La fola del Camberello
Era la primavera del 1874, quando ad un anziano della Val di Corsonna, soprannominato il Camberello dalla località in cui viveva sopra Renaio, morì la moglie e lui si disperò tanto, anche se per breve tempo. Infatti, dopo qualche mese cominciò a cercare prima un’aiutante e poi una nuova compagna e per questo mandò suo figlio ai Chiozzi, sopra la chiesa di Montebono, perché lì vivevano parecchie giovani donne, fra cui una che si chiamava Margherita e sembrava a tutti e due la più adatta. Era infatti coraggiosa ed esperta nell’allevamento di pecore e le seguiva nella macchia senza lamentarsi della fame o del fatto di essere sola; era brava anche a filare la canapa.
Il figlio si recò ai Chiozzi, ma il padre della ragazza rifiutò perché avevano bisogno di aiuto nella loro famiglia ed allora il vecchio pensò di chiederla in moglie ed il figlio s’impegnò a dargli una mano.
“Bisogna che la facciate innamorare” disse il figlio “e poi i Chiozzi lasciateli fare, cederanno per forza!”
Così i due la seguivano, le facevano l’occhiolino e Margherita non sapeva che fare perché non aveva mai avuto corteggiatori. Quando l’anziano le parlò d’amore, lei se ne innamorò subito, i due passavano le giornate insieme perché erano pastori e lui forse le raccontava anche delle “balle” pur di conquistarla.
Un giorno l’uomo si presentò al padre di Margherita e gli chiese la mano della figlia; il Renucci si arrabbiò molto perché era troppo anziano e volle dei chiarimenti dalla figlia, che confermò il suo desiderio di sposarlo, anche perché secondo lei viveva agiatamente. Il padre invece pensava che le avesse detto delle frottole.

La notizia del loro fidanzamento si diffuse in tutta la vallata: chi era favorevole e chi contrario; intanto però la ragazza si disperava. Il padre andò anche a chiedere consiglio al proposto di Barga, che lo tranquillizzò: avrebbe parlato lui con l’uomo e gli consegnò un libretto sulla morale da far leggere alla figlia, che non apprezzò per niente il dono.
Anche il Camberello andò a chiedere aiuto al proposto che lo consigliò di lasciar perdere, ma poi, dopo tante insistenze volle conoscere Margherita. Quando la vide non gli sembrò nulla di speciale ma poi, accortosi che era veramente innamorata, le disse di tornare con l’uomo, vestiti tutti e due da gran festa.
Margherita raccontò l’incontro al Camberello e decisero di sposarsi il sabato mattina successivo.
Quel giorno arrivarono a Montebono persone da tutta la valle e il cappellano, per l’emozione, sbagliò addirittura un canto intonando quello proprio della messa dei defunti. Intervenne subito il proposto che terminò il rito…
Intanto parenti, amici, vicini di casa avevano preparato una gran festa con musica e canti, ci saranno state mille persone, fra cui la maggioranza curiosi e più di cento strumenti musicali, ma il Camberello e la moglie se ne andarono a letto, indispettiti da tante attenzioni…
La fola del Camberello continua….

Nei giorni successivi il figlio confessò al padre: “Ora hai una compagnia, stai bene, sei ancora capace di fare l’orto, io voglio partire per l’America con altri compaesani!” Il padre cercò di fargli cambiare idea ma non ci riuscì, così il giovane, dopo quindici giorni s’imbarcò a Genova diretto a fare il carbone in Brasile.
Il Camberello, che sembrava burbero e autoritario, in realtà voleva molto bene a Margherita anche perché era una donna furba che cercava di assecondarlo e di preparargli buoni pranzetti molto apprezzati da lui. Con i prodotti che più o meno avevano tutti i contadini allora lei faceva miracoli perché era una brava massaia che usava il baratto per avere ciò che le mancava in cucina.
In casa sua non si mangiava polenta di neccio a tutti i pasti, ma solo a mezzogiorno, accompagnata non solo da salumi e carne suina, ma anche da conigli, anatre, polli che lei allevava per vendere, ma anche per il consumo casalingo. A cena di solito preparava la polenta di granturco, il minestrone, le “borghe”, i necci con la ricotta…. Faceva il pane tutte le settimane, di segale o di grano, poi scaldava il forno e lo riempiva anche di torte salate di farro e di riso.
Dopo circa due mesi dall’imbarco al Camberello giunse la prima lettera del figlio in cui diceva che stava bene ed aveva trovato lavoro presso una famiglia italiana che tagliava legna nei boschi brasiliani. Tutto andò bene per parecchi anni, il Camberello godeva ottima salute, anche se ultraottantenne, Margherita era diventata una bella donna di mezza età, sempre impegnata nelle sue faccende dentro e fuori casa, ma un giorno l’anziano cominciò a lamentare dolori al petto, fu chiamato anche il medico, che arrivò purtroppo dopo tante ore e non poté far altro che constatarne la morte.
Nel frattempo, era stato avvisato anche il parroco di Montebono che consegnò una lettera del marito a Margherita: era per il figlio emigrato che fu avvertito da un giovane richiamato proprio da lui.

Dopo più di due mesi il figlio sbarcò finalmente a Genova e giunto a casa insieme a Margherita lesse la lettera: il Camberello ringraziava la moglie e raccomandava al figlio di non lasciarla sola in Italia, ma di portarla in Brasile, visto che si era formato là una bella famiglia. L’uomo aveva proprio bisogno di una “nonna” a cui affidare la cura dei suoi cinque bambini perché la moglie non ce la faceva più da sola, era infatti molto delicata di salute.
Margherita e il figlio del Camberello partirono così ai primi del ‘900 e non sono più tornati in Italia.
Ho poi scoperto che Margherita era una delle zie, quasi tutte zitelle, della mia nonna generale, nata e cresciuta, soprattutto da loro, nella casa dei Chiozzi.
Il Santino dell’Angiletti
Santino Agostini, detto il Santino dell’Angiletti, dalla località della sua abitazione, era un poeta autodidatta molto conosciuto e apprezzato nella nostra Val di Corsonna. Nacque a Barga il 15 aprile 1837 e vi morì nel 1917 ed oggi è considerato il più versatile poeta della montagna barghigiana.
La sua produzione è molto ampia, ma in particolare mi ha colpito la poesia “Davanti al sindaco”, composta e cantata nel 1895 ad un pranzo tenuto a Sommocolonia al quale partecipò il professor Giuliani, che fu sindaco di Barga per tanti anni.

In questo canto il poeta sottolinea l’asprezza dei luoghi in cui vive, dove le persone sopravvivono a polenta di neccio e altri cibi rozzi , grazie all’aria buona, all’acqua cristallina e al fuoco che riscalda nel camino…. Lui si preoccupa delle famiglie che vivono a Montebono, una cinquantina, perché sono senza strada e senza scuola, così i bambini non possono ricevere nessun tipo di educazione e da grandi non sapranno parlare per difendersi. Renaio, che forse è abitato da un numero minore di persone, ha avuto la scuola, la strada ed anche il cimitero.
La strada a cui fa riferimento il poeta era una via ripida di montagna, non rotabile, rimasta tale fino al 1954 e poiché l’Agostini la considera una conquista per gli abitanti di Renaio, è evidente che l’accesso a Montebono fosse ancora più difficile e faticoso. Il poeta sottolinea che agli abitanti di questo paesello viene però chiesto il pagamento di tante tasse e se una persona malata o incinta ha bisogno del medico o della levatrice, si rifiutano di venire perché “la strada ‘un c’è, falla finita, per te non vo’ rimetterci la vita”.
I giovani che nascono qui, raggiunti i sedici anni, se ne vanno all’estero, perché l’agricoltura praticata è solo di sopravvivenza…
Il poeta chiude il suo canto ringraziando il professore di averlo ascoltato e si scusa per la propria franchezza.
Racconta la leggenda che il Giuliani, colpito dal coraggio e dalla vena poetica dell’Agostini, gli promise che lui stesso avrebbe visto la strada e la scuola a Montebono e forse glielo disse in rima:
Caro Agostini, io la ringrazio tanto
di aver speso il suo grande talento
per una causa giusta e molto urgente
che salverà dall’ignoranza tanta gente.
La strada sarà il mio primo pensiero,
perché senza di essa è un guaio vero:
come si trasporta tutto il materiale?
Con muli ed asini è fuori dal normale!
Con una strada grande nella zona,
felice sarà senz’altro ogni persona
e tutti i bimbi aspetteranno con piacere
di frequentar la nuova scuola, che è un dovere!
Io non sono un poeta, ma le assicuro
che in un anno di lavoro duro
saranno pronte strada e scuola
e Lei le inaugurerà, ha la mia parola!
L’aspetto, perciò, nel ’96 (1896) ai festeggiamenti,
lasceremo a quel dì tutti i ringraziamenti
per il suo impegno e amor per la montagna,
che ormai è spopolata, è una vergogna!
La povera gente deve or all’estero emigrare,
per poter sopravvivere e mangiare.
Grazie di nuovo e arrivederci al prossim’anno,
prometto di seguir i lavori con impegno.
E così fu…



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