“Nei viaggi dell’Ottocento” di Pietro Moscardini

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A partire dal 1996 due storici emiliani, Alberto Cenci e Giuseppe Giovannelli, ambedue appassionati del XIX secolo, più precisamente del periodo preunitario, vanno alla ricerca nell’Archivio di Stato di Modena e nell’archivio comunale di Reggio della documentazione esistente riguardante le notizie dei viaggi fatti in Toscana da personaggi più o meno illustri, sudditi del Duca di Modena. Al termine della ricerca una quindicina di piccoli volumi costituiranno una ricca fonte di simpatiche e utili notizie dell’alta Toscana nella prima metà del XIX secolo.
In questo articolo riprendiamo quello che interessa più da vicino il nostro territorio, che troviamo nel volumetto secondo dei “Viaggi geografici” di Prospero Fantuzzi. Un viaggio fatto in Toscana nel 1833 da questo signore che all’epoca era il vicesegretario del comune di Reggio Emilia. I suoi viaggi stavano a metà fra il dovere diplomatico e il gusto più semplice di andare a descrivere e ascoltare le voci delle popolazioni dell’Appennino e del contado, con la scusa finale di andare a ritrovare qualche vecchio amico o qualche amministratore politico del Duca. Prospero Fantuzzi era quindi un impiegato di primo livello devoto suddito del Duca, senza però essere troppo attratto dalla carriera politica.
Il 13 settembre 1833 (venerdì) compie il tragitto Castelnuovo – Lucca, partendo alle sette di mattina e arrivando a Lucca alle 17 del pomeriggio su un carro a trazione animale (probabilmente cavalli) che lui sempre nomina “barroccino”. Il “barroccino” era un carro adibito al trasporto di 6-8 persone, ed è proprio con questo mezzo che da Castelnuovo si prende a salire verso il passo di Monteperpoli.
“Si batteva intanto la strada nuova che mena a Lucca e s’incomincia salendo lasciando nel fondo Castelnuovo. A S. Carlo voltammo a mattina passando davanti alla dogana ducale e alla villa di Perpoli (Marigliana) di dominio lucchese. Indi accanto ad altri paesi denominati Fiattoni, Campo, Cascio giungemmo all’osteria di Bragia (Broglio) sempre sotto Lucca. Le chiese e le borgate dei nominati luoghi restano in disparte dalla nostra strada maestra. Si scoprivano di mano in mano, di là dal Serchio diversi villaggi, castelli e borgate tra le quali nominare vi posso Ceserana, Fosciandola (modenesi); quest’ultima patria del mio amico e parente dr. Francesco Simonetti. Più oltre osservai Trepignana e Ariana luoghi dello stato di Lucca, e poi seguitare i paesi del fiorentino. Il primo è Barga, grosso borgo che vedevamo quasi in una pianura distendersi sopra il Serchio a mano sinistra di noi. Poscia si discernono torreggiare Le Fornace, indi Coregli; ed unisce questi paesi il Ponte all’Agna che sta su un torrentetto che ha fine nel Serchio.
Seguitano Ghivizzano, Vitiana e Capanne di Vitiana”.
Con quest’ultimo nome si intendano le poche cose di Calavorno, mentre con il nome “Calavorno” si intendeva solo l’antico ponte con il suo attiguo oratorio.
Così prosegue la relazione del viaggio:
“… passammo altri borghi fra i quali il primo fu Gallicano sotto Lucca. Questo è composto di poche case e ha una piazzetta leggiadra, dove si mostrarono i nostri passaporti”.
Diversi sono i nomi che non corrispondono esattamente a quelli attuali; i disguidi passano però essere imputabili al fatto che la relazione di questo tragitto fu scritta qualche giorno più tardi nella città di Livorno e che l’autore usasse prendere appunti volanti durante il viaggio.
C’è inoltre da capire perché questo rudimentale barroccino avesse usato il passo di Monteperpoli per arrivare in Mediavalle tralasciando un più comodo tracciato verso il Ponte di Ceserana, che del resto era già carrozzabile dal 1810.
Il passo di Monteperpoli era oramai da secoli di controllo estense. La fortezza di Montalfonso da un lato e le mura castellane di Cascio innalzate dopo la guerra del 1613 (versante Gallicano), facevano di questa strada il vero cordone ombelicale fra la Mediavalle e la Garfagnana estense. Da Cascio questa striscia di terra del duca di Modena scendeva al Serchio ed era compresa fra il Rio delle Pile (oggi adiacente alla stazione di servizio di Fondovalle nei presso della Barca) e il Fosso di Vescherana o Canale del Broglio, che attualmente sfocia nel Serchio nei paraggi di un invaso artificiale adibito a pesca sportiva.
Il lungo periodo di controllo estense in queste campagne lo possiamo verificare dal fatto che qui rimane una vasta toponomastica di stile emiliano come: Cantonbacci che equivale a Ca’ di Antonbacci, vale a dire Casa di Antonio Bacci; Ca’ di Matteo, Ca’ di Serafino e più discoste dalla strada: Ca’ di Mario, Ca’ di Piella, Ca’ Giovannoli. Fin dal 1750 Lucca aveva reso carrozzabile il tratto Broglio – Pian di Pastina – Campo – Passo Monteperpoli. Il progetto era dell’ing. Giuseppe Maria Serantoni ed era inserito nel grande riassetto viario vandelliano – estense. Questo lavoro pur trovandosi in territorio modenese (tratto Vizzano – Campo) fu eseguito in tutto e per tutto dalla Repubblica di Lucca perché doveva essere un’importante deviazione della via Vandelli. Il Vandelli e il Serantoni ebbero scambi di idee e di probetti molto frequenti riguardo alla realizzazione dei tracciati in “terra di Toscana”. Questo a dimostrazione che la via Vandelli ebbe il suo massimo risultato storico nel fatto di essere stata un “progetto di arteria” inteso come area di viabilità e non solo come un semplice tracciato geo-topografico. Sotto questo ultimo punto di vista il progetto risultò essere particolarmente infelice; del resto la stessa via di Monteperpoli già nel 1833 era stata deviata verso Cantonbacci e Ca’ di Matteo.
“… Vedemmo poi il borghetto di Bolognana, più in alto il paese di Cardoso, sempre in quel di Lucca e trascorrendo davanti all’osteria di Torritecava di proprietà di un riccone lucchese, un certo Gioacchino Totti, arrivammo a un ponte sopra il Serchio denominato di Calavorno”.
Il nostro viaggiatori reggiano ci dice pure simpaticamente:
“… avevamo nel barroccino, in nostra compagnia una giovinetta ed altre attempate donne garfagnine che ci tenevano piacevole descrizione dei luoghi che ci si presentavano: col loro dialetto natio di cui non ho più memoria che il seguente detto: ‘Che fai Gigetta?? Che ti dimeni?’, e l’altra con la solita grazia ‘E che faccio! Mi sdormo un po’ le gambe!!”.

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