La morte due giorni fa ha bussato alla porta di una classe mia, un ragazzo di 14 anni ha perso sua madre di 47. Abbiamo accolto il dolore.
Non ho fatto lezione, ho lasciato che ognuno ci stesse a contatto per come potesse e sapesse.
Abbiamo scritto lettere d’amore.
Ho pianto insieme ai miei studenti. Anche loro hanno pianto con me. Mi guardo nello specchio e ho il viso di una donna che ha paura di invecchiare e si tinge i capelli di rosso, di una che sa anche ridere, guardarsi, mostrarsi, dirsi che è viva, che vale la pena tutto, che è sacra la gioia, che è sacro l’amore, che la morte non è uno scherzo, che ci vuole coraggio, consapevolezza e soprattutto fame.
Bisogna essere ingordi, prendersi l’amore a morsi, mordere anche le nuvole, le rose, i desideri.
Quando sono uscita da scuola, la primavera mi ha accarezzato piano i capelli e io ho annusato, nel vicolo stretto che mi riporta a casa, l’odore buono di vite domestiche. Amare è facile ad Aprile, anche a dispetto della morte.
E se è così facciamo finta che il cielo sia un foglio e che si legga come un bugiardino per dirci quanta vita assumere ogni giorno, in base al peso e all’età.
Facciamo finta che il sangue non sia rosso, ma mare mosso, tra cuore e arterie possiamo fare un viaggio e tornare al primo vagito.
Oggi la vita mi pare uno scherzo, sorrido nello specchio
alla radice grigia dei miei capelli, rispondono le rughe intorno agli occhi, dicono che ho cent’anni, ma ne dimostro venti, ammiccano le labbra screpolate, col sorriso truccato di una vecchia bambina.
Facciamo finta che sia proprio così.
Il gatto ha sentimenti quieti, accudisce la pioggia e la paura, frulla con cuore ronzante gli inutili pensieri del giorno e trattiene con gli artigli l’amore e le sue conseguenze.
Stamattina ha morso la mia gamba, voleva dirmi “ho fame”.
Ho imparato la lezione, per oggi chiedo amore a modo mio, prendendo a morsi il mondo.


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