Gli zanni
Alcuni studiosi hanno voluto far discendere le maschere direttamente da quei tipi che popolavano l’Atellana latina, i cui attori, nel 211 a. C. iniziarono a divertire la gente con personaggi che assomigliavano alle future maschere:
– Pappo ricorda Pantalone,
– Macco, Pulcinella o Arlecchino,
– Bucco, Brighella
– Dosseno, il nostro dottore.
In realtà il primo seme di queste creature lo troviamo nei “buffoni”, strane figure che nelle corti dei principi li divertivano con le loro smorfie e insolenze, vestiti di seta e velluto o che nei sobborghi, vestiti con abiti laceri, si permettevano le più audaci satire. Molte volte questi buffoni venivano pagati per attirare la gente alle fiere. Erano i padri di quegli zanni che genereranno gli Arlecchini, i Brighella, i Pulcinella….
Gli zanni o zani erano originari della vallata di Bergamo e rappresentavano la caricatura del contadino poverissimo ed ignorante di quei luoghi. Parlavano il loro dialetto ed indossavano una larga camicia bianca, stretta alla cintola con una corda a cui erano infilati: una borsa, una spatola di legno ed il “batocio”, oggetto di offesa e di difesa. Indossavano calzoni bianchi e grandi ed un cappellaccio spesso biforcuto, ornato con penne o con una coda di lepre. I calzari erano semplicissimi e senza tacco. Portavano una mezza maschera e di solito la barba.
Gli zanni necessari per ogni scena erano due e rappresentavano i servi, nacquero così Brighella, il primo zanni e Arlecchino il secondo, poi le parti col tempo furono invertite.
Nacquero poi le altre due figure dei “padroni”, cioè Magnifico o Pantalone, gentiluomo veneto e il dottor Balanzone o Graziano. Poi a Napoli nasceranno Pulcinella, Mezzettino, Truffaldino……
Sorsero varie compagnie in tutta Italia che recitavano su palchi improvvisati, circondati dal popolo che si divertiva con le loro acrobazie, le contorsioni, le smorfie, le bastonate, le cadute e i “lazzi”, azioni mute o parlate che interrompevano l’azione per far ridere gli spettatori: Arlecchino che chiappò le mosche interrompendo una scena d’amore….

Il successo dello spettacolo dipendeva dunque dalla vivacità e inventiva dell’attore.
Con il tempo le azioni divennero più logiche e più disciplinate e la scenografia più ricca, era già l’epoca in cui la Commedia dell’Arte non trionfava più sulle piazze ma nei teatri italiani e francesi.
Il suo periodo più ricco fu tra la fine del 1500 e quella del 1600, quando tutta l’Europa l’acclamava, era uno spettacolo d’arte vario e completo in cui occorrevano vivacità, ingegno, prontezza…
I testi (canovacci) erano poverissimi ma tutto era reso vivo e ricco dall’interpretazione e qui stava il segreto di questa manifestazione originale del teatro italiano.
La Commedia dell’Arte finirà uccisa da Goldoni che la sostituì con un altro tipo di commedia in cui attori e maschere dovevano attenersi alla parola scritta.
Non si sa come si formarono i primi due zanni, cioè il servo furbo (primo zanni) e quello sciocco (secondo zanni), ma queste maschere finirono per distinguersi con un nome per indicare le caratteristiche che ogni attore comico creava per il suo personaggio. Così verso la metà del Cinquecento nacquero gli zanni Arlecchino, Brighella, Trivellino…

Non si può sapere se i primi ad ottenere un nome furono gli Arlecchini, i Brighella o altri, ma presentavano tutti gli stessi caratteri, un po’ come oggi i pagliacci del circo e con il loro chiasso e le loro cadute ricevevano gli applausi del pubblico. Il loro linguaggio, dal dialetto bergamasco, muterà in veneziano ed anche il costume cambierà.
Particolare diventò il vestito di Trivellino che ebbe fortuna anche in Francia: era di camoscio giallo, cosparso di lune e di stelle rosse, le bordature erano formate di triangoli verdi e di cordelle rosse.
Completava il costume un mantello verde foderato di rosso, orlato di giallo, un cappello grigio dalla coda di lepre, la cintura e le scarpe di cuoio giallo con nastri rossi.
Il suo nome stava ad indicare il portatore di stracci ma bisogna riconoscere che questo rivale di Arlecchino era più elegante di quanto non indicasse la sua professione.
Gli zanni servi: Arlecchino e Brighella
Arlecchino Batocio è la più celebre ed internazionale delle maschere ma oggi è quasi scomparsa dalle scene, anche se grandi e piccini, persone colte o ignoranti conoscono ed amano questa figura agile, elegante, burlona… Continua ad apparire nei quadri di grandi pittori e negli scritti di poeti. L’Arlecchino del XX secolo è però pallido, sottile, elegante e sotto la mezza maschera di velluto nero, il suo viso rosato fa smorfie dolorose.
Arlecchino è nato a Bergamo, è figlio di uno zanni ed è stato inventato da un certo Alberto Gavazzi o Ganassa da Bergamo. Si affermò con il nome di Arlecchino Ganassa ed in Francia con quello di Arlequin.
Nel 1572 Arlecchino non era altro che il moderno pagliaccio o clown che sapeva eseguire un capitombolo con un bicchiere di vino in mano senza versarne il contenuto, come spesso vediamo nei nostri circhi.
Arlecchino aveva sempre il batocio in mano perché era rissoso e manesco, spesso audace, altre vote poltrone e codardo, bastonava ed era bastonato, entrava in scena incespicando, saltando e cadendo rovinosamente, improvvisava gli “spropositi”, cioè tirate senza capo né coda.
All’inizio parlava il bergamasco, più tardi il veneziano, ma era capace di farsi capire in tutte le lingue, in Francia ne formerà una nota con il nome di “langue d’Arlequin”, misto burlesco d’italiano e francese.
Nel XVIII secolo Arlecchino suonava, ballava e Goldoni ce lo mostrava come un servo affezionato, meno bugiardo e poltrone rispetto ai secoli precedenti. Quando nacque si vestiva come tutti gli zanni, poi l’abito bianco si coprì di toppe colorate, cucite qua e là, in disordine, fino a che esse si trasformeranno in rombi e quadrati disposti a scacchiera. Nella cintura portava sempre il batocio e qualche volta anche la scarsella, vuota naturalmente. Le scarpette di pezza o di cuoio erano senza tacco e in capo aveva un feltro.
La sua maschera all’inizio era di cuoio ma era più da scimmione che da uomo, nel XVIII secolo diventò un’elegante mezza maschera nera che incornicerà il viso rosato.
Il suo costume non doveva abbandonarlo mai e se avesse dovuto interpretare un personaggio mitologico avrebbe messo la tunica o il mantello su quello proprio, lasciandone intravedere una parte In Francia doveva i suoi successi anche e soprattutto alle sue straordinarie qualità di mimo.
Quando un Arlecchino moriva o andava in pensione, trasmetteva al suo successore maschera e spatola in una cerimonia fatta sul palcoscenico.
Arlecchino era maestro nei lazzi detti o mimati ed alcuni sono sopravvissuti, come quello del ridere e del piangere e l’altro del sacco. A quel tempo Arlecchino faceva ridere con queste “scemenze”, come diceva Petrolini, perché era lo spirito più bizzarro ed originale di tutte le maschere.
Arlecchino stilizzato e sbarbato perse la sua elasticità e svanì, si dileguò a poco a poco nei primi anni dell’800.
Brighella

Brighella è il primo servo della Commedia dell’Arte e rappresenta l’intrigo, i bassi servizi, le trappole, le astuzie al danno di qualche suo simile.
Era un ciarlatano di piazza, diceva di aver scoperto la pietra filosofale, fabbricato talismani, cabale…; era nato a Bergamo nel XVI secolo e a quei tempi era lo zanni più importante di tutte le rappresentazioni.
Allora si chiamava Flautino e, con la chitarra a tracolla, suonava, cantava, ballava, recitava ed era così esperto in musica da saper suonare tantissimi strumenti. Ha avuto anche altri nomi, ma non si sa a chi si debba l’ultimo.
Nei primi tempi vestiva come tutti gli zanni: larga camicia, calzoni e mantello bianchi, cappello biforcuto con penna, pantofole, una borsa e il batocio, barbaccia nera fino al 1700.
Questa maschera era quella di un individuo torvo e insolente, pronto ad intervenire in qualunque faccenda.
In seguito, il suo vestito non cambierà molto, tranne il cappello che sarà sostituito da un berretto come usano i nostri cuochi, ma ornato con una guarnizione colorata, generalmente verde, che orlerà anche il vestito. A tale proposito Brighella diceva che era bianco perché aveva carta bianca in tutte le azioni ed era verde perché, con la sua astuzia, teneva sempre verdi le speranze dei suoi clienti.
Pantalone
All’inizio si chiamava il Magnifico ed era un vecchio curvo e stracciato che sospirava davanti ad una scodella vuota. Aveva i pantaloni e la giacca pieni di toppe, un vecchio soprabito stracciato intorno ad un corpo magro.
Eppure, una volta il Magnifico era un vecchio autoritario, ascoltato e stimato, che faceva contratti e commerciava. Questa maschera nacque a Venezia e poi percorse le strade del mondo.
A quel tempo vestiva tutto di rosso, dalla cintura gli pendeva una borsa o un fazzoletto o un’arma da taglio, i suoi calzoni erano in realtà calzamaglie e ai piedi calzava due ciabatte dalla punta rivolta in alto.
Indossava sopra a tutto un soprabito rosso, lungo fino ai piedi che gli dava l’aspetto del nobile veneziano.
Quando la Repubblica veneta perse il Regno di Negroponte Pantalone cambiò questo soprabito con un altro, nero per lutto. Sul viso spigoloso portava una mezza maschera che faceva risaltare il naso adunco. Brontolava sempre muovendo la sua barbetta grigia o bianca e nel suo dialetto veneziano parlava male del prossimo e intrigava. Sul capo portava una berretta di lana rossa, orlata a volte di nero.
Nel 1716 lasciò le lunghe mutande ed indossò calzoni e calze rossi.
Il nome Pantalone gli rimase per sempre e forse glielo dette un certo Giulio Pasquati da Bologna.
E’ facile immaginare questo vecchio magro e brontolone che nel 1600-1700 girava in piazza San Marco a sparlare del prossimo ed a trattare prestiti ad usura oppure più tardi su un palcoscenico, quando cadeva fulminato alla vista di Florindo che scalava la finestra di Rosaura, la sua putela. Era però più terribile quando riprendeva il suo figlio dissoluto e scavezzacollo, anche se poi si calmava.
Il carattere di Pantalone cambia nei tempi, a seconda degli attori e dei comici, prima brontolone, avaro, diffidente e collerico, Goldoni lo guarisce poi da tanti difetti, lo rende gentile e comprensivo verso i giovani, la servitù e i simili, anche se ancora autoritario in famiglia, liberandolo dalle passioni dell’amore senile.
Pantalone ha generato tante maschere simili: Zanobrio, il primo vecchio della Commedia dell’Arte, Cassandro, Facanapa….
Nel tempo nacquero tanti vecchi perché Pantalone è un tipo che si trova e si troverà eternamente nella vita perché i suoi difetti, le sue debolezze, i pregi e le maldicenze, le chiacchiere sono comuni a molti di noi.
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