Riordino delle Province: cosa cambia? Bartolomei e Boggi ce lo spiegano in Pari e Dispari

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È il solito fumo negli occhi
di Oriano Bartolomei

oriano_bartolomei_small-wdtr.jpgQuesta volta parliamo del riordino delle Province, ma non della creazione delle aree metropolitane, argomento non di valenza locale.

Il “rottamatore” era partito con l’ipotesi di abolizione, operazione che necessita di una modifica della Costituzione essendo le Province previste dalla stessa.

Le province rimangono, ma vengono svuotate della maggior parte delle loro funzioni. Cosa cambia?

La Regione tornerà ad occuparsi direttamente di formazione, agricoltura e difesa del suolo, di inquinamento acustico ed energia, dell’osservatorio sociale e delle autorizzazioni come Aia, Vas, Via e Aia. Si occuperà anche di caccia e pesca. Avrà competenze in materia di rifiuti, difesa del suolo, tutela della qualità dell’aria e delle acque.

Il Genio Civile sarà presente nei territori e competente per progettazione, manutenzione e polizia idraulica.

Quanto alle strade regionali, progettazione e realizzazione di opere strategiche saranno regionali mentre la manutenzione rimarrà alle Province (quindi gli enti non saranno soppressi, ma rivisti con nuove strategie e nuove funzioni) così come pure la protezione civile, l’istruzione (parte programmazione), l’edilizia scolastica, le pari opportunità e infine la statistica turistica.

Quindi alle Province rimarrà poco o nulla.

Si è arrivati, in attesa della più volte sbandierata modifica costituzionale, alla solita soluzione all’italiana.

Rimarrà una componente politica non elettiva (ente cosiddetto di secondo livello) che ad alcuni farà sempre comodo se non altro in termini di visibilità, rimarranno vari alti dirigenti, soggetti che rinascono dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice, rimarrà anche una discreta quantità di personale che, seppure trasferito alle dipendenze della Regione, sarà lasciato negli uffici territoriali.

Gli altri saranno trasferiti a comuni o altri enti pubblici.

Il risultato finale in termini di risparmio di costi sarà, perlomeno in una prima fase ma secondo me anche a regime, molto modesto.

È il solito fumo negli occhi!

Faccio un esempio ai più noto. Quando scoppiò lo scandalo delle Comunità Montane, quando si trovò che esistevano comunità montane in pianura

o in territori marini, sull’onda delle proteste e delle “giornalate” si decise di abolirle.

Cosa ci inventiamo per lasciare tutto o quasi tutto come prima? Le Unioni dei Comuni. Soliti soggetti politici, soliti dirigenti, soliti impiegati.

Risparmi pari quasi a zero. Basta cambiare il nome!

Infatti il comma 9 dell’art 14 della legge regionale Toscana n. 37 del 26 Giugno 2008 sul riordino delle comunità Montane recita “L’unione di comuni, a decorrere dalla data di estinzione della Comunità montana, succede nei beni e in tutti i rapporti attivi e passivi della Comunità montana estinta; l’Unione subentra altresì, ad ogni effetto, nell’esercizio delle funzioni e dei compiti conferiti o assegnati alla Comunità montana…omissis “

Dato che nessuno della casta politica e amministrativa verrà pesantemente danneggiato, la proposta di legge regionale sulle Province è passata a larga maggioranza: 41 voti a favore e tre astenuti, nessuno contrario.

Sembrano quasi i risultati bulgari di quando i consiglieri si aumentavano le indennità.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” (da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Una rivoluzione senza fine perchè tutto rimanga com’è!

Un’operazione legislativa tra luci e ombre
di Nicola Boggi

Siamo reduci dall’approvazione, avvenuta solo qualche settimana fa, da parte del Consiglio regionale della Toscana, della nuova legge sul riordino delle funzioni provinciali (L.R. 22/2015): di fatto il completamento su scala regionale della legge nazionale ai più conosciuta come Delrio, dal nome del ministro presentatore al tempo di tale disegno di legge, entrata in vigore nella primavera dello scorso anno (L. n. 56 del 7 aprile 2014).

Proprio a partire da quella data si è aperta la stagione delle nuove province: enti divenuti di secondo grado e quindi composti da presidente e consiglieri non più eletti direttamente dai cittadini bensì individuati fra i componenti dei consigli comunali della stessa provincia. A tali nuovi soggetti istituzionali la Delrio affida precise funzioni fondamentali: la pianificazione territoriale, quella dei servizi di trasporto, la tutela e valorizzazione dell’ambiente, la costruzione gestione e regolazione delle strade provinciali, la programmazione della rete scolastica e infine la gestione dell’edilizia scolastica.

Su questa architettura legislativa di livello nazionale si è poi inserita, come sopra ricordato, la freschissima legge regionale 22/2015 che ha invece determinato una sorta di “spacchettamento” fra regione e comuni delle funzioni amministrative “non fondamentali” in passato affidate anch’esse alle province (agricoltura, rifiuti, energia ritornate nelle competenze regionali e forestazione, turismo, sport e terzo settore riconsegnate invece ai comuni).

Completato questo, non semplice lo riconosco, inquadramento normativo provo “in soldoni” a mettere i più e i meno come a scuola a questa doppia operazione legislativa che m’appare, lo anticipo, portatrice di luci ma allo stesso tempo anche di ombre.

Certamente positivo è il fatto che il riordino delle funzioni risponda a criteri di buon senso, fra l’altro richiamati nella stessa Legge Delrio (comma 91, art. 1), ovvero la piena applicazione dei principi quali la sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione, tali da assicurare in questa fase, seppur ancora di passaggio, la continuità amministrativa, la semplificazione e la razionalizzazione delle procedure, raggiungendo oltretutto la riduzione dei costi dell’amministrazione (i nuovi presidenti e consiglieri di provincia non percepiranno infatti alcuna indennità per la loro funzione istituzionale).

Le ombre comunque ci sono, in tutta la loro evidenza, e prospettano la necessità di dover lavorare ancora molto per arrivare ad un definitivo riassetto istituzionale degli enti periferici. Prima di tutto ad oggi si registra un allontanamento della governance dal territorio per molte materie e questo, per chi da ormai molti anni fa orgogliosamente l’amministratore locale, non può certo esser visto favorevolmente.

Emerge con chiarezza il fatto che questa operazione costituisce solo la fase iniziale di un processo di riordino territoriale che ha come base la revisione dell’ordinamento e delle funzioni fondamentali delle province, ma che si concretizzerà definitivamente solo con la conclusione positiva della riforma costituzionale attesa dalla seconda lettura al Senato. Solo con la celebrazione di questo storico appuntamento si potrà realmente dare un giudizio definitivo sul riassetto generale dell’architettura istituzionale del nostro Paese.

In ogni caso una cosa è sicura: sia il legislatore nazionale che regionale hanno inteso sempre più porre al centro dell’azione amministrativa locale sindaci e consiglieri comunali chiamati oggi a moltiplicare il loro impegno assumendosi, dopo la guida delle unioni di comuni, anche quella delle nuove province.

E questo non è solo che l’inizio considerato che proprio nella riforma costituzionale sopra richiamata si prospetta il superamento del bicameralismo paritario e la trasformazione dell’attuale Senato in una sorta di camera delle autonomie composta e quindi rappresentativa delle istituzioni territoriali.

Altro elemento che emerge con forza, a mio giudizio, è la strada quasi obbligata dell’associazionismo se non della fusione di comuni da percorrere in futuro attraverso un lavoro congiunto di municipi, regioni e stato centrale tale da garantire maggiori e più eque incentivazioni finanziarie per favorire tali processi attraverso i quali potremo ridisegnare concretamente nuovi livelli di governance a misura dei nostri territori.

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