-come avrà a ricordare Pascoli anni dopo- “una voce , ora fremebonda d’indignazione, ora squillante di amore, una voce che tra il silenzio profondo dei molti commensali si elevava gradatamente affannandoci il cuore”.

 Sollecitato dai presenti fu poi nuovamente Pascoli a parlare “tremando dopo esser stato rapito da quella voce d’altri tempi”. Un emozione data anche dalla comprensione di avere fatto la scelta giusta a ritirarsi in quel “luogo appartato” dove regnavano “il Bello e il Buono” e dove, come spiega bene Umberto Sereni nel suo “Per L’Italia Giusta” (di cui consigliamo, vivamente, la lettura a chi volesse approfondire l’argomento), “aveva trovato le condizioni per attuare quel “progetto virgiliano” che lo aveva condotto in Valle del Serchio:  sottrarre gli uomini alla cupa disperazione, alla rancorosa cupidigia, alla belluina ferinità, per riconciliarli, affratellarli e farli attivi membri della nuova compagine nazionale”.

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