I rastrellati raccontano 3: Felice Menichini ed il ritorno da Barbarano

-

Da Il Giornale di Barga n. 186 20 settembre 1964

Il ritorno di Felice Menichini da Ponte Barbarano.

Nell’estate de 1944, assieme ad altri impiegati ed operai dello stabilimento metallurgico di Fornaci, fui a lavorare ad una strada a Gragliana nel Comune di Fabbriche di Vallico. Ricordo: Sergio Villani, Vittorio Capecchi, Rolando Risaliti, Fernando Vergamini, Renato Casali, Ugo Nardi. Di altri, ora, a venti anni di distanza mi sfugge il nome, chiedo perciò venia dell’involontaria omissione.

La mattina del 12 settembre lavoravamo alla stracca come sempre, quando i capi squadra ci dissero di sospendere i lavori e ci condussero a Fabbriche di Valico, ove ci fecero deporre gli attrezzi dicendoci di metterci in fila. Nello stesso istante soldati tedeschi armati di «machine pistol» ci presero in consegna. Solo allora capimmo, ahimè! troppo in ritardo, che ci avevano giocato nel dirci che ci avrebbero portati a lavorare in una località vicino. Anche noi, come i rastrellati di Barga del giorno avanti, avremmo subito la stessa identica sorte. A piedi, in colonna, ci condussero a Castelnuovo ove sapemmo che molto probabilmente saremmo stati trasferiti in Germania. A Castelnuovo avemmo alcune incursioni aeree, in una delle quali bombe di grosso calibro caddero nelle vicinanze del luogo ove ci trovavamo rinchiusi.

Altro bombardamento piuttosto robusto lo avemmo a Bologna nel periodo di tempo in cui ci trovavamo rinchiusi nelle «Casermette Rosse» in attesa di essere assegnati alle diverse categorie. Ebbi la fortuna d’essere classificato di terza categoria. Assieme ad altri rastrellati delle diverse provincie d’Italia fui condotto a Budrio e a me fu affidato un pesante carro agricolo trainato da due bovi. I carri del lungo convoglio erano carichi di sacchi di zucchero depredato negli zuccherifici, del Polesine, che i tedeschi si affrettavano ad inviare in Germania.

Si facevano pochi chilometri al giorno, perché andavamo soltanto dall’imbrunire all’alba. Durante il giorno l’aviazione alleata, padrona incontrastata del cielo, ci avrebbero annientato.

I tedeschi portavano sul volto e sul modo trasandato del vestire i segni evidenti della stanchezza e della demoralizzazione generale. In quell’epoca migliaia di apparecchi anglo-americani volavano sulla Germania e le città saltavano a pezzi una dietro l’altra. Credo che anche i più fanatici di loro fossero convinti che per la Germania era ormai questione di mesi.

Giunti di notte sulla sponda del Po, ci volle tutta a traghettare il convoglio all’altra riva. I ponti erano o distrutti o inutilizzabili. Nessuno di noi aveva pratica di bestie, i tedeschi ancora meno. Essi non facevano altro che gridare: rauss, rauss, e noi provavamo soddisfazione di rivincita a peggiorare la situazione in luogo di collaborare a migliorarla. Un carro avanti al mio era condotto da un insegnante di lettere napoletano rastrellato in provincia di Pisa. Quando udiva i tedeschi gridare: rauss, rauss, rispondeva forte: fetenti, fetenti. In tanto sgomento e squallore quella battuta nella notte fonda ci faceva sorridere e ci dava animo.

Approdammo a Guardia-Veneta, di dove, sempre notte tempo, proseguimmo per Este in provincia di Vicenza, la cui stazione ferroviaria ancora non era stata smantellata dall’aviazione alleata. Durante il giorno il convoglio sostava sotto i grandi platani, lungo i cigli della strada, e sui carri mettevamo grandi copertoni mimetici e frasche. Eravamo in continuo stato di allarme. Squadriglie di caccia-bombardieri passavano e ripassavano sopra di noi in cerca di un obbiettivo da colpire.

Da mangiare i tedeschi ce ne davano quando se lo ricordavano, fortunatamente attraversavamo una plaga ricca di frutta e di uva, con quella ci sfamavamo, ma molti di noi si ammalarono di dissenteria. A Ponte Barbarano, un grazioso paese della provincia di Vicenza, sostammo diversi giorni e, siccome i tedeschi non avevano ordini come e dove impiegarci, si astennero dal passarci la quotidiana razioncina di pane nero con la fettina di margarina e alcune caramelle. Se la popolazione di Barbarano non ci avesse sovvenuto con viveri e medicinali, non ho idea come sarebbe andata.

II comando tedesco, che si occupava di noi rastrellati, in prevalenza era formato da elementi austriaci e sudeti (cecoslovacchi), stanchi e disgustati di servire la Germania nazista e di essere adoprati come aguzzini contro gli italiani verso i quali non nutrivano né odio né rancore. Essi stessi un giorno ci facilitarono la fuga.

A piedi passammo dalla provincia di Vicenza in quella di Padova e da questa in quella di Rovigo. Affamati, impauriti di essere nuovamente catturati, ci fermavamo nei casolari di campagna a chiedere a quei contadini fette di polenta di granturco, pezzi di pane o patate. La fame era allucinante, e quel poco cibo che riuscivamo a mandar giù, in luogo di attenuarla, la stimolava di più. Una notte di ottobre raggiungemmo il Po a Polesella e lo traghettammo senza soverchie difficoltà, passammo così dalla provincia di Rovigo in quella di Ferrara. Nostro obbiettivo di marcia era Modena e di là avvicinarci ai monti ove le bande dei partigiani sicuramente ci avrebbero forniti i mezzi per passare il fronte. Dopo giorni di stenti e di peripezie, una mattina ci trovammo davanti al fiume Secchia nei dintorni di Sassuolo. Operai stavano riparando l’ultimo ponte rimasto in piedi, seriamente colpito e danneggiato giorni avanti, durante un’incursione aerea. Senza chiederci chi fossimo e dove eravamo diretti, ci lasciarono passare sopra le impalcature. Raggiunta l’altra sponda, ci sentimmo più tranquilli, data la vicina presenza delle bande partigiane.

Dopo un’ora di cammino, trovammo in un punto dominante un gruppo di giovani partigiani in vedetta. Fummo da essi rifocillati, non troppo, perché a viveri anch’essi stavano male. In quei paraggi, nel mese di agosto, ebbe luogo un cruento scontro fra tedeschi, protetti da carri armati e armi pesanti, e partigiani malamente armati, al comando del famoso Armando. I partigiani ebbero molti morti, altri caddero prigionieri, e dai tedeschi, se feriti, furono sterminati al suolo, altrimenti impiccati agli alberi col filo spinato, allo scopo di terrorizzare quelle popolazioni. Quelli che riuscirono ad uscire dal micidiale accerchiamento, a piccoli gruppi, si dispersero in diverse località: al Lago Santo, al Lago Scaffaiolo, a Rotari, ed altri ancora, attraverso Foce a Giovo, raggiunsero Piano di Ospedaletti sul versante della Fagana, congiungendosi con altre bande (…). Nella storia partigiana quella battaglia porta il nome di Montefiorino.

Al comando partigiano di Romanoro c’era un ufficiale inglese radio-operatore, al quale passai utili informazioni, e qui trovai il rag. Domenico Togneri di Filecchio, anch’egli come me desideroso di passare il fronte. Rimanemmo con i partigiani alcuni giorni, durante i quali avemmo modo di riposarci e di sfamarci in parte. Anche qui a viveri si stava male.

Col Togneri scendemmo a S. Anna Pelago, ove con un fuggiasco dalla Yugoslavia, lo studente pisano Giancarlo Giussani, ci unimmo ad un giovane del luogo che da S. Anna portava alcune vacche a vendere a Ponte all’Ania e aveva bisogno di accompagnatori. Migliore guida non avremmo potuto trovare. Andò tutto bene fino ai pressi della Passerella; qui ahimè! fummo catturati da una pattuglia di tedeschi. Non trovandoci addosso armi, la presenza delle vacche li convinse che non eravamo partigiani e nemmeno collaboratori di essi, perciò non ci fucilarono. Altri lunghi e snervanti interrogatori avemmo a Fiumalbo e a Pavullo ove rimanemmo in carcere alcuni giorni. Convinti che noi altro non eravamo che dei vaccari, i tedeschi ci aggregarono ad un arbeitbattaillon (battaglione da lavoro) e fummo condotti a Pieve a Pelago, dove di notte tempo, ci portavano alle Tagliole ad insaccare e a caricare sui camion sacchi di carbone vegetale.

Trovandomi nuovamente ad un tiro di fucile dal territorio di Barga, la smania della fuga mi riprese più forte che mai. Io ed altri compagni studiammo quali sentieri battere onde eludere la sorveglianza dei tedeschi; eravamo tutti e dieci disposti a buttarci a sbaraglio.

La mattina in cui decidemmo di fuggire era il 20 novembre. Il Santo del giorno era San Felice, mio omonimo e mio protettore, alla cui intercezione affidai il successo dell’impresa (…). Camminavamo su sentieri ghiacciati e tutto intorno era coperto di neve. Al posto delle scarpe avevo zoccoloni, dentro i quali i piedi sguazzavano. Mi ci voleva tutta a mantenermi in equilibrio, e al minimo sforzo cadevo ruzzolando nella neve. Ero tanto avvilito che a un certo momento mi colse una crisi di scoraggiamento: Non ce la faccio, non ce la faccio più, dissi ai compagni, voi andate pure avanti. I più robusti mi scossero, mi rianimarono, altri mi tolsero gli zoccoloni, mi fasciarono i piedi, che avevo nudi, con dei fazzoletti e, camminando ora assai meglio, con l’aiuto dei compagni giungemmo sul crinale, al Passo del Terzino; scorti dai tedeschi, fummo mitragliati. Ci buttammo a terra e ruzzolammo giù nell’altro versante fino a quando non sentimmo più sparare. Essendo buio e non conoscendo la strada, trascorremmo la notte all’addiaccio, aspettando il giorno per scendere verso Barga e Coreglia.

In mattinata ci trovammo in una località sopra Montebono, forse in Oriana. In una casa, in terra di nessuno trovammo due vecchi: marito e moglie i quali di buon grado ci prepararono un paiolo di polenta di neccio. Nel momento in cui con avidità stavamo per buttarci sopra, uno di noi alla finestrella della cucina vide a trecento metri una pattuglia di tedeschi che venivano verso la casa. Scappammo di corsa in direzione Renaio, ove sapevamo che, in quei paraggi, forse a Bebbio, c’era un avamposto americano di soldati di colore. Nella canonica di Renaio trovai il parroco di allora, Don Mario Consani, mio caro amico, il quale si prese subito premurosa cura di me e dei miei compagni.

Finalmente, potevamo essere certi di rivedere le nostre famiglie.

Felice Menichini

Felice Menichini: Sindaco per molti anni, stimato e benvoluto, del comune di Barga, è stato un amministratore corretto e onesto. Nel 1970, con una intuizione veramente geniale, creò a Fornaci la Mostra del Fiore – Festa del Geranio, che ha definitivamente lanciato la festa del “Primo Maggio a Fornaci”; a cui, negli anni, hanno preso parte i più grandi vivaisti della provincia di Lucca.
Nel 1982 Felice Menichini ci ha lasciato.

Tag: , , , , ,

Lascia per primo un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*