La Quaresima: dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato Santo

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Finito il Carnevale comincia la Quaresima, periodo di quaranta giorni di astinenza e di digiuno (che va dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato Santo), in preparazione alla Pasqua e in memoria dei giorni di digiuno osservati da Gesù prima di cominciare il suo ministero. È un periodo di vigilia in cui è vietato mangiare la carne che una volta veniva sostituita con il baccalà in umido, qualche acciuga e aringa. In tavola spesso si serviva solo: pasta con sugo finto, legumi e cereali e la pizza con solo pomodoro, cipolla, capperi e acciughe.

 

Giochi e tradizioni, più o meno antichi, della Quaresima

Nel mondo dei bambini esistevano vari giochi tipici di questo periodo ed uno era chiamato proprio Quaresima. Le regole erano semplicissime: quando un ragazzo che aveva deciso di prendere parte al gioco veniva chiamato per nome, doveva rispondere solo con tale parola. Il non rispondere o il rispondere in modo diverso dava una penalità da scontare subito o al termine di un certo tempo prestabilito, al momento del conto dei punti positivi e negativi per stabilire premi o penitenze.

Un altro gioco diffuso ancora negli anni ’60 era “al verde”: quando un bambino chiamava per nome un altro, questi per prima cosa doveva dire: “Verde”, mostrando “un ramoscello o una fraschetta o almeno una foglia di busso o bossolo”. Dopo aver mostrato il segno, poteva dire ciò che voleva.

Una variante del gioco era questa: due ragazzi s’incontravano ed uno, mostrando una foglia verde, chiedeva all’altro: “Verde, mio verde?” e l’altro, con il suo rametto in mano, rispondeva: “In tasca non si perde!” Perdeva chi non mostrava il verde o non pronunciava la frase giusta.

In alcune zone della Valle del Serchio, ancora alla fine dell’800, il giovedì di mezza Quaresima i ragazzi facevano un fantoccio di cenci, lo vestivano a vecchia e lo segavano tra l’allegria generale, perché questa vecchia non era altro che la Quaresima e tagliarla a metà voleva dire che mezza finalmente era passata.

La vecchia (Quaresima)

Infatti, ad un tempo, la vigilia di quei giorni era veramente nera, cioè non solo senza carne, ma senza uova né latticini. Nessuna bottega poteva vendere qualcosa di grasso a chi non presentava la ricetta del dottore, firmata dal parroco. Nel 1818 il duca di Modena, il Mercoledì delle Ceneri mise guardie in tutta la città a sequestrare latte e uova. Era molto difficile arrivare al Sabato Santo, la gente lo aspettava in gloria perché era veramente stufa di cavoli, aringhe, fagioli, salacche, sorra e baccalà, come ricorda la canzoncina: “Sabbato Santo, perché sei stato tanto?”, oppure l’altra strofetta:

“Ohimè, disse il maturo, la Quaresima m’ammazza!      

Ma se posso arriva’ a Pasqua, vo’ mangiar un uovo duro!”

La sera del Sabato Santo, quando la Quaresima era passata proprio tutta, allora bruciavano la vecchia: costruivano lo stesso fantoccio e poi preparavano un mucchio di foglie, paglia, prunacci secchi e gli davano fuoco, poi ci buttavano sopra questa povera figura della Quaresima e tutti, grandi e piccoli, ridevano, saltavano, ballavano….

Fra le usanze della Quaresima, un tempo lontano, c’erano anche i Nodetti o Quarantane, specialmente a Vergemoli, Fornovolasco e Castelnuovo. Erano spesso le donne più anziane che creavano una corona dicendo ogni giorno della Quaresima un Paternostro per una persona a cui tenevano e per ricordare il numero delle preghiere che doveva aumentare di una ogni giorno facevano un nodino su un nastro in modo che il Sabato Santo dicevano quaranta Paternostri e avevano quaranta nodini. Quella stessa sera o la mattina di Pasqua andavano dalla persona per cui avevano pregato e le offrivano il cordoncino. Di solito la persona scelta accettava volentieri il dono e la preghiera e ricompensava con un’offerta, con uova o anche qualche taglio di stoffa per un grembiule.

La prima domenica di Quaresima o domenica della Pentolaccia, usava attaccare al soffitto una pentola piena di cardi, gusci di noci per prendere in giro quelli che cercavano di prenderla quando, massacrata di bastonate, cadeva in terra. Poi ne preparavano e attaccavano una seconda piena di dolciumi, si bendava uno dei presenti che fosse un po’ curioso e con i suoi movimenti facesse ridere e alla fine mangiavano tutti insieme il contenuto della pentola. Questa tradizione si chiamava la Tabernella.

La Pentolaccia

Una volta in molti paesi della provincia di Lucca la chiesa, il giorno di Pasqua, dopo la messa cantata, offriva uno spicchio di pasimata ad ogni persona della parrocchia, chiamando ogni capofamiglia per nome e cognome.

 

Preparazione alla Pasqua

Fino a qualche decennio fa prima di Pasqua le mamme spalancavano porte e finestre per far entrare aria nuova e pulivano a fondo la casa in previsione della benedizione delle famiglie.

Quel giorno si stendevano sui letti le coperte più belle e si attaccavano alla cappa del camino trine o merletti realizzati anche solo con la carta se non c’era niente di meglio.

Torte di Pasqua

I contadini si sbrigavano a seminare gli orti e le mamme accendevano il forno per cuocere il pane e la pasimata, spandendo nell’aria un profumo delizioso.

Durante la Quaresima si mettevano da parte le uova per impastare, nella Settimana Santa, le torte tradizionali, alcune dolci, altre salate. Io ricordo le due torte di riso, una salata per il babbo, l’altra dolce per noi ragazzi e quella di farro, salata, oltre alla pasimata la cui lavorazione richiedeva ben cinque giorni. Tutti questi dolci dovevano essere pronti entro il Giovedì Santo per rispetto al sacrificio di Gesù.

 

La Settimana Santa

Il giovedì il sacrestano legava le campane, il prete, per richiamare i fedeli suonava la traccola (strumento di legno che produce rumore tramite la rotazione di una lamella che viene raschiata da una ruota dentata). Questo suono particolare metteva dentro un po’ di tristezza. Quella stessa sera di solito le famiglie si recavano a visitare sette diverse chiese (o sette volte la stessa) per pregare ed ammirare l’altare adorno di fiori.

Il Venerdì Santo era il giorno più triste per la morte di Gesù e la sera centinaia di persone partecipavano alla processione di Gesù Morto.

Il Sabato mattina finalmente verso le 10,30 si udiva di nuovo il suono delle campane ed uscivano fuori tutti, anche le rondini in cielo sembravano contente.

I ragazzi deponevano le pasticche di potassio sotto i sassi per poi farle scoppiare al momento giusto e la mamma mostrava ai suoi figli i nuovi e semplici abiti cuciti proprio da lei.

Grandi e piccini si recavano in chiesa indossando i vestiti migliori e mostrando in particolare quelli nuovi.

 

La colazione di Pasqua di Daniele Bistoni

Daniele Bistoni, collaboratore di un giornale fiorentino, tempo fa ha pubblicato l’elenco delle pietanze che sua madre cucinava per Pasqua, quando lui era piccolo:

“Quando noi bambini ci alzavamo la mattina di Pasqua, la tavola era già apparecchiata, per prima cosa pregavamo insieme poi iniziava la gara del ‘toccino’ sbattendo le uova sode, benedette e decorate nei giorni precedenti. Era obbligatorio assaggiarne almeno un pezzetto ‘per devozione’.

Sul tavolo c’erano anche: la torta al formaggio farcita con il capocollo, la ‘ciaccia’ con lo zafferano, con l’uvetta o senza, ma con tanto lardo, strutto e pepe, cotta in forno come una torta, in un tegame di alluminio.

Tavola di Pasqua

La torta classica era la ‘Ciaramia‘ dolce, “che faceva agitare tutte le massaie del paese riunite intorno al forno comune dove cuocevano insieme i loro prodotti”.

La ‘Ciaramia’ secca si faceva invece con farina, uova, un pezzetto di lievito ed era decorata con una croce che la divideva in quattro parti, ognuna delle quali aveva simboli pasquali. Con lo stesso impasto alcune mamme facevano anche colombe con un uovo sodo in testa e granelli di pepe al posto degli occhi.

Finita la colazione tutti a messa e poi pranzo con cappelletti in brodo e agnello arrosto.”

 

L’uovo di Pasqua

Il pranzo pasquale oggi si conclude con l’apertura delle uova di cioccolato, ma come sarà nata quest’usanza?

Quando io ero piccola era ancora poco diffusa, almeno qui in montagna, eppure l’uovo di Pasqua risale al Re Sole.

In alcune antiche culture terra e cielo, unendosi formavano un uovo, simbolo di vita.

Secondo gli Egizi l’uovo era l’origine di tutto e il fulcro dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.

A primavera, quando la natura risorgeva, i Persiani amavano regalarsi uova, simbolo di vita.

Nel Cristianesimo l’uovo è il simbolo del miracolo della resurrezione di Cristo.

L’usanza di regalarsi uova si diffuse a partire dal Medioevo in Germania. Qui la gente comune si regalava uova bollite, avvolte in foglie e fiori in modo che si colorassero naturalmente, tra i nobili e gli aristocratici invece si diffuse l’usanza di fabbricarne alcune d’argento, platino, oro, tutte decorate.

In Russia Fabergé creò cinquantadue esemplari stupefacenti per la famiglia dello zar: il primo era di platino, smaltato di bianco. La produzione fu enorme e s’interruppe solo nel 1918 con la Rivoluzione russa.

Oggi, se nell’uovo c’è un dono, sembra sia colpa proprio di Fabergé, però nel ‘700, dalle parti di Torino, c’era già l’usanza di inserire un piccolo dono nelle uova di cioccolato; quindi, potrebbero essere stati i Piemontesi i primi a lanciare la moda delle uova pasquali con sorpresa.

L’usanza cristiana delle uova di Pasqua è iniziata in Mesopotamia, fra i primi Cristiani che macchiavano le uova con la colorazione rossa in memoria del sangue di Cristo, versato al momento della crocifissione.

Il Cattolicesimo riprese le tradizioni che vedevano nell’uovo il simbolo della vita.

L’usanza di scambio di uova decorate si sviluppò nel Medioevo come regalo alla servitù. In tempi recenti l’uovo di Pasqua più celebre e diffuso è il classico uovo di cioccolata che ha avuto largo successo nell’ultimo secolo.

 

 

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