Era da poco passata la Pasqua e il sole faceva capolino alla “Chiesina di Sassaperchio”, come spesso diceva mia suocera Lisetta quando, affacciandosi alla finestra, decretava che sarebbe stata una giornata serena vedendo il sole sorgere dal monte Giovo.
Decidemmo allora, io e mio marito, di approfittare di quella bella mattinata per accontentarla: da tempo desiderava infatti tornare a visitare la tenuta del Colle che, pur distando solo pochi chilometri da casa nostra, non vedeva più da quando, intorno agli anni Sessanta, Adelmo, l’ultimo abitante, si era trasferito più a valle, abbandonando quel podere.
Anche i miei figli accolsero l’idea con entusiasmo e così telefonammo a Giuseppe Renucci, meglio conosciuto come “il Peppetto degli Angeletti”, cugino di Lisetta, che aveva lavorato come operaio forestale presso la tenuta del Colle quando la Forestale aveva deciso di recuperare quel luogo abbandonato, intervenendo sia sul bosco, sia sui fabbricati presenti. Gli chiedemmo se fosse stato disposto ad accompagnarci e Peppetto accettò volentieri il nostro invito, poiché il Colle era uno degli argomenti che più spesso tornavano nei racconti del passato che amava condividere con Lisetta.
Così, con l’auto, andammo a prendere Peppetto agli “Angeletti” e partimmo alla volta del Colle. Durante il tragitto parlavano di ricordi comuni, di quando Lisetta iniziò a frequentare la scuola elementare con un anno di ritardo per poter fare la strada da casa a scuola insieme al cugino, di un anno più piccolo. Lei era una bambina molto paurosa e, con Peppetto — suo piccolo paladino — si sentiva al sicuro e protetta.
Peppetto non aveva paura di niente e, nonostante la sua bassa statura, non esitava a far valere le proprie ragioni anche con compagni più grandi e robusti. Lisetta, bambina, lo adorava e si sentiva coccolata quando era con lui; a scuola era lei invece ad aiutarlo, perché molto più volenterosa e studiosa, e lui spesso ne approfittava anche per farsi fare i compiti a casa. A quel tempo anche Lisetta abitava in località Angeletti insieme alla sua famiglia.
Quando passammo in macchina vicino alla chiesina di Montebono, lo sguardo sui campi lì accanto fece riaffiorare i racconti dei loro padri che, da ragazzi, quando frequentavano la scuola nella sacrestia della chiesa, in primavera partivano da casa con la cesta del concime sulle spalle per spargerlo in quei campi prima di entrare in classe, perché la terra intorno alla chiesa era di loro proprietà e doveva essere coltivata.
Prima di arrivare al cancello del Colle, Peppetto fece notare i muri a sasso lungo la strada. Quanto lavoro c’era voluto per farli! Fra i sassi murati, ce n’era uno dove era scolpito un volto. Peppetto si raccomandò di non attirare troppo l’attenzione su quella pietra scolpita se fossimo poi tornati lì con altra gente, temendo che qualcuno potesse arrivare perfino a disfare il muro per portarsela via.
I lavori di ristrutturazione e di ripristino del Colle erano iniziati intorno agli anni Settanta, quando ancora non esisteva la strada rotabile. La legna proveniente dal recupero del bosco veniva trasportata fino a Gemina con i muli. In tutto erano undici i muli e ogni sera, insieme ai due mulattieri provenienti dal Casone di Profecchia, trovavano ospitalità dal Livio a Gemina.
Giunti al cancello della tenuta, proseguimmo a piedi. Lisetta e Peppetto avevano il loro bastone, che utilizzavano anche per indicare le varie cose da osservare, e anche i miei figli Michele e Arianna vollero il loro bastoncino da esploratori.
Peppetto mostrava con grande orgoglio tutti i lavori realizzati. Vicino alla casa principale c’era una bella pila in sasso. Raccontò di quanto avevano tribulato usando anche paranchi e funi per portare fuori quel sasso dal Fosso della Porretta. Poi dell’impegno che aveva messo per farla così bella, il suo compagno di lavoro e bravo scalpellino Dorando.
Rammentava il nome dei suoi tanti compagni di lavoro che per raggiungere il Colle camminavano anche per più di un’ora a piedi. Liseo proveniva da Fornioni, il Bonaccorsi da Pegnana. Luigi da Val di Vaiana: arrivava in macchina fino al termine della strada a Gemina, poi proseguiva a piedi per il sentiero. Mansueto da Carpinecchio arrivava spesso, con il suo cane Moretto, che stava con lui per tutta la giornata. La sera, poi, durante il viaggio di ritorno, andavano insieme a recuperare le pecore che erano al pascolo sul colletto di Montebono per riportarle nella loro capanna di Carpinecchio.
Verso l’ora di pranzo tutti gli operai si ritrovavano in un punto stabilito, preferibilmente una piazzola, per mangiare insieme. Chi si trovava a lavorare più vicino a questa piazzola, aveva il compito di lasciare il lavoro circa mezz’ora prima di mezzogiorno, accendere il fuoco e mettere a scaldare i pentolini di tutti con il pranzo.
Mentre Peppetto raccontava queste storie sembrava quasi di rivedere quel tempo: gli uomini al lavoro nei boschi, il fumo del fuoco che si alzava dalla piazzola all’ora di pranzo, i pentolini messi a scaldare e le voci che echeggiavano nel silenzio della montagna.
Camminando tra i fabbricati e le selve ripulite, ci rendemmo conto di quanta fatica, ma anche di quanta passione, fosse stata necessaria per ridare vita a quel luogo. Per Lisetta e Peppetto non era soltanto una visita: era un ritorno ai ricordi del loro mondo passato, fatto di lavoro duro, di solidarietà tra compagni e di un forte legame con quella terra.


Mariapia
6 Aprile 2026 alle 11:23
Brava Maria Grazia i tuoi racconti non smetterei mai di leggerli