Andare a “opre“, un lavoro scomparso….
Quando mio padre era giovane, fra gli agricoltori della Val di Corsonna usava scambiarsi le giornate di lavoro: se una persona fosse andata ad aiutare un suo vicino di casa, questo poi lo sarebbe ricambiato per lo stesso tempo, quando l’altro ne aveva bisogno.
A volte un contadino prendeva ad “opre” giovani, disoccupati, pensionati…. che lavoravano tutta la giornata, pranzando con i padroni del terreno e ricevevano una paga oraria o giornaliera.
Gli agricoltori più furbi cercavano però di sfruttare gli operai e spesso il pasto era molto veloce e povero: facevano finta di offrire il formaggio, quasi sempre pecorino, mettendo la forma intera sulla tavola, vicina alle verdure di stagione. Sapevano infatti che se non fosse stato il padrone a spezzarlo, nessuno l’avrebbe fatto!
Un giorno Amedeo, uno dei braccianti, fu invitato a mangiare i fagioli lessi e lui li guardò un po’ e poi esclamò così com’era capace, perché non pronunciava bene alcune lettere dell’alfabeto: “I fasoli son sempre fasoli, fusse il formasso….!” A quel punto la padrona fu costretta a spezzare la forma….
In un’altra famiglia contadina, molto avara e mai soddisfatta dei lavori svolti dagli operai, la moglie preparava ciotole enormi di zucchini lessi, anche un po’ passati e quindi amari e poi invitava i braccianti, stanchi e affamati: “Venite a mangiare, la zucca rinfresca!”
Un mattino d’agosto, con un caldo infernale, uno degli operai si presentò a tavola con un cappottone tutto abbottonato e quando il padrone curioso gli chiese spiegazioni, lui, che era un furbo burlone, esclamò: “E’ tutta la settimana che mangiamo zucchini ed io son così fresco che ho quasi freddo, per questo ho messo il cappotto!”
Anche in questo caso, seppur a malincuore, il padrone dovette offrire cibi più sostanziosi!
Altri mestieri antichi
Andare a “opre” è un mestiere ormai scomparso, come tanti altri fra cui ricorderemo:
– lo stagnino,
– l’arrotino,
– l’ombrellaio,
– lo spazzacamino…
Quando ero piccola vivevo in montagna, in una casa isolata ed erano ben poche le persone che quotidianamente passavano di lì, forse qualche amico o parente e una volta o due l’anno qualche venditore ambulante come il Vergemoli di cui ho già parlato in un altro articolo……
Quando, negli anni ’60, venni ad abitare a Catagnana, esisteva ancora qualche persona anziana che girava nei paesi per vendere o aggiustare oggetti.
Io ricordo di aver visto un vecchio stagnino emiliano che riparò, saldando i metalli con lo stagno, secchi, paioli, pentole, caldaie…. Come tutti gli artigiani ambulanti stava fuori casa per tanto tempo e qui da noi era usanza, oltre che pagarlo, offrirgli anche il pranzo….
Era spesso nero di fuliggine perché per fondere lo stagno usava un attrezzo arroventato al fuoco di una fucina alimentata a carbone; per questo spesso era detto “l’omo nero”.
Un giorno a Catagnana arrivò anche un vecchio ombrellaio mai visto che in poco tempo riparò tutti i nostri ombrelli più vecchi.
Purtroppo, però fu scambiato da un negoziante di Barga per un probabile ladro e quindi fu prelevato dai carabinieri e portato in caserma. Chiarita la questione, l’anziano tornò a prendere i suoi utensili a casa mia e se ne andò scuotendo la testa e mormorando: “Ormai ci sono abituato!”
Spesso anche l’arrotino riparava gli ombrelli nella loro parte metallica ed anche questo mestiere era faticoso e difficile perché bisognava trovare sempre nuovi posti e nuovi clienti, era però anche quasi familiare e dove si fermava trovava calore umano ed un bicchieretto di vino…
Fino al 1929 trasportava la sua mola a spalla, poi passò alla carretta e negli anni ’50 alla bicicletta e più tardi in moto o su furgoncini…
Il mestiere divenne poi più qualificato e molti arrotini aprirono delle botteghe per lavorarvi in modo stabile.
Ma quando il suo mestiere era uno spettacolo all’aperto, l’arrotino all’opera attirava a sé bambini e ragazzi che stavano a guardare, affascinati dalle scintille della mola che volavano in alto e non si lasciavano afferrare, dai gesti, dai rumori e da tutto l’armamentario e spesso lo accompagnavano nel suo cammino, ripetendo insieme a lui il richiamo: “E’ arrivato l’arrotino!!!”
Era così popolare e diffuso questo antico mestiere da occupare un posto d’onore fra i personaggi fissi del presepe, insieme ai pastori, alle lavandaie…
Un altro mestiere ormai scomparso, almeno nelle forme tradizionali, è quello dello spazzacamino, intorno al quale sono nate storie, canzoni, proverbi … E’ presente in tutta Europa ed ha sempre attirato la simpatia di tutti, anche se la sua vita non era né tranquilla né romantica.
Questo mestiere difficile e faticoso nacque in Italia nel 1600 ed era svolto soprattutto da bambini che entravano nella canna fumaria più facilmente.
A causa della miseria anche sulle montagne toscane le famiglie cedevano i bambini dai sei anni in su ai “padroni” che andavano a reclutarli. Se fossero emigrati per esempio in Francia, avrebbero portato l’aiutante con loro. Proprio in questa nazione, ai primi del 1600, un piccolo spazzacamino ascoltò dalla canna fumaria che stava pulendo, un complotto per uccidere il re, lo salvò e ricevette un premio.
Questi piccoli, strappati alla famiglia, erano esposti al freddo e agli stenti, il padrone era pagato col denaro, ma loro ricevevano solo un piatto di minestra.
Le loro misere condizioni e il loro sfruttamento mossero a pietà, soprattutto a Milano e Torino, il mondo religioso e tanti privati che crearono iniziative di tutela e assistenza offrendo loro vitto e alloggio. La situazione un po’ migliorò ma fino al secondo dopoguerra rimase un problema.
Questo lavoro andò poi scomparendo e si trasformò in una professione così com’è oggi, sicura e tutelata da altri sistemi e strumenti di lavoro e comunque riservata agli adulti.
A Santa Maria Maggiore (VB) esiste un museo dedicato a questo mestiere e il Monumento dello Spazzacamino.
Per ultimo, ma non per importanza, vorrei brevemente accennare al mestiere di carbonaio, di cui vi ho già parlato in altri articoli. Ormai sapete tutto di mio padre, ultimo carbonaio, di mio zio, poeta dialettale, anche lui carbonaio ed allora vi trascrivo “Il lamento del carbonaio” della montagna pistoiese e due ricette di ciò che mangiavano. Della loro cucina “povera” ma gustosa, alcuni piatti sono diventati famosi, come gli spaghetti alla carbonara, la minestra di fave e l’Acquacotta.
BUON APPETITO!!!
La Canzona “Il lamento del carbonaio della montagna pistoiese”
Vita tremenda, vita tribolata
chi va alla macchia là per lavorare
vita tremenda, trista e strapazzata
non si può creder quanto immaginare
un’anima dell’inferno più dannata
non possa così tanto spasimare
non pole aver né spasmo né dolore
quante n’ha il carbonaro e tagliatore.
RICETTE
Minestra di fave
INGREDIENTI:
400 g. fave secche sbucciate
Acqua
Olio
Sale
Prezzemolo
PREPARAZIONE:
Lasciare a bagno le fave per circa 12 ore. Scolare e cuocere a fuoco lento per 3 ore in una pignatta di terracotta, completamente ricoperte di acqua salata. Passata un’ora dalla cottura, schiacciare con la forchetta mentre si continuano a cuocere. Mescolare spesso.
Una volta giunti a fine cottura, spolverare con prezzemolo e servire calde su fette di pane tostato e agliato con l’aggiunta di olio extravergine di oliva crudo. Si possono aggiungere a piacere altre verdure come patate, erbe e cicoria.
Acquacotta
INGREDIENTI:
6 uova
3 cipolle
400 g. di pomodori rossi maturi
Le foglie di un sedano
Fette di pane casalingo raffermo
Basilico
Pecorino fresco
Olio extravergine di oliva
Sale
pepe
PREPARAZIONE:
Preparare un brodo vegetale, circa un litro e mezzo, pulire le cipolle e tagliarle a fette sottili.
Pulire le foglie di sedano, lavarle, strizzarle bene e tritarle. Spellare i pomodori in acqua bollente, tagliarli a quarti, toglier i semi e tagliare la polpa a cubetti.
In una pentola di coccio mettere qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva e fare appassire le cipolle a fuoco dolce. Fare cuocere il tutto per circa 20 – 30 minuti; versare un litro circa di brodo vegetale caldo e tenerlo sul fuoco per un’altra mezz’ora affinché il brodo si ritiri piano piano.
Quando le cipolle saranno quasi sfatte aggiungere la polpa di pomodoro tagliata a cubetti, le foglie di sedano tritate e il basilico spezzettato grossolanamente con le mani. Regolare di sale e pepe.
Una volta trascorso questo tempo aggiungere le uova, uno per volta, direttamente nella pentola facendo attenzione che non si rompano e farle cuocere per 3 – 4 minuti in modo che diventino “uova in camicia”.
In ogni scodella mettere una fetta di pane tostato, delle scaglie di pecorino e versarvi sopra l’acquacotta caldissima e un uovo a testa. Servire l’acquacotta con del pecorino a parte.


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