Il ciocco di Natale

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Era la Vigilia di Natale. Nella casa dove Pilade viveva con la madre e la nonna faceva freddo. Fuori c’era la neve, e loro avevano soltanto la legna che le due donne, accudita la vacca nella stalla, riuscivano a fare al margine della selva. Pilade aveva sette anni. Alto per la sua età, era magro. In casa il cibo scarseggiava e lui rimaneva sempre affamato. Correva l’inverno del 1946. Sebbene la guerra fosse finita, lui non riusciva a dimenticare gli scoppi delle bombe che, un giorno di febbraio, si abbatterono nelle vicinanze del paese. Poi ricordava il pomeriggio che, uscito di casa per prendere acqua alla fontana, incontrò dei soldati vestiti di nero, che camminavano con le pistole in pugno. Spaventato, si accostò a un muro, e altro non vide che i loro stivali, e altro non udì che il fruscio delle loro armi sulle divise. Rientrato in casa, lo disse alla madre. Lei, strettolo a sé, proruppe in un pianto, come quando, con la nonna, parlavano del marito, padre di Pilade, partito per il fronte russo e non più ritornato. Baciandolo, la madre le aveva detto una frase che non avrebbe più scordato, ma che sul momento non comprese “Quei soldati potevano deportarti in Germania!”.

Aveva nevicato, ma c’era il sole, e quando tutti e tre, dopo desinare andavano alla stalla percorrendo la mulattiera, Pilade non sentiva freddo come in casa. Mentre la madre e la nonna, con ascia e pennato raggiungevano il margine della boscaglia a racimolare legna, lui portava la vacca all’abbeveratoio. Era una bestia anziana, di nome Bigia, la quale, appena si avvicinava, restava immobile, per dargli agio di sganciare la catena che la legava alla greppia, e che tanto faceva soffrire Pilade, che avrebbe voluto lasciarla libera. La vacca, emesso un sospirone, usciva e lui la seguiva, lungo una viuzza scoscesa, fino all’abbeveratoio, dove Bigia, accostato il muso all’acqua, quasi sembrava aspirarla. Poi, le narici grondanti, innalzava la testa e guardava attorno. Allora Pilade le chiedeva se sarebbe tornato suo padre, e quanto sarebbero ancora durati i giorni del freddo e della fame, e chi fosse stato a rubare le galline ovaiole che stavano nella stalla con lei. Bigia abbassata la testa, e brucando dai cespugli, sembrava averlo ascoltato, finché, con uno sbuffo, non riprendeva la via della stalla. Dove Pilade tornava ad agganciarle la catena e lei prendeva a masticare il fieno. Pilade la carezzava. Emanava calore e, gli pareva, anche affetto.

Quel giorno la mamma e la nonna erano riuscite a trovare un bel fascio di legna e un gran ciocco di castagno, che dettero da portare a lui dentro un sacco. Mentre rincasavano, scese il buio della sera; le stelle irrompevano nel cielo e la neve cominciava a ghiacciare; dal paese provenivano qualche cigolio di porta e qualche voce. Entrati in casa, la nonna accese le candele per fare luce, poi il fuoco che prese, subito, a crepitare. Tra poco avrebbe preparato la cena. Si alzò il vento, che fece mugolare il camino. Cenato con polenta di neccio e formaggio, si dissero che sarebbero andati alla Messa di mezzanotte, anche per baciare Gesù Bambino. Intanto, ora che sul focolare c’era la brace, Pilade vi mise il ciocco; in breve, le fiamme lo avvolsero. Pilade seduto sopra una panchetta guardava il ceppo arroventarsi, ed ebbe sensazione che anch’esso soffrisse. Pilade non sapeva a cosa pensare, se non alla lettura che stava facendo de L’isola del tesoro. E si chiedeva se fossero stati più cattivi i soldati che aveva incontrato oppure i pirati. Fu distratto dai primi rintocchi di campana e dal ciocco che, ridotto in brace sembrava un cumulo di lava che emanava tanto calore. Ma qualcuno bussò alla porta. Una grande porta con uno spesso battente di ferro. Seguita dalla nonna, sua madre andò ad aprire. Anche lui fece per andare. Ma fu trattenuto da esclamazioni di stupore, poi dai singhiozzi della madre. Infine emerse una voce: “Sono, io sono tornato”. Allora Pilade, commosso, gridò: “Babbo! babbo mio!”

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